il Fatto Quotidiano, 19 ottobre 2026
Dal “price cap” dell’Eni alla manovra: l’Italia è l’Eldorado delle lobby
La manovra di bilancio rappresenta uno dei principali indicatori del peso politico delle lobby perché costringe il governo a compiere scelte distributive molto concrete: chi ottiene risorse, chi beneficia di sgravi fiscali, chi riceve sussidi e chi, invece, sopporta i costi dell’aggiustamento. Nelle principali democrazie, analizzando queste decisioni è possibile valutare quali lobby abbiano maggiore capacità di incidere sull’agenda politica. In Italia (e Spagna) questo è impossibile perché, come noto, manca una legge sulle lobby.
Tale vuoto normativo produce due effetti: da un lato non si comprende quale sia il confine del lecito e dell’illecito e, dall’altro, non si dà ai cittadini il diritto di conoscere la vera ragione di certe scelte pubbliche.
Prediamo ad esempio la decisione di Eni, Q8, IP e Tamoil di ridurre il costo della benzina e del gasolio per qualche mese. La notizia, accolta con soddisfazione dalla maggioranza politica, è stata rivendicata come un’azione del governo Meloni. Eni, Q8, IP e Tamoil non sono enti di beneficenza, ma società profit e devono giustamente rispondere a una logica di profitto. Come è possibile, allora, che abbiano deciso di rinunciare a potenziali utili?
Una possibile spiegazione si chiama “regulatory capture” che altro non è che una tecnica di lobbying che consiste nel conquistare il regolatore pubblico da parte del lobbista. Tale tecnica è stata teorizzata dagli economisti della Scuola di Chicago, in particolare da George Stigler, con riferimento a quelle attività di lobby dirette verso le autorità di vigilanza di alcuni settori pubblici (come l’Autorità Antitrust o l’Autorità sulla privacy). In sostanza le aziende, facendo leva su una pluralità di fattori, orientano le decisioni pubbliche a proprio vantaggio, riducendo l’efficacia dell’intervento statale con un potenziale danno per i consumatori o la concorrenza.
Questa tecnica, negli ultimi anni, si è capovolta: il decisore, per ottenere vantaggi principalmente elettorali, “conquista” il lobbista invitandolo a fare dichiarazioni a lui favorevoli in cambio del soddisfacimento del proprio interesse. Sotto la presidenza Trump, la versione aggiornata del “regulatory capture” è diventata la tecnica di lobby più diffusa ma anche quella più facile da ricostruire perché avviene alla luce del sole. Il gioco è sempre quello: una grande impresa annuncia di voler rinunciare a un proprio potenziale guadagno a vantaggio della comunità così da aumentare la propria reputazione agli occhi dei cittadini, il presidente assiste a questa decisione e la “benedice”, rivendicandola come una sua personale azione di pressione. Il non detto in questo gioco è che può produrre costi invisibili agli occhi dei più, che si riversano sui conti pubblici alla prima occasione utile. In cambio, ad esempio, il decisore si impegna a garantire o rafforzare posizioni di vantaggio all’impresa o a consentire investimenti prima vietati o limitati da una norma.
Chiaramente non sappiamo se dietro la decisione di Eni, Q8, IP e Tamoil ci sia la medesima logica. Però alcuni dati non possono essere ignorati, specialmente ora che si elabora la manovra di bilancio.
Primo: Eni, nei soli mesi di aprile, maggio e giugno 2026, ha raddoppiato i suoi profitti rispetto allo stesso trimestre dell’anno prima arrivando a 2,3 miliardi di euro, che sono quasi pari a tutto il guadagno ottenuto nel 2025 (2,6 miliardi). Secondo: da tempo la maggioranza discute di tassare gli extra-profitti delle società petrolifere, sulla falsa riga di quanto fatto dal governo Draghi nel 2022 (poi corretto da Meloni) con un costo per la sola Eni di un miliardo. E nella manovra, stando a quanto filtra, non dovrebbe finire una nuova super tassa.
Il punto è che in Italia, nell’assenza di regole sul lobbying, non è possibile ricostruire cosa si cela dietro a una decisione pubblica. In Senato giace da undici mesi una proposta di legge in materia. Il testo, già all’origine estremamente debole, è stato ulteriormente svuotato da una serie di emendamenti della maggioranza. Quattro le carenze più evidenti: esclude le associazioni di categoria, i giornalisti, i lobbisti degli Stati esteri e gli enti del terzo settore; ignora le tecniche più moderne del lobbying, come il “grass-roots lobbying” che mobilita in modo inconsapevole i cittadini per influenzare il politico o il “digital lobbying”; non prevede registri degli incontri tra lobbisti e decisori; non vieta a sufficienza il cambio di casacca tra lobbista e decisore.
Nel suo ultimo rapporto sullo stato di diritto in Italia, la Commissione Ue ha stigmatizzato specialmente quest’ultimo fatto, contestando la decisione del governo Meloni di consentire ai politici regionali e locali, una volta cessato l’incarico, di diventare amministratori di società pubbliche da loro vigilate, regolate o finanziate. La democrazia, parafrasando Einaudi, si basa su una regola semplice: prima conoscere, poi discutere, poi votare. Ma se non si può conoscere, anche votare diventa difficile.