La Stampa, 19 ottobre 2026
Italiani uniti dall’angoscia per la guerra. Ma i giovani la avvertono con distacco
Una guerra può preoccupare un Paese intero senza essere vissuta da tutti allo stesso modo. È il paradosso che emerge dal sondaggio di Only Numbers sulla percezione della guerra in Ucraina: gli italiani condividono l’inquietudine, ma non le ragioni che la alimentano. C’è chi teme le conseguenze economiche, chi l’allargamento del conflitto, chi l’escalation tra grandi potenze. E c’è una generazione, la più giovane, che sembra avvertire questa minaccia con crescente distanza. La paura unisce, ma il modo di interpretarla continua a dividere.
Quasi otto italiani su dieci, il 77,7%, si dichiarano preoccupati per l’evoluzione della guerra in Ucraina. Solo il 22,3% non lo è. In un Paese abituato a dividersi su quasi tutto, è un dato raro, che attraversa gli schieramenti politici: la preoccupazione riguarda l’82,1% degli elettori della maggioranza e l’82,6% di quelli dell’opposizione. Persino tra il “partito” dell’astensione e dell’indecisione, tradizionalmente più distante dalla politica, due persone su tre (66,4%) si dicono in ansia.
Tuttavia, condividere una preoccupazione non significa temere le stesse cose. Al primo posto ci sono le conseguenze economiche, dall’inflazione al costo dell’energia, indicate dal 24,7% degli intervistati. A brevissima distanza, con il 23,9%, c’è l’allargamento del conflitto ad altri Paesi europei o alla Nato. Seguono l’escalation tra grandi potenze (15,2%) e la sofferenza della popolazione civile ucraina (13,3%). Più in basso il coinvolgimento diretto dell’Italia, con l’invio di truppe (4,6%), e le nuove ondate di profughi (1,1%). Il portafoglio prevale, anche se di poco, sulla paura dell’allargamento militare del conflitto. Non è necessariamente disinteresse per ciò che accade fuori dai confini, perché la guerra diventa esperienza personale quando presenta il conto, attraverso le bollette e l’incertezza economica. La sicurezza geopolitica si intreccia così con quella quotidiana, con la possibilità di proteggere il proprio futuro.
Le differenze emergono con maggiore evidenza guardando alle appartenenze politiche. Tra gli elettori di Fratelli d’Italia il timore principale riguarda le conseguenze economiche (31,2%), una quota quasi identica a quella del Movimento 5 Stelle (30,6%). Nel Partito Democratico e in Alleanza Verdi e Sinistra prevale invece la paura che il conflitto travalichi i confini ucraini, indicata rispettivamente dal 30,8% e dal 34,2%. Tra gli elettori della Lega, il 24,3% teme soprattutto attacchi informatici o attentati sul territorio europeo; quelli di Italia Viva si concentrano sul rischio di un’escalation tra grandi potenze, indicato dal 60,7%.
Sono sotto-campioni ridotti, da interpretare con prudenza; tuttavia, suggeriscono che la stessa guerra venga filtrata attraverso sensibilità politiche diverse dove, per alcuni è anzitutto una minaccia al benessere materiale, per altri un rischio per gli equilibri internazionali o la sicurezza del territorio. La divisione riguarda anche il pericolo che ciascuno considera prioritario. Anche il genere segna una differenza significativa. Le donne si dichiarano più preoccupate degli uomini (82,6% contro 72,5%) e mostrano maggiore sensibilità per le conseguenze economiche (28,2% contro 21%) e per l’allargamento del conflitto (26,5% contro 21,1%). Gli uomini indicano più spesso la sofferenza dei civili ucraini (16,1% contro 10,7%) e il possibile ricorso alle armi nucleari (11% contro 3,7%). La stessa guerra suscita timori differenti, legati a modi diversi di percepire la sicurezza e le sue conseguenze.
Il dato più sorprendente è però quello generazionale. Tra gli over 65 la preoccupazione raggiunge l’87,1% e per il 58,8% è aumentata rispetto a un anno fa. Tra i giovani dai 18 ai 24 anni, invece, il 53,5% dichiara di non essere preoccupato. È l’unica fascia in cui prevale questa risposta. Inoltre, il 42,8% afferma che la propria ansia è diminuita rispetto a un anno fa, una percentuale praticamente assente nelle altre fasce d’età. Perché proprio chi dovrà convivere più a lungo con le conseguenze delle scelte compiute oggi sembra avvertire meno la minaccia? Forse pesa la mancanza di una memoria dei conflitti del Novecento. Forse una guerra protratta nel tempo e continuamente presente nelle notizie ha perso parte della propria capacità di impressionare. È il vero rischio dell’assuefazione.
Eppure, i giovani non sembrano semplicemente indifferenti. Tra quelli che si dichiarano preoccupati, il 43% teme soprattutto l’allargamento del conflitto e il 34,9% la sofferenza della popolazione civile. Non sono le ricadute economiche a occupare il primo posto, forse anche perché incidono meno direttamente sulla loro vita quotidiana, ma le conseguenze umane e militari della guerra. La questione non è quindi soltanto se i giovani abbiano paura, ma come riescano a dare significato a un conflitto che accompagna da anni il loro presente. Disinteresse, stanchezza informativa e distanza emotiva non sono la stessa cosa: comprenderne le differenze è essenziale per una generazione che dovrà affrontare le conseguenze della guerra, dalla sicurezza europea alla ricostruzione dei territori devastati.
Anche il confronto con un anno fa conferma che non siamo di fronte a un’emozione passeggera: il 43,4% degli italiani si dichiara oggi più preoccupato, il 53,1% lo è quanto prima e appena il 3,5% lo è meno. La paura si è sedimentata, diventando una componente stabile della vita pubblica e del modo in cui il Paese guarda al proprio futuro. Per la politica si apre una doppia responsabilità. Da una parte riconoscere questo terreno comune, dall’altra distinguere le paure che lo attraversano. A chi teme soprattutto il costo della vita non basta parlare di equilibri militari; a chi teme l’allargamento del conflitto non basta promettere sostegno economico. E alle nuove generazioni non basta chiedere attenzione, ma occorre aiutarle a comprendere ciò che accade e le conseguenze delle scelte di oggi sul mondo in cui vivranno domani.
E torniamo al dato iniziale dove il 77,7% degli italiani è preoccupato per la guerra in Ucraina. Una maggioranza larga e trasversale, ma non ancora una coscienza collettiva. La vera sfida non è soltanto avere paura della stessa guerra, ma riuscire a comprenderla insieme. Perché una democrazia matura non si limita a condividere l’inquietudine, ma la trasforma in confronto e scelte consapevoli.