repubblica.it, 19 ottobre 2026
Stadio della Roma, sentenza ribaltata in Appello
Assoluzioni, condanne ridotte al minimo, pene cancellate dalla prescrizione. È quanto resta – dopo il verdetto appena emesso dalla Corte d’Appello di Roma – del processo nato dalle ceneri di quello che sarebbe dovuto essere lo Stadio della Roma di Tor Di Valle.
Dell’impianto accusatorio che ipotizzava una tangentopoli romana, e che aveva travolto la politica romana, resta ben poco. Perché dopo le condanne di primo grado, che complessivamente avevano raggiunto circa trent’anni di reclusione, la Corte d’Appello di Roma ha ribaltato gran parte del verdetto. E quello che era stato ribattezzato il “sistema Parnasi” esce dal secondo grado di giudizio profondamente ridimensionato.A cominciare dalle assoluzioni.
La Terza sezione della Corte d’Appello ha cancellato la condanna a otto anni e otto mesi inflitta a Marcello De Vito, l’ex presidente dell’Assemblea capitolina che, quando era ancora in carica, era finito in carcere per sette mesi.
Assolti anche gli avvocati Camillo Mezzacapo e Luca Lanzalone, l’immobiliarista Giuseppe Statuto e il giornalista Gianluca Bardelli.
Ma è soprattutto la posizione dell’imprenditore Luca Parnasi a raccontare quanto sia cambiato il quadro giudiziario. Era lui, secondo la procura, il perno di quel sistema di relazioni, favori e presunti accordi corruttivi costruito attorno al progetto dello stadio. Aveva scelto il rito abbreviato e nell’aprile del 2024 era stato condannato a due anni di reclusione.
Adesso la pena è stata rideterminata in appena due mesi. Riduzione anche per consigliere Regionale Adriano Palozzi: da un anno e dieci mesi a otto mesi.Per altri imputati è intervenuta la prescrizione. È il caso dell’ex tesoriere della Lega Giulio Centemero e del commercialista Andrea Manzoni, nei confronti dei quali i giudici hanno dichiarato il non doversi procedere.
Un verdetto che potrebbe non chiudere definitivamente la vicenda. È probabile che la procura generale decida di impugnare la sentenza davanti alla Cassazione. Anche perché l’inchiesta aveva avuto un impatto politico e giudiziario enorme. Aveva investito il Campidoglio, coinvolto imprenditori, professionisti ed esponenti di diversi schieramenti politici. Una sorta di Mani Pulite romana, almeno nella ricostruzione iniziale degli investigatori. Le accuse, formulate dai pubblici ministeri coordinati all’epoca dal procuratore aggiunto Paolo Ielo, spaziavano dalla corruzione al traffico di influenze illecite, fino al finanziamento illecito.