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 2026  ottobre 19 Lunedì calendario

Simonetta Gola ricorda il fu marito, Gino Strada

«Se possiamo sottrarre alla guerra il corpo, il lavoro e il consenso, dobbiamo avere il diritto di farlo». Simonetta Gola lega così la proposta di legge popolare Io obietto la guerra all’orizzonte indicato da Gino Strada: rendere la guerra sempre più difficile, fino a renderla impossibile. Direttrice dell’Ufficio Comunicazione di Emergency, nell’associazione dal 2001, ha sposato il fondatore della Ong nel 2021, pochi mesi prima della sua morte. Cinque anni dopo ne custodisce la lezione, rivendicando una storia più grande.
Che cosa chiedete con questa iniziativa?
«Di riconoscere un nuovo diritto, il diritto di obiettare alla guerra, per sottrarle il corpo, il lavoro e il consenso. La leva è sospesa, non abolita: i Comuni compilano ancora le liste dei cittadini maschi dai 17 ai 45 anni che – se venisse ripristinata la leva – potrebbero essere chiamati, senza potersi dichiarare obiettori preventivamente».
La novità riguarda il lavoro.
«Sì. Chi è assunto da un’azienda civile può ritrovarsi a produrre componenti per le armi: ieri motori per tagliaerba, domani per droni. Un portuale può movimentare materiale bellico senza saperlo. La legge consentirebbe di rifiutare quel compito, venendo riallocati in altre mansioni senza perdere il posto. Chiediamo che sia riconosciuto a ciascuno il diritto di poter scegliere secondo coscienza, come avviene già in altri ambiti».
Perché è urgente?
«Perché la guerra è presentata come inevitabile. Le persone si sentono impotenti, ma possono sottrarre alla macchina bellica corpo, lavoro e consenso e devono avere il diritto di farlo. Raggiunte 50 mila firme, la proposta sarà presentata al Senato che l’assegnerà a una commissione. Se anche non dovesse essere approvata, è indispensabile aprire il dibattito».
È anche un modo per proseguire la battaglia di Gino?
«Gino parlava dell’abolizione della guerra: puntava molto più lontano. Diceva che bisognava cominciare subito, perché quando la guerra arriva è più difficile discuterne. Questa legge è un passo in quella direzione: se più persone possono tirarsi fuori, la guerra diventa più difficile, forse un giorno impossibile. Con lui non ne avevo mai parlato così: lo scenario attuale non esisteva. Pensavamo di avere liberato almeno l’Europa dalla guerra. Ora guardo i ragazzi cresciuti dentro quell’idea di pace e penso che potrebbero essere chiamati a combattere, direttamente o meno: vittime perché uccisi o perché costretti a uccidere».
Sono passati cinque anni dalla sua morte. Si chiede ancora che cosa direbbe o farebbe?
«Molte volte. Ma Emergency era la mia storia anche da prima che ci fosse la nostra storia privata: sono entrata nel 2001, dopo la guerra nei Balcani e prima dell’inizio della guerra in Afghanistan. La battaglia contro la guerra era già parte del mio impegno, anche grazie alla nonna di mio figlio, una donna straordinaria. La bussola che Gino mi ha lasciato è questa: guardarla sempre dal punto di vista delle vittime. Bisogna conoscere interessi, cultura, equilibri e geopolitica, ma se si perde quel punto di vista tutto il resto assume un peso che non dovrebbe avere».
È difficile essere riconosciuta per ciò che fa, oltre che come moglie di Gino Strada?
«Ho lavorato per Emergency vent’anni prima di sposarlo, faccio parte del consiglio direttivo ed esecutivo di Emergency dal 2009; ho un figlio grande, una madre con l’Alzheimer, studio, insegno, porto avanti un lavoro impegnativo. Dopo la sua morte non ho avuto un vero tempo per il lutto: era agosto e, passate le vacanze di Natale, consegnai il libro che aveva lasciato incompiuto. Poi ho continuato. Sono felice di averlo amato e di essere stata amata da lui: è una parte enorme della mia vita che convive con molte altre cose».
Che cosa le ha dato il vostro amore?
«L’accesso ai suoi pensieri più profondi e a un modo di intervenire nel mondo che non conoscevo. In pubblico poteva usare l’ironia, il cinismo, perfino una certa durezza. Nel privato ho conosciuto la sua intensità e visto quanto fosse assoluta la sua concentrazione sulle vittime. Non l’avevo mai incontrata in nessun altro. Cerco di portarla con me: è il punto di partenza».

Quando ha capito che sarebbe stato un amore importante?
«Durante la nostra prima vacanza, in Francia, poco dopo esserci messi insieme. Eravamo molto diversi, eppure non mi era mai successo di sentirmi tanto allineata con qualcuno. Conoscevo le sue patologie. Mi chiamava “Kami”, da kamikaze, forse perché sapeva che anch’io mi stavo lanciando in quella storia senza protezioni».

Nella vita di Gino c’erano Teresa Sarti e la figlia Cecilia. Come si entra in una storia così importante senza sentirsi un’intrusa?
«Siamo tutti anche il risultato delle persone che abbiamo amato. Gino era quello che era anche grazie a Teresa; io per la mia vita precedente e per mio figlio. Fu Teresa a farmi il colloquio per entrare in Emergency: lavorai con lei sui progetti per le scuole, le volli bene. Quando Gino e io ci siamo messi insieme erano trascorsi nove anni dalla sua morte, con tutta la vita che c’è stata per entrambi. Con Cecilia avevo lavorato quando è stata presidente di Emergency e poi ci vedevamo a casa nostra. Ci sono stati momenti complessi e momenti di grande affetto, come in tutte le famiglie».

Qual è l’immagine che meglio racconta chi fosse Gino?
«Lo rivedo nel 2020, in pieno Covid, quando non c’erano ancora i vaccini. Era già molto fragile, ma gli chiesero di aiutare in Calabria: non poteva lavorare in ospedale, ma volle andare a vedere il lavoro dei colleghi. Si esponeva a un rischio enorme per le sue condizioni di salute, ma sentiva la responsabilità del team e dell’affetto e della fiducia dei calabresi».
E il chirurgo?
«La prima volta che lo vidi operare al cuore, in Sudan, lo guardai in modo diverso. Lì vidi la sua passione. Apriva il torace, fermava il cuore, guidava ogni gesto con precisione e poi diceva “vai”: il sangue riprendeva a circolare e il cuore ripartiva. In sala operatoria sembrava di nuovo il ragazzo di trent’anni. Pensai: sa davvero fare questa cosa. Sa dare alla vita un’altra possibilità».
È mai riuscita a ribellarsi alla sua eredità, almeno nelle piccole cose?
«Gino preparava il brodo, cominciava la mattina per servirlo a cena. Impiegava otto ore. Io uso il dado. Quando lo metto nell’acqua, o compro la pasta corta invece di quella lunga, penso a quanto protesterebbe. Predicava che bisognava mangiare bene, salvo poi fumare e bere».
Quale parte del futuro sente più sua?
«La costruzione di una cultura di pace, cominciando dai bambini. Quando Teresa mi assunse lavoravo già con le scuole. Oggi sento il bisogno di tornarci con strumenti nuovi anche grazie alla collaborazione con Reggio Children: educazione, ascolto, collaborazione, partecipazione. Sto seguendo anche un programma presso un’università americana sull’organizzazione delle comunità e il cambiamento sociale. Mi interessa un metodo che aiuti le persone non solo a sostenere una causa, ma a diventare autrici del cambiamento. Curare le vittime è indispensabile; se ci limitiamo a riparare il danno, però, accettiamo che si ripeta. La cultura di pace può essere un antidoto alla guerra, purché diventi un modo diverso di vivere insieme».
Dove si immagina tra altri cinque anni?
«Finché lavorerò in Emergency sarà difficile immaginarmi senza Gino. Il suo modo di guardare l’uguaglianza e i diritti è stato un insegnamento. Ma vorrei che, fra cinque anni, parlare di guerra fosse meno urgente. Gino diceva che Emergency avrebbe dovuto lavorare per rendersi inutile. Significherebbe che non ci sono più feriti da curare, né guerre da abolire. È un orizzonte lontanissimo. Proprio per questo bisogna cominciare a camminare».