Corriere della Sera, 19 ottobre 2026
Intervista a Giovanni Floris
Giovanni Floris, i suoi genitori hanno potuto studiare?
«Sono stati i primi laureati della famiglia. I miei nonni avevano fatto grandi sacrifici per farli studiare. I genitori di mia madre erano contadini di Cortona. Mio padre, sardo di Nuoro, conobbe suo papà solo quando aveva sei anni: era stato prigioniero degli inglesi in Kenya. Ma perché me lo chiede?».
Lei apre il suo nuovo libro che Solferino pubblica domani – “I fuori classe. Scegliamo: ignoranti o liberi?” – raccontando che molti tra i padri e le madri della Repubblica non avevano potuto studiare.
«È così. Giuseppe Di Vittorio perse il padre a dieci anni per un incidente sul lavoro e andò a faticare nei campi. Achille Grandi, fondatore delle Acli, a undici anni era già praticante tipografo. Teresa Noce la misero nell’ultima fila, quella detta delle “povere infelici”, e con il suo impegno si guadagnò il primo banco».
Nenni trovò un modo per evitare il seminario.
«Sbottò in una bestemmia. Ma il seminario era l’unico modo per studiare. Nenni rimase un autodidatta per tutta la vita. Eppure quella generazione di leader politici, anche se non erano andati a scuola – o forse pure per quello —, nella scuola credevano profondamente».
E adesso?
«Adesso abbiamo Salvini che, la notte prima degli esami del 2022, su TikTok fa gli auguri ai giovani maturandi: “Pronti a copiare?”».
Salvini è vicepremier e lei Floris è considerato antigovernativo, com’è considerata quasi tutta La7.
«Chi fa il mio mestiere deve essere critico. Io sono sempre stato critico con tutti i governi. Lasciai la Rai quando c’era Renzi, non Berlusconi. Sono stato critico con il governo gialloverde, con quello giallorosso, con Draghi, ora con Meloni. Un giornalista ha il dovere di essere critico. Un talk show che dicesse “quanto è bravo il governo” non sarebbe visto neppure dagli elettori del governo».
Il suo talk show, in effetti, supera spesso il 10% di share; sulle altre reti non accade. Ma perché non invita in studio più politici di destra?
«Magari venissero. È che non vengono. O vogliono mandare chi vogliono loro. Ma non funziona così: è il giornalista che sceglie l’ospite, non viceversa».
Cosa facevano i suoi genitori?
«Mia madre Anna Maria insegnava italiano e latino al liceo Tasso, gli allievi vengono ancora a trovarla. Mio padre Bachisio, che non c’è più, era funzionario di banca. Dopo la laurea alla Luiss, nel 1991, ebbi due offerte di lavoro: dall’Unione industriali e dalla Banca di Roma. Mio padre sbottò sincero: in banca, no».
Perché?
«Perché la sua passione era un’altra. Scriveva sceneggiature per il cabaret, in particolare per i Brutos, che venivano a provare a casa nostra: certi schiaffoni sulla nuca...».
Restava l’Unione industriali.
«La notte prima di andare a firmare il contratto, sognai di fare il giornalista: scrivevo a macchina, in zona di guerra. Svegliai i miei genitori: “Io domani non vado”. Risposero: “Finalmente l’hai capito!”».
Lei era a New York l’11 settembre 2001.
«Il 2001 è stato lo spartiacque della mia vita: il matrimonio, con una compagna d’università; lo scudetto della Roma; il G8 a Genova; e l’11 settembre. Ero a New York a sostituire il corrispondente, Longo, che era in vacanza. C’erano solo Borrelli per il Tg1 e Angelini per il Tg2. Io facevo il Tg3, la radio e i collegamenti con Santoro e le altre trasmissioni. Furono Di Bella, direttore del Tg3, Ruffini, della radio, e Mimun, del Tg2, a volermi come corrispondente. Durò un solo anno, nel 2002 nacque Ballarò».
Come trova l’Italia di oggi?
«Un Paese incupito».
Vannacci?
«Dice le stesse cose che diceva Giorgia Meloni quattro anni fa. Fratelli d’Italia 2.0».
Remigrazione, sostituzione etnica. Sono parole, lei scrive, che non significano nulla, perché impossibili da trasformare in fatti. Esprimono un’ideologia, non un programma.
«Sono espressioni tanto perentorie nel tono quanto prive di significato. Ci metta anche pizzo di Stato e amichettismo: parole che suggeriscono sia possibile risolvere i problemi più gravi senza affrontarli».
L’educazione affettiva
«È assurdo che a 14 anni rispondi dei reati ma non puoi scegliere di seguire un corso sulla sessualità»
Tra un anno, forse prima, si vota. Non crede che la Meloni rivincerà?
«Non è detto. I camionisti, gli agricoltori, gli studenti: l’Italia è stanca. I risultati non si sono visti. Ed Elly Schlein e Conte non vanno sottovalutati».
Nel libro lei dedica un capitolo ad analizzare il celebre discorso della Meloni: “Sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana...”.
«È un discorso che in sé non significa nulla. Puoi essere una donna fascista, comunista, liberale. Puoi essere una madre progressista o conservatrice. Cristiani lo siamo un po’ tutti: parola di Benedetto Croce. E siamo tutti italiani».
Eppure quel discorso ha funzionato.
«Ha contribuito a farle vincere le elezioni. Perché Giorgia Meloni ha delegato alla propria identità personale il contenuto della sua proposta politica. E nella prossima campagna elettorale lo rifarà».
Cioè?
«Siccome il bilancio è deludente, la premier punta sull’identità. Sui princìpi».
Dall’altra parte la sinistra appare divisa, ad esempio sull’Ucraina.
«È un tema molto importante. Ma nessuno voterà sull’Ucraina. Nessuno voterà sui programmi. Forse accadeva una volta. Adesso a un politico si chiede: dimmi con chi vai».
La Meloni andrà con Vannacci?
«Guarderà i sondaggi, e deciderà. Però, imbarcando il generale, rischierebbe di mobilitare l’opposizione. Un po’ com’è accaduto al referendum».
Uno dei temi di mobilitazione è la scuola, che è anche l’argomento centrale del suo libro.
«La scuola, e non certo le armi, è la priorità. Merita maggiori investimenti, se non vogliamo diventare un popolo di ignoranti armati. Purtroppo abbiamo un ministro, un professore universitario, Valditara, che chiede alle famiglie: dateci il permesso di insegnare le cose».
Si riferisce all’educazione affettiva, che in effetti richiede l’assenso delle famiglie?
«Sì. Siamo all’assurdo per cui a 14 anni sei responsabile delle tue azioni, e puoi persino finire in galera, ma non puoi decidere se seguire un corso che ti insegna la sessualità nel rispetto degli altri. E abbiamo una ministra dell’Università che insulta gli studenti critici: “Siete solo dei poveri comunisti!”».
Lei scrive: “Attenti ai leader che fanno ridere”.
«Il buffone è sempre stato una figura del potere, della politica. Era quello che poteva ridere del sovrano, che poteva additarne i difetti, talora a costo della vita. È il ruolo dei giornalisti, nella democrazia moderna. Ma quando è il leader stesso a far ridere – Milei con la motosega, Trump che balla Ymca – allora c’è da preoccuparsi. E i risultati della politica di Trump e dei suoi alleati sono sotto gli occhi di tutti: guerre, inflazione, migrazioni, rinuncia ad affrontare il cambio climatico, minaccia nucleare».
Gli autocrati, secondo lei, “esaltano l’ignoranza come purezza e screditano la cultura come prevaricazione e inganno, e in questo modo tengono il popolo dove vogliono che stia: in basso”.
«Certo. Gli autocrati non aspirano a migliorare le masse popolari, ma a peggiorarle. Hanno bisogno di un’umanità priva di senso critico».
Lei però racconta anche del dibattito cui ha assistito, in cui due esperti di geopolitica si compiacevano del proprio linguaggio oscuro, del proprio tono tecnico, per addetti ai lavori.
«Una signora seduta dietro di me chiese sottovoce al marito: “Ma insomma... che stanno a dì!”. E lui, secco: “Che Trump è un cojone”. La cultura non ha niente a che vedere con le lauree o con la capacità di citare Proust in francese. Per Lévi-Strauss, cultura è tutto quello che non è natura, compresa ad esempio la cucina. Una cultura la abbiamo tutti. Il punto è: quale cultura vogliamo? In quale mondo desideriamo che crescano i nostri figli, i nostri nipoti?».
Il suo libro apre una collana Solferino, da lei diretta, intitolata “Le scelte”. Scorro i primi titoli. Giuliano Amato invita a scegliere tra partecipazione e dittatura. Matteo Maria Zuppi tra luoghi comuni e bene comune. Mi pare che la risposta sia implicita.
«Lo sarà per lei. Ma per moltissimi italiani non lo è. Prenda ad esempio il libro postumo di Emma Bonino, che ci ha consegnato il testo prima di lasciarci: “Europa è patria. Scegliamo: forti o sovranisti?”. Questa è la scelta decisiva. E la sfida è apertissima».
Tra gli autori della collana – Walter Veltroni, Lella Costa, Amalia Ercoli Finzi e Elvina Finzi, Franco Gabrielli, Marina Calculli, Barbara Gallavotti, Ilaria Capua – c’è anche la sua grande scoperta televisiva: Elsa Fornero. Salvini diceva che era antipatica.
«La simpatia è sopravvalutata. La competenza invece può avere un grande avvenire. Dipende da noi».