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 2026  ottobre 19 Lunedì calendario

In Georgia è Ossoff-mania: per tanti già l’anti Trump

La «O» del logo elettorale del senatore Jon Ossoff ricorda quella della campagna di Obama, anche se le tre linee rosse che la attraversano evocano più un mantello da Superman che una collina all’orizzonte. A insistere sulla somiglianza sono soprattutto i suoi detrattori: il rivale repubblicano Mike Collins lo accusa di pensare già alla Casa Bianca e di voler abbandonare la Georgia. Ossoff nega di voler correre nel 2028, ma il suo nome è ormai tra quelli più discussi per la nomination democratica, tanto da aver raggiunto brevemente, in autunno, il primo posto su Kalshi, il mercato delle previsioni. Intanto, il 3 novembre è ampiamente favorito per la riconferma al Senato, nonostante la Georgia abbia eletto Trump due anni fa: lo aiutano anche le controversie che coinvolgono il rivale, dalle rivelazioni su contenuti razzisti e antisemiti pubblicati da persone nella sua cerchia a un’indagine sul presunto uso improprio di fondi pubblici.
Dopo la sconfitta del 2024, i democratici cercano disperatamente un leader capace di ricompattare le diverse anime del partito e di contrastare Trump. Il 39enne Ossoff incarna una formula che combina moderazione sulle politiche e durezza contro il presidente. Ad un comizio ad Atlanta, sabato sera, il senatore ha attaccato Trump per la corruzione, l’incompetenza e la gestione della guerra in Iran. Poi ha affondato il colpo: «Forse avete visto che ieri era a Dalton. Incurante del crollo della sua presidenza. Una folla più piccola di questa ha dovuto sopportare due ore di farneticazioni senili, mentre il prezzo del petrolio raggiungeva il massimo degli ultimi cinque mesi». Il talento di Ossoff di individuare i punti deboli dell’avversario e colpirlo (come fa Trump), però con eloquenza, sta conquistando molti democratici. In un altro comizio, criticando il presidente per la guerra, Ossoff ha fatto una battuta sulla collaboratrice Natalie Harp, che ha riacceso speculazioni sulla sua infedeltà coniugale, mostrando come non abbia paura di colpire sul piano personale.
Il nome Ossoff fu probabilmente abbreviato a Ellis Island («Da qualcosa come Ossoffsky», ha detto in un’intervista); il padre è ebreo di origini russo-lituane, proprietario di una casa editrice specializzata, la madre australiana ha co-fondato una no-profit che favorisce l’elezione di donne di entrambi i partiti. Da giovane ha lavorato con John Lewis, storico leader dei diritti civili e deputato democratico, prima di gestire una società di produzione di documentari investigativi sulla corruzione internazionale. Dopo una sconfitta alle elezioni per la Camera nel 2017, ha vinto il ballottaggio per il Senato nel 2021 (con il 50,6%), contribuendo, insieme a Raphael Warnock, a garantire ai democratici il controllo dell’Aula. Da allora ha costruito la sua reputazione attraverso le indagini e il controllo sul governo, interrogando ministri di Trump e denunciando conflitti d’interesse e abusi. A questo ha aggiunto, da poco, attacchi più duri al presidente.
Si vede che è un documentarista: la sua immagine è studiata, dalle luci alle inquadrature dal basso che ne valorizzano la mascella. Padre di due bambine di 5 e 1 anno, trasmette ai democratici un senso di energia generazionale (e molte fan lo trovano attraente). Nel comizio di sabato una ragazza è scoppiata in lacrime di gioia; un’altra esultava dopo essere riuscita a stringergli la mano. «È come fare una doccia pulita», ha detto una sostenitrice, cercando di spiegare il sollievo di sentire finalmente qualcuno criticare Trump con chiarezza.
Ci sono potenziali punti deboli. Certe sue posizioni gli consentono di rivolgersi agli indipendenti e ad alcuni repubblicani, ma lo espongono alle critiche della sinistra. Ha respinto proposte dell’ala progressista come Medicare for All (lui vuole ampliare la copertura sanitaria ma non eliminare le assicurazioni private); sulla sicurezza delle frontiere e sulle deportazioni, pur criticando gli abusi di Trump, sostiene misure di contrasto, a volte votando con i repubblicani. Ha votato a volte contro a volte a favore sulla fornitura di armi a Israele. La più grande incognita è che per ora si muove in contesti studiati (il suo staff sorvegliava che i giornalisti non gli facessero domande alla fine del comizio di sabato), ma l’ex stratega di Obama, David Axelrod, diceva che una campagna presidenziale è come una «radiografia dell’anima». Se deciderà di fare il salto nel 2028 dovrà improvvisare, fuori dal copione.