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 2026  ottobre 19 Lunedì calendario

Prezzi, i forni calabresi si uniscono alla protesta. Ora è sciopero del pane

Non di solo gasolio, ma anche di pane vive la protesta che sta scuotendo il Mezzogiorno d’Italia. In Calabria, dove tutto è cominciato, i panificatori della provincia di Cosenza sono scesi in strada al fianco degli autotrasportatori e il 16 ottobre scorso hanno cominciato una «rivolta del pane» con la serrata dei loro panifici. La data non è stata scelta a caso. Il 16 ottobre è la «Giornata mondiale del pane fresco e artigianale» (non del pane industriale, che non c’entra nulla con la ricorrenza voluta nel 1981 dalla Fao, l’agenzia Onu per l’alimentazione e l’agricoltura).
Lo «sciopero del pane» doveva durare due giorni, ma proseguirà almeno fino a domani. Gli artigiani della nobile «arte bianca» sono così diventati i protagonisti al contrario del manzoniano assalto ai forni nella Milano del 1628. Oggi sono loro a protestare, schiacciati tra rincari delle materie prime e diktat della grande distribuzione. Gli 873 panificatori della provincia di Cosenza sono tutti piccoli artigiani titolari di aziende a prevalente conduzione familiare. Hanno tutti gli stessi problemi, ma per convincerli a chiudere i rispettivi panifici c’è voluta come al solito un’avanguardia: trentuno panificatori più decisi degli altri. Tutti dell’Alto Ionio cosentino, si sono accampati sulla statale 106, nella verdeggiante piana di Sibari, a due passi dal grande parco archeologico della Sibaritide e a 2.700 anni dalla grande storia di una delle città magnogreche più potenti del Mediterraneo.
È qui che li troviamo. Hanno panifici dallo Ionio al Tirreno, alla Sila. E fanno causa comune con i camionisti. Anche con quelli «di passaggio» come Salvatore, che è siciliano e si è aggiunto al blocco stradale con il suo camion cisterna carico di 300 quintali di vino primitivo proveniente da Mesagne, Brindisi, e destinato a essere imbottigliato a Salemi, Trapani. Polizia e carabinieri han ben poco da fare in questa giornata di sole e ancora meno a mezzanotte, quando i fari dei camion illuminano la strada e il fornello a carboni in cui si arrostiscono costolette d’agnello e salsiccia di vitello. Ma i problemi, i motivi della protesta, sono maledettamente seri.
«Purtroppo, dal primo novembre saremo costretti ad aumentare il prezzo del pane da 3 euro al chilo a 3,80 – dice Giuseppe Monti, che ha due panifici, a Villapiana e a Cerchiara —. Il costo della carta e della plastica è aumentato anche del 50 per cento. Un litro di gas oggi costa 1,10 euro, cioè 70 centesimi in più. Per la farina da metà settembre l’aumento è stato di 10 euro al quintale: oggi quota 60 euro. E poi la corrente elettrica, e in generale il carovita, che porta, giustamente, i dipendenti a chiedere aumenti di stipendio».
I panificatori artigianali lavorano di notte, poiché per un vero pane artigianale bisogna rispettare il ciclo completo della lievitazione. Questo significa impiegare più tempo, cioè più forza lavoro, e quindi assumere due persone invece di una. Ma trovare chi voglia fare questo lavoro è sempre più difficile. «Occorrono agevolazioni contributive per le assunzioni, altrimenti questo mestiere, che richiede una passione particolare, scomparirà», dice Pino Cesarini, che nel suo panificio lavora con tre parenti e due dipendenti. «Da noi – spiega Eugenio Bettarini Briatico, di Francavilla Marittima – lavoriamo io e mia moglie più cinque dipendenti, tutti in regola, che guadagnano tra 1.200 e 1.800 euro al mese. Due di loro sono marocchini, madre e figlia. Purtroppo in questa situazione non possiamo pagare salari più alti. Abbiamo cercato di coinvolgere anche la Regione, ma sembrano troppo occupati a erogare finanziamenti per il fotovoltaico e l’eolico industriali».
La «rivolta del pane», come quella degli agricoltori, è anche contro la Grande distribuzione organizzata. «È un cancro, ci uccide – dicono Mario Tufaro, di Amendolara, e Pietro Perri, di Sibari —. Sa cosa ci hanno detto i supermercati? Se aumentate il pane di 80 centesimi, la metà dell’aumento va a noi. Altrimenti non ne prendiamo. Scandaloso». E il «reso», cioè il pane invenduto? Solo a sud di Roma viene restituito al produttore. Forse è anche questa una delle ragioni della mobilitazione dei panificatori soltanto nel Sud. «Se cediamo 10 chili di pane al rivenditore a 2,20 euro, dovremmo incassare 22 euro – spiega Leonardo Converti, di Cerchiara —. Ma se ne restano invenduti tre chili, in realtà avremo incassato 15,40 euro. Morale: i nostri 10 chili di pane li abbiamo venduti non a 2,20 ma a 1,50 al chilo». La conclusione del ragionamento la svolge Vincenzo Martorano, anch’egli di Cerchiara: «Il “reso” conviene a chi produce pane industriale, perché compra farine meno costose e lavora sulla quantità. A noi artigiani ci distrugge».
L’altro problema è la qualità della materia prima, il grano. Sotto la definizione di «grano italiano» si spaccia di tutto. I panificatori lo sanno bene, e i camionisti, che frequentano porti e mulini, lo sanno ancora meglio. Antonio Nicoletti, autotrasportatore da una vita, dice: «Questa protesta sta mettendo a nudo problemi profondi. Ecco perché in giro non c’è una sola telecamera di qualche tv pubblica o privata». In realtà, una radio Rai che se ne occupa c’è. È Radio Arbereshe International, della comunità italo-albanese, sede a Corigliano Calabro.