il Fatto Quotidiano, 18 ottobre 2026
Vincenzo Latronico parla di sé e dei suoi libri
Sigaretta artigianale spesso tra le dita: “Non è una canna, ho chiuso con quella roba”. Tazza di caffè a disposizione. Di prima mattina è perfetto pure nelle apparenti imperfezioni: capelli ordinati con ricciolo birichino di lato, giacca stirata e maglietta, sorriso, occhiali dorati. Orecchino ampio. Altro sorriso. Tra il potenziale effetto del dannato e la lontana eco del radical chic, vince il volto del millennial appagato di se stesso, di ciò che ha costruito.
Vincenzo Latronico è un costruttore di storie. Di storie di successo, di premi letterari conquistati e aspirati (è arrivato alla dozzina dello Strega e finalista all’International Booker Prize 2025), di pubblicazioni all’estero, di interviste rilasciate su quotidiani internazionali, in primis il Guardian; è un “costruttore” perché il caro vecchio “mattone” è una sua dipendenza, un parametro esistenziale (“mi addormento sui siti di case”) e quel parametro è il filo d’Arianna dei suoi romanzi, compreso l’ultimo, Una splendida rovina, che continua a traghettarlo verso l’ascesa all’attico dei letterati.
Quante presentazioni?
Con l’ultimo sto a 25 in un mese; però sono ancora in giro pure con il vecchio romanzo (Le perfezioni): due settimane fa ero in Svezia alla Fiera del libro e in un solo giorno ho rilasciato sei interviste su un libro che ho scritto cinque anni fa.
All’estero si focalizzano su punti diversi rispetto all’Italia?
È difficile, perché Le perfezioni ha cinque anni e nel frattempo non so quanto è cambiato in me; è un po’ come un percorso di analisi: se parli della stessa cosa per un lungo periodo poi inizi a vedere, o scoprire, sfumature differenti. E ciò lo rende affascinante.
Ma all’estero?
Per questioni sociologiche Le perfezioni, in Italia, è stato percepito come una sorta di testimonianza da un mondo lontano (è ambientato a Berlino, ndr); mentre nei Paesi come Inghilterra, Stati Uniti, Scandinavia, o nella stessa Germania, le persone l’hanno inquadrato sotto un “parla di noi”.
Cambia la prospettiva.
In Italia le domande sono più astratte: in qualche modo trattano la vita dei nomadi digitali di Berlino allo stesso modo dei minatori delle Ardenne.
Italia o estero, in entrambi i casi le storie d’amore sono spesso trainanti per suscitare interesse.
Cerco di staccarmene in pochino, anche se c’è nell’ultimo romanzo; (pausa) l’amore resta un tema importantissimo, ma per questo di solito vengono messe in secondo piano altre storie decisive come le vicende professionali o le idee (pausa).
In quanti Paesi è uscito Le perfezioni?
Le lingue tradotte sono 31, mentre i Paesi 50.
Sta girando il mondo.
Ora vado in Indonesia; (pausa) andare a Barcellona o Stoccolma è incredibile, ma trovi più o meno lo stesso pubblico di Torino, mentre in Paesi come l’Uruguay scatta una forte sfida cognitiva perché non si ha idea di cosa susciti il proprio libro in quel tipo di esistenze.
Spiazzato.
In Uruguay si è alzato un uomo avanti con gli anni e mi ha posto una domanda che ha totalmente rovesciato il mio libro: ‘A me non sembra un romanzo che parla di Internet e di Berlino. Secondo me l’argomento è il lutto di una generazione che non può più fare il ’68’.
Risposta?
Verissimo. E non me ne ero accorto.
Lei ha tentato un piccolo ’68 a Milano…
Sono cresciuto in una famiglia in cui l’attività politica era considerata come lo sport: essenziale. E il mio primo romanzo l’ho dedicato al G8 di Genova, nonostante io non ci fossi stato.
E Milano?
Ero parte di una realtà, la Stecca degli Artigiani, organizzata dentro a uno spazio occupato. Oggi in quello stesso spazio sorgono le torri del Bosco Verticale e questo già spiega benissimo come è finita quell’esperienza.
Una delle accuse che spesso le rivolgono è di parlare di ragazzi borghesi, finti rivoluzionari. Un po’ come i ribelli universitari accusati da Pasolini.
Non è del tutto vero: ne La cospirazione delle colombe uno dei protagonisti è un ragazzo albanese arrivato in Italia con una borsa di studio; (pausa, assai lunga) ‘borghese’, lasciato come singola parola non qualificata, è realmente pertinente rispetto alla realtà di cui parlo. Sicuramente sono persone privilegiate, però appartengono a quella classe media impoverita, quella che Raffaele Alberto Ventura (sociologo, ndr) definisce la ‘classe disagiata’.
La classe media impoverita ha tratti comuni?
La questione nelle grandi città, e non solo in Italia, è se hai un posto dove abitare o no. Uno dei due protagonisti de Una splendida rovina è un laureato con un mutuo e secondo i parametri degli anni 80 sarebbe stato un borghese, mentre oggi non lo è, perché non riesce a pagarlo.
Ha dichiarato di avere un pessimo orecchio per i dialoghi. Anche nell’ultimo romanzo non ce ne sono.
(Silenzio) Ho deciso di smettere di sbattere la testa su questo aspetto; ascolto le persone, e ricordo quello che dicono, ma non come lo dicono.
Altre accuse ricevute?
Secondo alcuni uso poco lo strumento dell’empatia per avvicinare il lettore ai personaggi e per questo vengono definiti romanzi ‘freddi’.
È vero?
Mi piace raccontare con questo stile. Da ragazzo la mia più grande passione letteraria è stata Balzac che non raccontava personaggi cari e simpatici: a me interessa la sintonia tra chi racconta la storia e il lettore, un po’ come quando si è a tavola e si tramandano grandi aneddoti.
Confonde mai realtà e sogno?
Per dormire prendo tante medicine: non ricordo mai nulla.
Chi dorme poco di solito vive tutto sfumato.
Io svengo.
Nel libro parla di droghe, bugie, depressione, fughe.
La questione delle droghe per me è legata a Berlino, specialmente per chi vive ai margini; comunque ci sono più droghe nei miei libri che nella mia vita.
E qui saranno contenti i suoi genitori.
C’è stato un periodo di gioventù berlinese in cui ho fatto molta ‘festa’. Ora sono un felice uomo di mezza età.
Le bugie?
È un meccanismo narrativo incredibile: ne basta una per far partire una storia. Se uno inizia un romanzo con una persona che si rivolge a un’altra con una menzogna e il lettore sa che è tale, la storia è già avviata.
Ne è affascinato.
Il romanzo è una serie di balle. E la mia prima passione narrativa l’ho scoperta da ragazzino, quando ne raccontavo di straordinarie: lì ho capito quanto mi piaceva inventare storie.
Le interessa la sospensione dell’incredulità?
Il lettore deve sempre aver chiaro che ha davanti una storia; nel mio secondo romanzo ero ancora un ragazzo che le sparava grosse, quindi ho utilizzato la terza persona fino a pagina 60 o 70, poi all’improvviso ho raccontato di una manifestazione per lo sgombero di un palazzo e nell’elenco dei presente ho inserito un ‘c’ero pure io’. E l’‘io’ entra nella storia.
In teoria un errore.
Ho pensato: è inventato, posso fare quello che voglio.
Padrone.
Quando scrivo, al lettore non intendo nascondere che dietro la pagina c’è un burattinaio, piuttosto desidero che il lettore sia intrigato dal burattinaio.
Si ritiene un burattinaio.
(Silenzio) Chi scrive lo è. Poi ci sono alcuni scrittori che hanno il vezzo di nascondere i fili.
I fili li porta nella vita?
Mai.
Testa le storie sugli amici?
Da ragazzo. Ma non sono uno che tiene banco a cena.
Da conosciuto, come è cambiato il rapporto degli altri verso di lei.
Non sono così famoso, al massimo se un amico mi dà da leggere qualcosa di suo capisco che si aspetta la ‘ricetta’ per pubblicare all’estero, magari in Inghilterra. Ma non la conosco.
Come andava a scuola?
Bene nelle materie che non mi chiedevano troppo sforzo: ero pigro. Amavo le materie scientifiche.
Scientifiche?
Portato per la matematica; poi a 17 anni sono finito in Bompiani per uno stage accanto a Elisabetta Sgarbi.
Diplomato con…
100, ma sono arrivato agli esami in carrozzina perché una macchina mi aveva investito: dell’orale non ricordo nulla, ero sotto sedazione. Dopo l’esame sono tornato in ospedale.
Si piace?
Ora sono abbastanza contento di me; è come se da bambino mi avessero regalato dei vestiti troppo grandi, e a forza di crescere siano diventati giusti.
Da qui a 10 anni cosa vorrebbe realizzare?
Costruire una casa a mano.
Nel libro racconta di costruzioni a mano.
Sono esperienze personali reali.
Sa intonacare.
Una baita saprei realizzarla da solo.
Guarda i siti immobiliari?
La sera, prima di dormire, magari studio gli appartamenti sopra i 2 milioni di euro in vendita a Oslo.
Alcuni suoi colleghi non ritengono i classici fondamentali per la scrittura.
È un approccio molto statunitense: lì la scrittura creativa è priva di diacronia. Viene considerata la tecnica, magari vengono studiati i classici, ma senza contestualizzarli in un arco. Senza genealogia.
E…?
Alcuni risultati sono straordinari.
Ci sono vocaboli che detesta per l’eccessivo utilizzo?
Tipo ‘resilienza’?
C’è pure distopico…
Sono parole che indicano aspetti di cui è importante parlare. Mi danno più fastidio le parole generiche tipo ‘è un tema…’. Resilienza è stata sbandierata in troppi contesti, ma resta un vocabolo preciso.
Nella scrittura la influenza il politically correct?
Non lo percepisco come così presente.
Nel cinema lo è.
Rappresentazioni di genere e di sessualità diverse dall’eterosessualità sono una questione realista.
È recentemente uscito un libro sui termini degli anni 80 ormai morti.
Da traduttore mi sono interrogato su un aspetto mentre lavoravo su Il ritratto di Dorian Gray: a un certo punto c’è un personaggio, proprietario di un teatro, estremamente avaro, schifoso, ciccione, sempre mal vestito, che sfrutta un’attrice di cui si innamora Dorian Gray. Questo personaggio appare solo in una scena e Wilde lo presenta come ‘un ebreo’. E ogni volta che lo nomina è ‘l’ebreo’.
Quindi?
Ho deciso di toglierla.
Perché?
All’epoca il termine non aveva le connotazioni di oggi: all’epoca l’antisemitismo era molto diffuso nella società e nel pubblico di Wilde, quindi la stessa parola che allora risultava neutra oggi è diversa.
Come lo ha tramutato?
Ne ‘il proprietario del teatro’ ma in nota ho lasciato ‘ebreo’; e ancora: il braccio destro de il Conte di Montecristo era un uomo nero. Dumas era mulatto. E Dumas non utilizza né noir né termini insultanti, ma una parola stranissima: nubiano. Che risale ai Romani. Sono andato a chiederlo a Dany Laferrière, ex membro dell’Académie française, e mi ha spiegato: ‘Secondo me ha scelto un termine senza connotazioni politiche, risalente a un’epoca in cui il colore delle persone non era un tema’.
Detto questo?
Non penso al woke perché nei libri non uso parole non mie.
La sua ossessione?
L’immobiliare.
Il suo talento?
Imparo in fretta. Poi mi stufo.
Lei chi è?
Un felice uomo di mezza età.