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 2026  ottobre 18 Domenica calendario

Toni Servillo parla della sua carriera

Oggi siamo con un grande attore italiano che nessuno conosce come Marco Antonio Servillo, nato ad Afragola, ma come Toni Servillo, tra l’altro fratello di Peppe Servillo, famoso musicista.
Lei ha cominciato occupandosi di opera lirica?
«No, no, ho cominciato con il teatro di prosa e nel corso del lavoro fui avvicinato da un grande sovrintendente della Fenice, Mario Messinis, che vide un mio allestimento de Il misantropo di Molière e mi chiese se fossi interessato a fare una regia lirica».
Lei ha fatto “Sabato, domenica e lunedì” di Eduardo de Filippo, la “Trilogia della villeggiatura” di Goldoni, “Elvira”, uno spettacolo dedicato a Louis Jouvet… Il teatro abita ancora la sua vita?
«Totalmente. Non ho mai considerato il teatro un’anticamera per il successo cinematografico; anzi, il cinema è arrivato abbastanza tardi nella mia vita, avevo già una quarantina d’anni e avevo già tanti anni di palcoscenico. Non ho mai saltato una stagione teatrale per fare un film».
Qual è la differenza tra lavorare in teatro e fare un film?
«Credo che il cinema sia sostanzialmente una faccenda del regista. L’attore può illuminare una porzione importante di un film con il suo talento, con la sua personalità, il suo impegno, come fa un grande direttore della fotografia dando la luce a un film o come fa un grande autore di colonne sonore, però colui che porta nel cuore dello spettatore il senso ultimo di un’opera cinematografica è il regista, perché è colui che prima la pensa e la scrive; c’è poi il momento delle riprese e poi un altro momento di scrittura molto importante che è il montaggio. Su tutto questo il regista ha un controllo totale che determina la sua piena autorialità su un’opera cinematografica. Tutto ciò nel teatro attiene invece al lavoro dell’attore».
Nel tempo il personaggio migliora?
«Se si è fortunati sì, ma può anche peggiorare. Fatto sta che l’atteggiamento non è quello routiniero di ripetere sempre la stessa cosa, ma di lavorare in maniera costante prendendolo da angolature diverse, aggiungendo e togliendo qualcosa alla tua relazione con il personaggio che viene dalla sollecitazione che il tuo rapporto riceve dalla quotidianità, dai diversi incontri con il pubblico. Recitare è un mestiere e come tutti i mestieri ha una componente artigianale; questo significa che il progetto che si ha davanti, nel nostro caso il personaggio, è suscettibile di aggiustamenti, modifiche, accorgimenti».
Ci sono film in cui hai impersonato figure molto complesse: diventi Andreotti ne “Il divo”, Silvio Berlusconi in “Loro”, immagino Mattarella nel film “La grazia”.
«In La grazia la figura del Presidente della Repubblica non è ispirata a Mattarella. Tradisce il fatto che abbiamo una grande simpatia per il Presidente Mattarella, ma il calco non è il suo. Abbiamo preso a riferimento più Presidenti della Repubblica Italiana che hanno in comune il fatto di essere vedovi, giuristi, che hanno una sola figlia, sono napoletani. Questo è un personaggio di fantasia. Viceversa, ne Il divo e in Loro si tratta di due personaggi reali con cui non è stato facile misurarsi. Il lavoro per me è consistito soprattutto nel non appiattirmi su un’imitazione pedissequa, ma nel mettere questi personaggi al centro di una narrazione dove diventavano simboli molto forti di un cambiamento totale nella storia della relazione tra la politica e il paese. Nel caso di Andreotti, la politica era ancora una politica di misteri, di palazzo, di strategie segrete per occupare il potere. Ricordo che nella preparazione del personaggio andai a documentarmi, più che sui video e i filmati, su ciò che grandi scrittori avevano osservato sulla Democrazia Cristiana. In particolare, lessi articoli di Giorgio Manganelli dedicati a un congresso della Dc; alla fine diceva che in questo clima serpeggiava un’atmosfera tra il vedovile e il curiale e questo ha un po’ orientato il modo in cui io ho presentato il personaggio. Viceversa, in Loro, con Berlusconi, la politica cambia: entra prepotentemente il corpo, non solo il suo, ma quello di tanti altri, entra la campagna elettorale, entrano le televisioni, lo spettacolo».
Berlusconi e Andreotti l’hanno mai contattata?
«No, non ho mai incontrato né loro né loro familiari».
Ne “La grande bellezza”, di Paolo Sorrentino, interpreta un personaggio straordinario.
«Jep Gambardella è un personaggio completamente inventato, perciò sentivo di potermi muovere in maniera più libera, tracciandone miserie umane e simpatia».
L’ha divertita entrare in quel personaggio?
«Molto. Ormai è un personaggio iconico, anche se è un termine un po’ abusato, conosciuto anche fuori dall’Italia; ormai ci riferiamo a lui come se esistesse davvero. Ricordo che i francesi, all’epoca dell’uscita del film, coniarono un neologismo, la Jep attitude, un modo di essere Jep al mondo. Quel film ci ha sorpreso, ha travalicato qualsiasi nostra ambizione e previsione. È un film che ci è un po’ cascato addosso felicemente e vive ormai una vita sua, il pubblico se ne è impossessato».
Che differenza c’è tra l’interpretare un personaggio come questo e, scusi se lo dico, quell’orribile personaggio nel film Gomorra? È la stessa cosa?
«No, non è la stessa cosa. La bellezza di questo mestiere è proprio la possibilità di disegnare dei caratteri, degli individui diversi. Nel caso di Gomorra il mio personaggio era quello di un vero e proprio criminale, ma con un aspetto manageriale: il suo compito era interrare una quantità di rifiuti in luoghi dove si coltivava o vicino a centri abitati».
Lei come fa a entrare in un personaggio?
«Non lo so. Ti cito una battuta di Petrolini che era un genio. Quando gli chiedevano come facesse ad entrare in un personaggio lui rispondeva “Dalla porta”. C’è tanto studio sulla sceneggiatura, tante conversazioni con il regista; poi si lavora tanto di immaginazione, si prova, si riprova, si ragiona, si pensa, ci si fa compagnia».
Ora cosa stai facendo?
«Sono in preparazione le riprese del nuovo film di Gabriele Salvatores, La variante di Lüneburg di Paolo Maurensig. È una storia di scacchi raccontata sullo sfondo della tragedia della Shoah, ma è soprattutto una storia di matti scacchisti».