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 2026  ottobre 18 Domenica calendario

Grazia Andreasi ricorda il fu marito, Felice

«Era di fronte casa mia, ha visto’sta ragazza sul balcone, che poi, insomma, ero già sposata… stavo mangiando una mela. È venuto in Corso Rosselli dove abitavo, ha guardato il piano, ha citofonato e ha detto che voleva farmi il ritratto, ho saputo solo dopo che era da un po’ che mi guardava». Nel coro delle voci che descrivono il protagonista del documentario Io sono Felice, Riscoprire Felice Andreasi, regia di Michael Zampino e Antonio De Lucia, quella di Grazia, la vedova dell’attore scomparso il giorno di Natale del 2025, spicca per freschezza e nostalgia: «La voce mi era subito piaciuta tantissimo – confessa, al telefono dalla struttura per anziani che la ospita –, mi era sembrata molto diversa da quella delle persone che conoscevo».
E poi che successe?
«È venuto per dipingermi, gli ho aperto la porta, aveva una sciarpa lunga, sarà stata almeno cinque metri, e un impermeabile. Mi sono innamorata subito, follemente, dal momento in cui mi ha guardata».
Era già sposata. Come andò?
«Mio marito a un certo punto mi disse “ma tu sei innamorata di Felice?”, io gli ho risposto di sì. Sono stati molto bravi tutti e due, non hanno avuto discussioni, sono stata fortunata. Mi sono separata nel 1974, poi è arrivato il divorzio e io e Felice siamo stati insieme per 45 anni. Innamorarsi è una cosa molto bella…
. comunque volevo dirle che io con i giornalisti non so parlare, non sono abituata, non so esprimermi bene, in genere parlo poco».
Nel documentario racconta che suo marito ci mise un bel po’ a decidere di lanciarsi nella carriera di attore. Come andò?
«Stavamo insieme da poco ed eravamo poveri in canna. Felice aveva venduto qualche quadro, aveva fatto una mostra a Borgo Po, era risultato che i suoi dipinti piacevano molto. Un giorno arriva a casa con questo ragazzo che gli dice “tu devi venire a Torino, al “Los Amigos”. Lì l’hanno fatto ubriacare, Felice aveva una “ciucca” molto allegra, poi l’hanno sbattuto su una pedana e lì sembra che abbia fatto il diavolo a quattro. Il proprietario lo voleva subito, ma lui rispose di no, diceva che non aveva materiali per esibirsi… Questo signore ha continuato a chiamarlo per un anno intero, tutti i sabati, chiedendogli di andare nel suo locale, finché un giorno Felice ha detto sì».
Che cosa l’ha convinto a fare il salto nel mondo dello spettacolo?
«Una sera è arrivato Iannacci, voleva vederlo, aveva saputo che lì c’era uno molto bravo. Ed è stato entusiasta, continuava ripetere “serie A, serie A”, voleva che andasse a Milano. Un paio di giorni dopo Felice aveva già in tasca il contratto con la Rai per fare delle scenette, poi, a Milano, al Derby, aveva avuto subito successo. Non faceva le solite cose, forse il suo era un cabaret diverso, un po’ da Nord Europa. Ogni volta che scriveva i testi mi guardava, se ridevo andava bene, sennò li cambiava».
Da dove nasceva l’ispirazione di Felice Andreasi?
«Il suo modello era la gente comune, la vita quotidiana. Lui non poteva non imitare le persone. Anche i suoi amici, me li raccontava imitandoli».
Poi però lasciò presto le scene. Secondo lei perché?
«La ragione è che Felice era innamorato della pittura, era quella la cosa che lo interessava più di tutto. Certe volte rifiutava anche ruoli importanti, per esempio quello del nonno, quello che poi è andato a quell’attore pugliese, bravissimo, simpaticissimo…»
Lino Banfi?
«Sì, lui, ecco lo avevano offerto a Felice, lui aveva detto “ma perché lo propongono a me? Non sono adatto”. In realtà, quando aveva sotto mano un quadro da finire, rifiutava qualunque cosa.
Io avevo letto il copione, lo facevo sempre, con tutte le proposte che gli arrivavano, prima leggevo io e poi lui, ma niente, non volle farlo».
Suo marito era amico di Guido Ceronetti, anche lei lo ha conosciuto?
«Sì, molto bene. Una volta abbiamo bisticciato, per una questione di fiori, adesso non ricordo. Il giorno dopo mi vedo arrivare 12 rose rosse accompagnate da una poesia che aveva scritto e che conservo ancora. Eravamo giovani…».
Che tipo era Ceronetti?
«Non si può raccontare, amava molto le donne, era un tipo molto spiritoso, averlo in un salotto voleva dire stare bene».
Frequentava i colleghi di lavoro di suo marito?
«Sì, Iannacci, Lauzi, Cochi e Renato. Sono sempre stata benissimo con i “lombardi"».
Suo marito era soddisfatto della sua carriera oppure gli mancava qualcosa?
«Non parlavamo mai di queste cose. Lui sapeva com’era, e andava bene così. E io sono stata benissimo, era molto gentile, era un tipo molto fine, lo dico sempre. Mi ha lasciato tutta la sua sapienza, e mi piace dirlo. Ho i suoi quadri, Felice dipingeva tutto il giorno, la pittura era stata la sua vera folgorazione».
Suo marito la faceva ridere? Succede spesso che, nella vita quotidiana, gli attori comici siano tutti diversi da come appaiono sulla scena.
«Sì, mi faceva ridere moltissimo. Abbiamo giocato tutta la vita con un pappagallo, cominciavamo la mattina, ci divertivamo un sacco, perché il pappagallo parlava benissimo, riconosceva le persone. Quando eravamo insieme in macchina e c’erano i semafori troppo lunghi, ripeteva sempre “che barba”. Oppure quando stava per arrivare un camion, il pappagallo faceva il rumore della frenata. Cantava pure benissimo La Marsigliese. A mio marito piaceva tanto giocare, anche con i bambini. Non mi sono mai annoiata, lo posso dire, in tutta sincerità».
Non era di quegli attori sempre tormentati…
«No, non era uno che prendeva tutto sul serio, era così di carattere, non so ancora perché abbia scelto me.
Forse le persone lo immaginavano diverso, molto intellettuale, molto raffinato, ma non era così, lui amava andare a funghi, gliel’ho insegnato io, perché fin da piccola, con la famiglia, andavo in montagna. A 3 anni mangiavo funghi e li digerivo anche benissimo».
Adesso lei è in una struttura. Come si trova?
«Non si possono mai fare le cose che si vorrebbero fare, ci sono gli orari scanditi, molto fissi… comunque spero di poter vedere il documentario. Sono contenta di sapere che ci sia ancora qualcuno che si ricorda di mio marito».