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 2026  ottobre 18 Domenica calendario

Il rifiuto del sapere e dello studio la grande malattia dell’Italia di oggi

Uno dei padri della Repubblica, Giuseppe Di Vittorio, fondatore e segretario generale della Cgil fino alla sua scomparsa, per capire i giornali, le relazioni e i manifesti redatti dai compagni annotava su un quadernino le parole italiane che non conosceva e poi le cercava sul dizionario. L’italiano, infatti, non lo masticava granché: a otto anni aveva dovuto lasciare le elementari per lavorare come bracciante. Achille Grandi, fondatore delle Acli e membro della Costituente, a 11 anni era già apprendista tipografo: addio lingua italiana e banchi di scuola. Ugualmente Teresa Noce, partigiana e deputata alla Costituente, era una bambina quando dovette disfarsi di penne e calamai per aiutare la famiglia. Pietro Nenni, invece, fu messo alle strette: per continuare il suo corso scolastico avrebbe dovuto entrare in seminario. Il futuro leader socialista fece capire che non gli interessava esibendosi in una provvidenziale bestemmia. Eppure, proprio loro, i grandi padri e le grandi madri della nostra Repubblica, ai quali era stato impedito di portare a compimento il corso scolastico, furono tutti amanti dei libri e autodidatti, convinti che studiare fosse non solo un modo di elevazione sociale ma anche un’opzione di libertà. E oggi, chi ci crede all’equazione studio-libertà-democrazia?
A porsi questi e tanti altri interrogativi è Giovanni Floris nel suo bellissimo e fondamentale excursus nel mondo della scuola “I fuori classe. Scegliamo: ignoranti o liberi” (Solferino). L’interrogativo è purtroppo attualmente più che mai pertinente: non siamo a un binario morto, ci avverte il noto giornalista, autore e conduttore di “Dimartedì”, possiamo ancora capovolgere le sorti scolastiche, a patto però di essere consapevoli delle incredibili difficoltà che il nostro tempo pone alla scuola italiana.
Floris, che ama il sapere come la divulgazione, ha sempre avuto un grandissimo interesse per il mondo degli allievi e dei professori ("La disfatta della scuola italiana”, Rizzoli, e “Ultimo banco. Perché insegnanti e studenti possono salvare l’Italia”, Solferino, sono alcune delle sue recenti pubblicazioni). Ritorna ora alla sua passione per una denuncia: la situazione è drammaticamente peggiorata. «Noi italiani abbiamo tanti pregi, ma stiamo accumulando anche parecchi difetti: studiamo poco, disprezziamo il sapere, non capiamo il mondo che ci circonda… E siamo pure narcisi, convinti del nostro superiore genio».
Allora, per dirla con Wittgenstein, oggi quanto “linguaggio” posseggono gli italiani? Ovvero – è sempre il filosofo – quanto ci rendiamo conto che “i limiti del nostro linguaggio sono i limiti del nostro mondo”? Supponenti, i connazionali, e sempre più modesti intellettualmente. Un italiano su tre, cioè il 37 per cento degli adulti, è in grado di comprendere solo testi molto brevi. Questo è un inoppugnabile dato Ocse. E, come spiega il Censis, «la mancanza di conoscenze di base rende i cittadini più disorientati e vulnerabili». Gli adulti della Penisola sono al di sotto della media europea. Lo sono anche riguardo alle minime cognizioni di cultura: qui casca l’asino e ci scopriamo ciucci o ciuchi, come diceva Collodi: «Il 55,2 per cento degli italiani non sa che Mussolini è stato destituito e arrestato nel 1943», ci illumina Floris, «il 30,3 per cento ignora che attività svolgesse Giuseppe Mazzini (per alcuni è stato un politico della prima Repubblica), l’anno dell’Unità d’Italia e anche quando è entrata in vigore la Costituzione». Per non parlare della Rivoluzione francese o dell’anno in cui l’uomo è sbarcato sulla Luna o di quello della caduta del Muro di Berlino (ma è veramente caduto?) o di chi sia stato Richard Nixon (un grande calciatore inglese) o di quale lavoro facesse Eugenio Montale (presidente del Consiglio dei ministri nel Cinquanta).
La scuola è sola e non è tutelata come un valore nazionale, ci ammonisce Floris. Basta prendere ad esempio le parole di incoraggiamento con cui Matteo Salvini, su TikTok nel 2022, fece gli auguri ai giovani maturandi: «Questa notte fino alle 2, alle 3 si studia, vi starete riempiendo di bigliettini in ogni dove… calze, mutande… Almeno uno studente su tre cercherà di copiare pronti a copiare?». Questo leader sì che ci sa fare, spiega il giornalista, mica come quelle mummie che insistono coi futuri esaminandi: «Studia, che copiare non serve». Battute a parte, l’autore ci offre un ricco florilegio degli “inciampi” culturali dei ministri. Come Giuseppe Valditara che occupa il dicastero dell’Istruzione e del Merito, si chiama così, e ricorda la sventurata sorte di Piersanti Mattarella, secondo lui ucciso dalle Brigate rosse. La cultura e l’insegnamento non albergano nel cuore della politica.
Quanti soldi siamo pronti a spendere per incrementare il livello di apprendimento dei nostri giovani? Nel 2026 sono stati tagliati 25 milioni al ministero della Cultura e altri 25 al ministero dell’Istruzione per finanziare i decreti sulle accise. Da questi colpi di scure si sono però salvate le scuole paritarie che in un anno incassano dallo Stato 886 milioni.
I dati Istat, inoltre, ci raccontano che, rispetto ai trentenni delle generazioni precedenti, per chi è nato tra il 1980 e il 1994 è assai più difficile che il percorso scolastico porti in alto. Si va verso il basso. La nuova proposta di Floris? Un piano Marshall per sovvenzionare le esperienze all’esterno delle aule, dal museo che mette gratuitamente a disposizione degli istituti un proprio operatore al comune che paga il trasporto in autobus per gli studenti. «Si tratta di far esplodere la scuola, di farla esondare dagli argini, farle allagare tutto il Paese» ammonisce l’autore. Parole sante. Perché se la scuola non esonda e esplode va a finire che esplodiamo tutti noi.