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 2026  ottobre 18 Domenica calendario

Ora solare e legale, perché ogni Paese cambia quando (e se) vuole

Per una settimana, tra Roma e New York, l’Atlantico si accorcerà di un’ora. Non cambieranno le distanze, naturalmente, né i tempi di volo, ma gli orologi sì. Quando lunedì 26 ottobre Wall Street aprirà le contrattazioni, in Italia saranno le 14.30 anziché le consuete 15.30. E quando a Manhattan suonerà la campanella della chiusura, alle quattro del pomeriggio, a Milano saranno soltanto le nove di sera. È un piccolo cortocircuito temporale che si ripete ogni autunno, quando Europa e Stati Uniti tornano all’ora solare in due domeniche differenti. Ma mentre sulle due sponde dell’Atlantico si continua a spostare le lancette avanti e indietro, in Cina e in Giappone gli orologi non cambiano mai. Pechino ha abbandonato l’ora legale nel 1992, Tokyo quarant’anni prima. E non sono affatto eccezioni: la maggior parte del mondo ha scelto di non cambiare più orario... o non ha mai cominciato a farlo.
Quest’anno, in Europa, il passaggio avverrà nella notte tra sabato 24 e domenica 25 ottobre. Alle tre del mattino, in Italia, le lancette torneranno indietro di sessanta minuti, segnando nuovamente le due. Dormiremo, almeno in teoria, un’ora in più, mentre il sole tornerà a sorgere e tramontare un’ora prima secondo l’orologio. Negli Stati Uniti, invece, bisognerà aspettare la notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre. Per sette giorni, dunque, Roma sarà avanti di cinque ore rispetto a New York, anziché delle abituali sei. Poi tutto tornerà come prima. Ma soltanto per chi ha deciso che, due volte all’anno, l’orario debba cambiare.
Dietro questa piccola anomalia c’è una regola molto semplice. L’Unione europea ha stabilito che l’ora legale termini l’ultima domenica di ottobre, mentre negli Stati Uniti il ritorno all’ora solare avviene la prima domenica di novembre. Anche in primavera i calendari divergono: quest’anno gli americani hanno anticipato gli orologi l’8 marzo, tre settimane prima degli europei, che lo hanno fatto il 29 marzo. Eppure, questa apparente complicazione è soltanto uno dei tanti compromessi con cui il mondo ha cercato, nei secoli, di mettere ordine nel tempo.
Quando in America mezzogiorno arrivò due volte
C’è stato un tempo, negli Stati Uniti, in cui alcune città si ritrovavano ad avere due ore di pranzo diverse. Era il 18 novembre 1883 e le compagnie ferroviarie avevano deciso che il tempo non poteva più essere lasciato soltanto al sole. Fino ad allora, ogni città regolava i propri orologi sul mezzogiorno locale: Philadelphia aveva la sua ora, Charleston un’altra e lungo le linee ferroviarie convivevano una cinquantina di orari regionali. Per far viaggiare treni, merci e passeggeri, e soprattutto evitare che una coincidenza fosse corretta in una stazione e sbagliata in quella successiva, bisognava continuamente fare i conti con orologi diversi. Esistevano persino modelli da tasca capaci di indicare contemporaneamente l’ora locale e quella ferroviaria.
Come documenta lo Smithsonian National Museum of American History, nel 1881 le compagnie incaricarono l’editore specializzato in trasporti William Frederick Allen di elaborare un sistema più semplice. Allen propose cinque grandi zone orarie e riuscì a convincere ferrovie, imprese e amministrazioni ad adottare il nuovo modello. Il 18 novembre 1883 entrò così in vigore lo Standard Railway Time. Non tutti applaudirono. Alcuni consideravano l’unificazione una perdita dell’autonomia locale, altri una violazione dell’ordine naturale stabilito dal sole. Ma l’economia industriale aveva bisogno di orari condivisi e, gradualmente, furono gli uomini ad adeguare i propri orologi, non il contrario.
Un anno dopo, nel 1884, una conferenza internazionale riunita a Washington adottò il meridiano di Greenwich come riferimento per le longitudini e il tempo universale. L’ingegnere canadese Sandford Fleming aveva già proposto una suddivisione del pianeta in ventiquattro fusi orari, ciascuno distante un’ora dal successivo. Era l’inizio di una progressiva sincronizzazione del mondo, che ferrovie, telegrafo e commercio internazionale avrebbero reso sempre più necessaria. Ma anche una dimostrazione del fatto che il tempo ufficiale non è soltanto una questione astronomica. È una convenzione, influenzata dalla geografia, dall’economia e dai rapporti di potere. Non a caso il meridiano scelto passava per Greenwich, nell’Inghilterra che era allora al centro di un vastissimo impero commerciale.
Perché è nata l’ora legale e quanto fa risparmiare
L’ora legale arrivò più tardi, con un obiettivo diverso: sfruttare meglio la luce naturale durante i mesi più luminosi e consumare meno combustibile per l’illuminazione. Nel 1916, mentre l’Europa era sconvolta dalla Prima guerra mondiale, Germania e Austria-Ungheria furono tra i primi Paesi ad adottarla su scala nazionale. L’Italia seguì nello stesso anno, ma la misura venne introdotta e sospesa più volte, prima di diventare una consuetudine stabile nel 1966. La crisi petrolifera degli anni Settanta contribuì a rilanciare il sistema anche in altri Paesi.
Ma quanto conviene oggi? Secondo le stime diffuse da Terna nel marzo 2026, nei sette mesi di ora legale l’Italia dovrebbe risparmiare circa 302 milioni di kilowattora di elettricità, equivalenti al fabbisogno medio annuo di 115 mila famiglie. Il beneficio economico stimato è di circa 80 milioni di euro, con una riduzione delle emissioni di anidride carbonica di 142 mila tonnellate. Numeri che aiutano a capire perché il sistema continui a essere difeso, anche se riguardano un risparmio atteso e non ancora il consuntivo dell’intero periodo.

Il problema è che il mondo non consuma più energia come nel 1916. Le lampadine a led hanno drasticamente ridotto il peso dell’illuminazione, mentre climatizzatori, impianti industriali, apparecchi elettronici e attività operative a tutte le ore hanno modificato il rapporto tra luce naturale e domanda elettrica. Inoltre, il risparmio, quando c’è, dipende molto dalla latitudine, dal clima e dai metodi di calcolo: nelle regioni subtropicali il bilancio elettrico può perfino peggiorare. L’ora legale, insomma, può funzionare, ma non offre ovunque gli stessi benefici.
In Giappone il problema è stato risolto più di settant’anni fa. Tokyo vive tutto l’anno nove ore avanti rispetto al meridiano di Greenwich e nessuno deve ricordarsi di spostare le lancette in primavera o in autunno. Non è sempre stato così. L’ora legale fu introdotta nel 1948, durante l’occupazione americana del dopoguerra, ma il sistema incontrò presto una forte opposizione, soprattutto tra chi lo considerava inadatto ai ritmi della vita quotidiana e del lavoro.
Un sondaggio governativo condotto tra settembre e ottobre 1951, oggi conservato negli archivi dell’esecutivo giapponese, registrò un dato eloquente: il 53% degli intervistati voleva abolire l’ora legale, contro il 30% favorevole a mantenerla. Le ragioni raccontano un Paese ancora profondamente legato ai ritmi agricoli e alla fatica della ricostruzione. Tra chi chiedeva di cancellare il sistema, il 26% indicava la scarsa compatibilità con la vita rurale e il rischio di un eccesso di lavoro, il 22% non gradiva la modifica delle abitudini e il 16% lamentava stanchezza e conseguenze negative sul benessere fisico.
L’11 aprile 1952, con la legge numero 84 firmata dall’imperatore Hirohito e dal primo ministro Shigeru Yoshida, il Giappone abolì definitivamente l’ora legale.
L’ultima applicazione era terminata nel settembre dell’anno precedente. Da allora sono trascorsi decenni e il Paese ha più volte discusso l’eventualità di reintrodurla, soprattutto per motivi energetici, senza però tornare al doppio cambio annuale.
Ancora più singolare è la storia della Cina. Il territorio cinese si estende per circa cinquemila chilometri da est a ovest e attraverserebbe geograficamente cinque fusi orari. Eppure, dal 1949, tutto il Paese utilizza ufficialmente la stessa ora, quella di Pechino, otto ore avanti rispetto a Greenwich. Quando nella capitale è mezzogiorno, lo è anche nello Xinjiang, all’estremo occidente, dove il sole segue però un ritmo assai diverso e nella vita quotidiana è diffuso anche l’uso informale di un orario locale.
La scelta di unificare il tempo civile rispondeva anche all’esigenza politica di dare un riferimento comune a un territorio immenso. Ma mantenere un solo orario nazionale e adottare l’ora legale sono due questioni distinte. La Cina sperimentò nuovamente il cambio stagionale dal 1986 al 1991, nel tentativo di contenere i consumi energetici. Dopo sei anni, decise di rinunciarvi.
Le ragioni sono documentate in una circolare del Consiglio di Stato del 3 marzo 1992, un testo particolarmente interessante perché riconosce sia i vantaggi sia i limiti della misura. Il governo spiegava che in alcune regioni l’ora legale aveva effettivamente ridotto il consumo di elettricità per l’illuminazione, ma non aveva prodotto benefici analoghi nel Nord-Ovest, nel Sud-Ovest e nelle aree a sud del fiume Yangtze. Pesavano le differenze climatiche, l’enorme estensione del territorio e proprio l’adozione di una sola ora nazionale. A questo si aggiungevano disagi per la popolazione e difficoltà organizzative, in particolare nei trasporti ferroviari.
La decisione fu di sospendere l’ora legale dal 1992 e lasciare alle amministrazioni locali la possibilità di adattare gli orari di lavoro e di riposo all’andamento delle stagioni. Non fu dunque la dimostrazione che spostare le lancette non facesse risparmiare energia. Fu la constatazione che, in un Paese così grande e diverso, il vantaggio non bastava a giustificare le complicazioni.
Il mondo che non cambia più orario
Cina e Giappone sono soltanto due esempi di una realtà molto più ampia. Secondo i dati di Timeanddate, nel 2026 sono 70 i Paesi e territori nei quali almeno una località osserva il cambio stagionale, contro 178 nei quali non viene applicato. La maggioranza del mondo, dunque, non sposta le lancette, e il fenomeno è particolarmente diffuso in Europa e in Nord America. Dei 143 Paesi e territori che hanno utilizzato almeno una volta l’ora legale, 73 l’hanno successivamente abbandonata.
Le motivazioni non sono sempre le stesse. Vicino all’Equatore la durata del giorno cambia relativamente poco tra estate e inverno, e anticipare o ritardare l’orologio offre quindi vantaggi limitati. È una delle ragioni per cui gran parte dei Paesi equatoriali, fino a quelli tropicali, non applica il sistema. L’India mantiene un unico orario nazionale, cinque ore e mezza avanti rispetto a Greenwich. La Russia nel 2014 è passata all’ora standard permanente, mentre la Turchia nel 2016 ha scelto di conservare tutto l’anno l’orario corrispondente a quello estivo. Il Brasile ha abolito il cambio stagionale nel 2019 e il Messico nel 2022 lo ha eliminato nella maggior parte del territorio, mantenendolo in alcune zone di confine con gli Stati Uniti per ragioni di coordinamento economico.
Neppure gli Stati Uniti seguono una regola assolutamente uniforme: le Hawaii e gran parte dell’Arizona non adottano l’ora legale. È un mosaico nel quale convivono esigenze climatiche, abitudini sociali, tradizioni e interessi commerciali. E che mostra come non esista un unico modo, universalmente conveniente, di distribuire le ore di luce.
C’è poi una questione che non si misura in bollette o in kilowattora: il rapporto tra l’orologio ufficiale e quello biologico. Il nostro organismo segue ritmi circadiani regolati soprattutto dall’alternanza di luce e buio, e non sempre riesce ad adattarsi immediatamente quando l’ora cambia per decreto. Il passaggio primaverile, con la perdita di un’ora di sonno, è generalmente considerato più problematico di quello autunnale, quando almeno sulla carta si può dormire sessanta minuti in più.
L’American Academy of Sleep Medicine, una delle principali organizzazioni scientifiche americane dedicate alla medicina del sonno, sostiene l’abolizione dei cambi stagionali, ma propone di mantenere l’ora solare, non quella legale. Secondo un documento pubblicato nel 2024 sul Journal of Clinical Sleep Medicine, l’ora standard permanente è maggiormente coerente con i ritmi biologici e offre vantaggi per la salute e la sicurezza. Gli studi esaminati dalla comunità scientifica segnalano associazioni tra il passaggio primaverile e disturbi del sonno, alterazioni dell’attenzione e alcuni rischi cardiovascolari. Non significa che spostare le lancette provochi automaticamente incidenti o malattie, ma che l’adattamento non è sempre indolore.
Il contrasto riguarda soprattutto quale luce si preferisce conservare: quella delle serate estive o quella delle mattine invernali. L’ora legale permanente permetterebbe di avere più luce alla fine della giornata secondo l’orologio, ma durante l’inverno ritarderebbe l’alba, costringendo in alcune località studenti e lavoratori a uscire di casa quando è ancora buio. L’ora solare permanente, al contrario, avvicinerebbe maggiormente gli orari sociali a quelli del sole, sacrificando però parte della luminosità serale.
Negli Stati Uniti il dibattito è tornato di stretta attualità. Il 14 luglio 2026 la Camera dei rappresentanti ha approvato con 308 voti favorevoli e 117 contrari il Sunshine Protection Act, una proposta di legge per rendere permanente l’ora legale ed eliminare il doppio cambio annuale. Donald Trump sostiene il provvedimento e la Casa Bianca ha parlato di un risparmio di centinaia di milioni di dollari all’anno tra costi organizzativi e tempo impiegato per adeguarsi ai cambiamenti. Il testo deve però ancora ottenere l’approvazione del Senato, dove incontra opposizioni.
La disputa è meno banale di quanto sembri. I sostenitori dell’ora legale permanente ritengono che serate più luminose possano favorire attività economiche, commercio e tempo libero. Gli oppositori ricordano che, in pieno inverno, in alcune località il sole potrebbe sorgere soltanto verso le nove del mattino o anche più tardi. Il senatore repubblicano Tom Cotton ha contestato il progetto proprio per i rischi legati agli spostamenti dei bambini verso la scuola. Airlines for America, l’associazione delle principali compagnie aeree statunitensi, ha inoltre avvertito che una riforma richiederebbe un attento coordinamento degli orari dei voli, degli equipaggi, degli aeromobili e delle coincidenze internazionali.
E c’è un precedente che Washington conosce bene. Nel gennaio 1974, durante la crisi petrolifera, gli Stati Uniti sperimentarono già l’ora legale permanente per risparmiare energia. Ma le mattine invernali troppo buie alimentarono proteste e malcontento, tanto che il Congresso intervenne nello stesso anno per interrompere l’esperimento. Nel marzo 2022 il Senato aveva approvato all’unanimità una nuova proposta per rendere permanente l’ora legale, poi rimasta ferma alla Camera. Ora è accaduto il contrario: la Camera ha votato sì e la parola è passata al Senato. A oltre mezzo secolo dal primo tentativo, gli americani continuano a discutere di come conciliare l’orologio con il sole.
Anche l’Europa voleva abolire il cambio dell’ora. Otto anni dopo è tutto fermo. Nel 2018 la Commissione europea organizzò una consultazione pubblica alla quale parteciparono 4,6 milioni di persone: l’84% dei rispondenti si dichiarò favorevole all’eliminazione del cambio stagionale. Non era un referendum rappresentativo dell’intera popolazione europea, ma il risultato fu abbastanza netto da spingere Bruxelles a presentare una proposta legislativa.
Nel marzo 2019 il Parlamento europeo approvò l’abolizione, ipotizzando il 2021 come anno della svolta. Da allora, però, il progetto è rimasto fermo al Consiglio dell’Unione europea, dove gli Stati membri non hanno trovato una posizione comune. Il nodo non è soltanto stabilire se smettere di cambiare le lancette, ma decidere quale orario mantenere e come coordinare le scelte nazionali. Se ogni Paese adottasse autonomamente l’ora solare o quella legale permanente, senza accordarsi con i vicini, il mercato unico rischierebbe di ritrovarsi con una nuova frammentazione degli orari, complicando trasporti, logistica e comunicazioni.
La documentazione del Consiglio, aggiornata nell’agosto 2026, conferma che non esiste una decisione definitiva né un calendario concordato per arrivarci. Così, dopo otto anni di discussioni, l’Europa continuerà a spostare le lancette come ha sempre fatto. Il prossimo appuntamento è già fissato per il 28 marzo 2027, quando tornerà l’ora legale.