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 2026  ottobre 18 Domenica calendario

Intervista a Elena Sofia Ricci

«Ho iniziato questo lavoro per passione a 19 anni, facendo cinema, teatro e televisione, una slalomista speciale, e invece di considerarlo un punto di forza mi sono sempre scusata». In effetti sono più di 100 i personaggi femminili che Elena Sofia Ricci, attrice tra le più versatili, ha portato sugli schermi o sul palco. E non c’è italiano che non ne conosca almeno qualcuno: dalla Lucia della serie I Cesaroni alla memorabile zia Luciana del film Mine vaganti di Ferzan Özpetek, dalla Suor Angela di Che Dio ci aiuti alla Veronica Lario di Loro, ovvero Berlusconi nella visione di Paolo Sorrentino, che le è valso un David di Donatello. La sua spontaneità in tv, le battute toscane, la sincerità nelle interviste, fanno da contrappunto alla storia personale che racconta a cuore aperto: l’infanzia difficile, un abuso nell’adolescenza, un padre che ha conosciuto solo da adulta, e quel bisogno di chiedere scusa per avercela fatta lo stesso. Anzi, usando tutto questo come una risorsa. In attesa di tornare in tournée con Le false confidenze di Marivaux, a gennaio, dal 12 ottobre è su Rai1 con un personaggio che intercetta proprio le sue emozioni profonde.
Ne I casi di Teresa Battaglia – Figlia della cenere, terza stagione della serie tratta dai romanzi di Ilaria Tuti (editi da Longanesi), interpreta un’investigatrice e “profiler” dal carattere scontroso e dall’intuito geniale. «Teresa ha un lato nero e, per via del suo passato difficile, riesce a empatizzare con i killer studiandone i profili psichiatrici», spiega lei, premiata come miglior attrice protagonista all’Italian Global Series Festival. «Oggi trovo la sua schiettezza liberatoria».
È stato difficile dare vita a questa donna ruvida, dal passato così sofferto?
«A teatro ho spesso interpretato donne che si confrontano con abissi interiori e anche gli anni di psicanalisi mi hanno aiutato a immedesimarmi nelle vite altrui. Quando mi hanno proposto I casi di Teresa Battaglia pensavo ci fossero già abbastanza commissarie, in tv, ma poi ho letto i romanzi di Ilaria Tuti e me ne sono innamorata. L’ho subito riconosciuta, questa donna. Mi ricorda mia mamma, che non aveva peli sulla lingua e ti mandava a quel paese in un attimo, mica come me che ho camminato in punta di piedi tutta la vita neanche fossi una ballerina del Bolshoi. Mi ricorda uno dei miei grandi maestri, Armando Pugliese, regista e attore napoletano, che per quanto mi amasse mi trattava male, mi strapazzava e mi faceva tanto ridere».
La spigolosità può essere attraente, perfino sexy?
«Beh, chi ti “maltratta” con amore a volte lo fa sapendo che sei intelligente abbastanza da comprendere l’affetto nascosto dietro quel modo di fare. Tira fuori la sincerità anche in te, imposta una relazione senza maschere. La verità è rara in un mondo dove tutti tendono invece a nasconderla per paura di essere giudicati.
Grazie a Teresa, adesso riesco a esprimermi in modo più diretto».
Ne La figlia della cenere emerge il passato della protagonista: in che modo ne spiega la durezza?
«Racconta il suo grande trauma, la violenza subita dal marito, la perdita del figlio, tutte esperienze dolorose che l’hanno spinta a proteggersi. Ci sono altri temi difficili. La consapevolezza che sta perdendo la memoria per l’Alzheimer. Gli amori che vive in modo straordinariamente diverso da altre persone».
Anche la sua infanzia e adolescenza sono state segnate dall’abuso, che lei ha rivelato solo dopo la scomparsa di sua madre. Ha raccontato che doveva nascere maschio e chiamarsi Matteo. La psicanalisi l’ha aiutata a sciogliere i nodi del suo rapporto con il femminile?
«Ci ho fatto i conti tutta la vita. Mia madre mi ha fatto sapere fin da piccola che sono nata solo grazie alla sua volontà, perché mio padre avrebbe preferito abortisse. Voleva chiamarmi Matteo perché non l’aveva neppure sfiorata il pensiero che potesse nascere una bambina invece di un maschio. Ricordo il giorno che mi portò in un negozio per scegliere un vestito di Carnevale, io guardavo incantata quelli da principessa e da fatina. Invece uscii con un paio di pantaloni a patchwork e mia madre che diceva a tutti: è un Arlecchino. Indimenticabile, quella festa. Le mie figlie le ho coperte di tutù, magari sbagliando. Maria tornava dall’asilo e si metteva a danzare. Emma invece era più a suo agio nelle salopette». (Maria, 21 anni, è nata dal matrimonio con Stefano Mainetti, chiuso nel 2022; Emma, 30 anni, dalla relazione con Pino Quartullo, ndr).
Guardando le sue figlie, pensa che la libertà sia ancora una conquista difficile per le donne?
«Purtroppo sì. È così doloroso constatare che non abbiamo gli stessi diritti, che subiamo ancora le disparità. Le donne troppo spesso non sono rispettate ed è difficile farsi valere, dipende dai caratteri. Le ragazze pagano gli errori di noi genitori. Io avrò evitato quelli di mia madre, ma ho fatto tutti gli altri: siamo esseri umani, figli delle nostre ferite. A volte minaccio Emma e Maria dicendo che camperò fino a cent’anni per vedere i loro! (Ride, ndr)».
Dalle foto somigliano entrambe a lei... e a Julia Roberts.
«Molto, del resto pure io somigliavo alla Roberts di Beverly Hills».
Emma ha avuto un ruolo in Che Dio ci aiuti, Maria nella miniserie tv Tutto in una notte. Le ha incoraggiate a seguire le sue orme?
«Le ho spinte soprattutto a essere autonome e indipendenti, scegliendo quello che le appassiona. Emma si è laureata al Dams, ora si dedica principalmente alla regia ed è bravissima: nello spettacolo Un altro passo, che ha diretto per la Fondazione IncontraDonna di cui faccio parte da 27 anni, anche Maria ha fatto il suo debutto. Sono impazzita di gioia e di orgoglio vedendole insieme, sono proprio sbocciate. Maria fa la modella e frequenta l’Accademia, penso abbia dei bei numeri come attrice».
Anche lei ha debuttato giovanissima. Il momento più emozionante che ricorda?
«Il debutto per me è legato al teatro e a una data: 21 gennaio 1981 al San Ferdinando di Napoli, il teatro di Eduardo De Filippo. Avevo un ruolo ne La scuola delle mogli di Molière e, appena entrata in scena, dovevo cantare una canzone però sbagliai, ripetendo due volte la stessa strofa. Il regista Marco Mattolini in prima fila stava per svenire nella poltrona. Io sono andata avanti come se niente fosse».
Da gennaio torna in scena ne Le false confidenze di Marivaux, spettacolo vincitore del premio Flaiano e de Le Maschere per la miglior regia di Arturo Cirillo. Un testo del Settecento che parla d’amore: attuale?
«La mia vita è stata piena di amori e certe dinamiche, vista l’età, le riconosco perché le ho vissute. Interpreto la vedova Araminte, che si è innamorata ma ancora non lo sa. Perché se l’oggetto del tuo amore non è accessibile, finisci per negare il sentimento anche a te stesso, eppure soffocarlo o controllarlo razionalmente è impossibile. Marivaux descrive meravigliosamente il braccio di ferro di questa donna con sé stessa fino al crollo finale ed è stato difficile memorizzare il testo, visto che Araminte dice una cosa ma ne pensa e sente un’altra… Devi essere bipolare per interpretarla! (Ride, ndr). È una commedia amara, il pubblico ride e piange. E anche se l’amore con il giovane Dorante va bene, alla fine il regista mi fa ballare da sola».
A proposito di solitudine, tempo fa in un’intervista ha precisato: «Sono sola, non single».
«Perché i single cercano un partner, io voglio proprio stare da sola. Da ragazza volevo per forza trovare l’uomo della mia vita per crearmi la famiglia che non avevo avuto. Una dannazione, ci mettevo ansia. Ho avuto amori e matrimoni importanti, quello con Stefano Mainetti è durato 21 anni, ma ora apprezzo la libertà. Mi sono finalmente riappropriata di quella dodicenne che ho messo a tacere e invece voleva essere libera e leggera. Sempre attenta agli altri, a non deludere. Una vita a dire “scusate se esisto”, “scusate se non sono maschio”… E quella ragazzina che è stata tanto zitta finalmente ora c’è e vive».

Bisogna arrivare alla maturità per sentirsi davvero libere?
«È quello che fatico a perdonarmi: aver impiegato tanto a capire cose che oggi considero irrinunciabili. A volte dico alla mia psicoterapeuta: “Perché sono stata così lenta?”. E lei mi risponde ridendo: “C’è chi non ci arriva mai”. Me ne sono fatta una ragione, per la storia che ho avuto non poteva essere altrimenti: forse è tutto direttamente proporzionale alle zavorre che la vita ti ha rifilato e alla tua capacità di metterti in discussione. Oggi vivere libera è un’urgenza. Punto a quello che mi fa stare bene, ai sogni rimasti nei cassetti che ho riaperto tutti. Ed è bellissimo, ho un’energia che mi fa sentire una ragazza».