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 2026  ottobre 18 Domenica calendario

Intervista a Francesco Totti

Per questa intervista Francesco Totti si è seduto di nuovo sui gradini del tunnel che porta al prato dello stadio Olimpico. È lì che, il 28 maggio del 2017, Francesco si è fermato a ragionare, nel limbo temporale tra la fine della partita Roma-Genoa e l’avvio della cerimonia per il suo addio al calcio. Una festa per lui, ma piena di lacrime. Un rito raro, forse unico, per l’intensità emotiva, nella storia dello sport.
Quel giorno, sui gradini dai quali oggi risponde alle mie domande, aveva una maglietta da calciatore. Il dopo è stato duro, come ha raccontato nel libro Oltre, scritto con Alessandro Alciato e pubblicato dalla casa editrice Cairo.
Che impressione ti fa tornare a sederti su questo gradino?
«Strano, dieci anni dopo torno a rivivere le stesse emozioni, gli stessi pensieri, gli stessi ricordi. In quel momento io ripensavo ai miei venticinque anni di carriera. Ero circondato da tante persone, ma era come se fossi solo. Ero chiuso nel mio unico pensiero: da domani la mia vita sarà diversa. Non riuscivo a capire quello che mi stava succedendo».
È stato il giorno più bello o più brutto della tua vita?
«Da una parte più bello, perché mi aspettava, oltre quella porta, una festa clamorosa, unica. Ma dall’altra c’era tanta malinconia, perché finiva la mia carriera. Ero morto dentro, perché per noi calciatori, quando finisce il campo da gioco, cambia tutto, si chiude un ciclo della vita. Ero frastornato, non mi riconoscevo».
Come è stata la mattina dopo?
«Ero incredulo, non accettavo di aver smesso. Che quella routine alla quale ero stato abituato per tutta la mia vita, fin da ragazzino, improvvisamente fosse finita. Ripensavo alla sera prima, alla cena con amici e parenti, alla Roma che si era qualificata per una Champions che avrebbe disputato senza di me».
Hai sfiorato la depressione in quel passaggio?
«Sì, c’è stato un momento in cui ho rischiato la depressione. Che è una parola pesante, che spaventa. Ma non riuscivo a ritrovare il senso delle cose. Noi calciatori siamo abitudinari, la nostra vita è scandita in modo regolare. Improvvisamente arrivava il vuoto. Mi sentivo solo in mezzo all’oceano. Mi sembrava che il vuoto mi soffocasse. Non ero pronto, improvvisamente mi mancava la terra sotto ai piedi».
In questi anni, dopo questo cambiamento, ti sono successe tante cose. La più importante è stata la morte di tuo padre.
«Quel vuoto si è fatto una voragine. La morte di papà per me è stata la fine di tutto. Era un padre silenzioso, ma forte, educativo. Era presente, però a modo suo: mai un complimento, mai un abbraccio. Ma con uno sguardo ci dicevamo tutto. Anche quando avevamo poco non mi ha mai fatto mancare niente, mi ha sempre trasmesso positività, mi ha insegnato educazione e rispetto per gli altri. Quando se ne è andato, mi è mancata l’aria».
Poi, da padre, hai scoperto che tuo figlio Cristian aveva un serio problema di salute.
«Sì, lui giocava a calcio e aveva un problema di respirazione. Fece una visita di controllo e la sera il medico mi chiamò per dirmi che dagli esami era emersa una macchiolina vicino al cervello. Mi si è fermato il respiro, il cuore, non capivo più nulla. Abbiamo iniziato il calvario delle visite e dei pareri e alla fine si è capito che il problema era localizzato in quello che viene chiamato “Acquedotto di Silvio”, un canale che porta il liquido che serve al cervello. Il Coni gli ha revocato giustamente l’idoneità sportiva. Avrebbe dovuto operarsi per tornare a giocare. Ma abbiamo deciso che fosse meglio lasciar stare. Era il cervello, non un gomito».
Per completare il quadro in questo periodo anche tu sei stato male, davvero male.
«Ho rischiato di morire. Morire di Covid, come mio padre. Stavano per ricoverarmi, avevo 87 di saturazione e una broncopolmonite fortissima. Ho passato 21 giorni con la febbre a trentanove e non respiravo. Poi mi ha chiamato il professor Zangrillo che mi ha suggerito di dormire con il torace sul letto, in modo da aprire i polmoni. Ne sono uscito, ma me la sono vista brutta».
Per i tuoi figli deve essere stato un periodo difficile, si è aggiunto anche il divorzio...
«Sì, per loro è stato un incubo. La scomparsa del nonno al quale erano molto affezionati, io che smetto di giocare e poi sto male, e dopo la separazione inaspettata. So bene che quando due genitori si lasciano, a soffrirne di più sono i figli. Ma questa è la vita, che regala cose belle e cose brutte. E noi, insieme, abbiamo vissuto le une e le altre».
Passiamo al presente. Allo stadio Olimpico, in occasione di Roma-Real Madrid, hai visto i Friedkin?
«Nella saletta ho visto il figlio di Friedkin, l’ho salutato educatamente. Ma non c’è stato nessun dialogo, non si è discusso di nessuna cosa».
A te piacerebbe tornare a casa tua, alla Roma?
«La Roma è stata, è e sarà sempre tutto per me. È la mia seconda pelle, forse persino la prima. Quello che io ho vissuto con questa maglia non credo abbia paragoni. Tornare alla Roma? Mai dire mai».
Di Gian Piero Gasperini cosa pensi?
«Di lui ho un’opinione bellissima, è riuscito a far innamorare il popolo giallorosso, a costruire un gruppo unito, solido, che ha voglia di dimostrare e voglia di vincere. Quando al timone c’è un personaggio simile, tutto è possibile».
Ti sei davvero riappacificato con Spalletti?
«Abbiamo solo fatto uno spot insieme. Ci siamo divertiti. Io e lui avevamo un rapporto bellissimo, che andava oltre il calcio. Nell’ultimo anno ci sono stati problemi, attriti velenosi che secondo me venivano dall’alto, dalla società. Qualcuno lo ha convinto che io abbia tramato per mandarlo via. Ma è vero il contrario. Lui mi faceva giocare anche con una gamba sola. Mi trovavo benissimo con lui. E poi io, in 25 anni di carriera, non ho mai preteso nulla, ho sempre sperato che la società acquistasse grandi giocatori, per vincere, e non ho mai remato contro nessun allenatore. Per me, credo di averlo dimostrato, veniva prima di tutto l’interesse della Roma, della squadra, dei tifosi».
Posso confermare, per aver vissuto l’esperienza della famiglia Sensi, frutto del loro amore vero per la Roma, quanto tu hai fatto nei momenti difficili per la società.
«Ora posso dirlo. C’è stato un anno tempestoso in cui i Sensi erano in grande difficoltà. Al presidente e a Rosella io volevo molto bene. Per molti mesi non ho preso lo stipendio per darlo ai dipendenti, alle persone che lavoravano per la Roma e che certo avevano meno possibilità rispetto a noi giocatori. Ho fatto tante cose così senza farle sapere. Il mio rapporto con la Roma è di simbiosi. Ho dato tanto e ho ricevuto tanto. Intanto ho coronato il mio sogno da bambino: indossare un’unica maglia e finire la mia carriera da numero dieci e da capitano».
Anche qui ho una testimonianza personale: quando ero sindaco una mamma mi scrisse perché sua figlia, malata di tumore, aveva il sogno di conoscerti. Siamo andati lì senza dirlo a nessuno e tu hai giocato con quella bambina a lungo. Cosa è il tuo rapporto con Roma e la sua gente?
«Sono stato uno di loro, uno che ce l’ha messa tutta e ce l’ha fatta. Ci siamo amati da subito. Io cercavo di portare in alto il nome di Roma e loro mi hanno da subito protetto, mi hanno sempre fatto sentire più forte di quello che ero. Ti racconto una storia incredibile. Mesi fa ero con Isabel in moto, fermo a un semaforo. Uno mi riconosce e mi dice “Ciao Capitano”. Al semaforo successivo mi affianco di nuovo e vedo che piange. Mi dice che io per lui sono più importante di suo padre e sua madre, vabbé. Ma poi mi racconta che lui si è abbonato in Tribuna Tevere e va tutte le domeniche nella speranza di vedermi scendere in campo dallo spogliatoio. Quando ovviamente non mi vede che fa? Se ne va. Gli ho detto che secondo me non stava bene e che almeno vedesse la partita. Lui mi ha risposto che per lui nel 2017 è finito tutto. Un caso estremo».
E tu quanta voglia avresti ancora di uscire da quel tunnel e tornare in campo?
«Se dipendesse da me, uscirei già sabato. Ma so che non si può fare, purtroppo. Quando ho smesso mi hanno cercato due squadre, il Genoa e il Como. Sinceramente ci ho pensato. Cuore e testa dicevano due cose diverse. Ho seguito il cuore e ho detto di no. Ho avuto solo una maglia per tutta la vita e così doveva restare. Ho finito quel giorno, oltre quella porta, dove c’è il rumore e il verde».
Quanto ti sei pentito di aver detto di no al Real Madrid?
«Pentito no, ma un po’ di rammarico c’è stato. Nel 2004 nei Galacticos, che si chiamavano così non per caso, giocavano Beckham, Zidane. Avrei vinto tutto. Forse anche il Pallone d’oro. Ma è andata bene così. Anche lì abbiamo deciso insieme io e il cuore. E la pensavamo allo stesso modo».
Nel tuo libro a proposito del calcio moderno usi un’espressione definitiva: «Ammazza che palle».
«Non era riferito ai calciatori, ma al contesto. Nel calcio che ho vissuto io, da tifoso e da giocatore, c’era più amore per la maglia, più attaccamento, più identità. Adesso è più business, è meno tecnico e più fisico. Oggi, è brutto dirlo, fai fatica a trovare un calciatore che ti impressioni per le sue qualità tecniche. Hanno forza, velocità, peso. Ma meno talento e meno fantasia».
Tu hai vissuto lo spogliatoio con allegria, eri un professionista degli scherzi. Quale è stato il più efferato?
«A Borriello e Pjanic tagliavamo i calzettoni o mettevamo la schiuma da barba nelle scarpe. Roba da ragazzi, ma stavamo bene insieme. Ho grande nostalgia del clima di quelle squadre e di quei ragazzi. Stavo più con loro che a casa. Per fortuna con qualcuno mi vedo ancora. Uno dei miei migliori amici è Vincent Candela. Il valore dell’amicizia nel calcio è sottovalutato. C’è molto veleno, specie immesso dall’esterno. Ma io nel calcio ho trovato amici veri».
In questi anni hai provato a fare il procuratore, ma non è andata bene.
«Non pensavo che fosse un mondo così difficile. Un lavoro che comporta furbizie che non ho. Io sentivo il dovere di dire la verità a tutti, ragazzi e famiglie. Tutti sono convinti che il loro figlio debba come minimo giocare nel Real. Ma se dici la verità sembri una persona negativa, uno che non capisce le potenzialità di un giovane. Credo di capire di calcio e di saper riconoscere chi ha talento e chi non ce l’ha. Io lo facevo per il bene dei ragazzi, ne ho visti tanti spremuti come limoni e buttati via. Io non volevo illudere nessuno, quindi non era il mestiere per me».
Come immagini il tuo futuro?
«Dopo quello che ho vissuto, spero in primo luogo di stare bene. Sono felice dei miei figli, che mi amano, mi stimano e mi sono stati vicini nei momenti più difficili. Ho una compagna che mi fa stare bene. È una brava ragazza. Nel lavoro, in questo momento, mi diverto. Gioco a calcio o a padel ovunque. Giro il mondo, conosco posti mai visti, ho più tempo per i miei affetti. Sto bene. In futuro non so».
Insisto: se la Roma ti offrisse un ruolo non di rappresentanza accetteresti?
«Ai tempi di Pallotta io ho lasciato tre anni e mezzo di contratto perché non volevo fare la bella statuina. Mi sembrava naturale che uno come me fosse coinvolto nell’area tecnica. Forse ne posso capire di più di gente che fa il commercialista, l’avvocato, il dottore. Se ognuno facesse il suo mestiere, sarebbe un bene per tutti. Quando ero nella Roma come dirigente mi chiamavano solo quando c’erano problemi, per mettere pezze. Io mi sentivo parte e volevo essere nel progetto, non un uomo immagine. E anche ora questo non voglio fare. Mi hanno cercato per il centenario, ma sempre stretto in quel ruolo formale. Quell’amore non finisce. Ho il massimo rispetto per loro, non ho mai chiesto nulla e mai lo farò. Se hanno bisogno della mia conoscenza del calcio, sono qui. Comunque il centenario lo festeggerò, con la gente di Roma, con i romanisti. In fondo, di questo secolo di storia, io credo di averne segnato, sul prato di questo stadio, almeno un quarto».
Oltre questa porta c’è lo stadio. Tu hai calpestato quell’erba da tifoso, da raccattapalle, da campione d’Italia e del mondo, da capitano della Roma. Qui hai gioito per lo scudetto, sofferto per l’incidente prima del mondiale, pianto il giorno dell’addio. Cosa diresti a te bambino, se ti incontrassi varcata la soglia che separa questo spazio con il «tuo» gradino e il prato verde?
«Quando facevo il raccattapalle il mio idolo era Giannini. Se fosse in campo lo guarderei come mi sembrava allora, qualcosa a metà tra Spiderman e Dylan Dog, un mito, un supereroe. Per me bambino proverei l’invidia per anni felici, come quelli che ho vissuto allora. Sono cresciuto per strada, mi sono divertito a giocare a nascondino o a suonare ai campanelli delle case, a provare il flipper o il biliardo. Ci divertivamo con poco, c’è troppa differenza tra l’infanzia nostra e quella di oggi. Crescendo vedevo che ero diverso dagli altri, in campo. A quattordici anni ero nella Primavera, a sedici in prima squadra. La vita mi ha dato moltissimo. Ma se ci penso ora, ho fatto passi troppo lunghi rispetto alla camminata che prevedevo di fare, quando ero raccattapalle».
Il giorno più bello della tua vita? Lo scudetto, il mondiale?
«No, quando è nato Cristian. Ero a giocare a Messina e sono arrivato in ospedale che lui era già venuto al mondo. Quando l’ho preso in braccio, ho capito cosa vuol dire la parola felicità».