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 2026  ottobre 18 Domenica calendario

Meloni a Bruxelles evoca il rischio «forconi»

«Ma vi rendete conto della situazione in cui siamo?». Sono passate le 10 di sera, giovedì scorso, prima giornata del Consiglio europeo, nel pieno della maratona notturna e dello scontro sugli Ets, il sistema di fiscalità europeo sulle quote di emissioni di carbonio.
Giorgia Meloni comincia a parlare in italiano. È già questo attira l’attenzione degli altri capi di governo. Alza di un livello il tono della voce, nella sala del Consiglio si ritorna all’ausilio del traduttore. Gli altri leader si girano verso la presidente del Consiglio. Lei continua in italiano, anche se di solito come tanti parla in inglese: «Vi rendete conto che se i prezzi continuano a essere quelli che sono, non solo nel mio Paese, prima o poi ci inseguiranno tutti, e dico tutti, con i forconi. Ma non solo i cittadini italiani, anche i vostri cittadini».
A questo punto la premier è già un fiume in piena, è riuscita a catturare l’attenzione di una platea stanca in buona parte, dalla Finlandia alla Svezia, sino alla Germania: in tanti ce l’hanno con lei, con il capo del governo greco e con i leader del gruppo dei Paesi di Visegrad che stanno cercando di cambiare le conclusioni del vertice.
Infatti si sta discutendo l’emendamento di Italia, Grecia Cipro, Ungheria, Polonia, Cechia e Slovacchia, al paragrafo 11 delle conclusioni sulla competitività, e l’emendamento in fondo non introduce nulla di nuovo, ma stimola la Commissione europea a mantenere gli impegni presi prima dell’estate, a darsi una mossa nel «garantire con urgenza un mercato del carbonio ben funzionante, trasparente e prevedibile, ridurre la volatilità del prezzo del carbonio e attenuare il suo impatto sui prezzi dell’energia elettrica, preservando nel contempo il ruolo essenziale dell’Ets nella transizione climatica...».
Il problema è che l’argomento, l’urgenza e la necessità di cambiare le conclusioni del Consiglio non vengono condivise da Berlino e da Parigi (a molti Macron appare dimesso e Merz ancora spiazzato dalla sua politica interna), e soprattutto vengono fortemente avversate dai Paesi scandinavi, molto più avanti di noi negli investimenti sulle rinnovabili e molto meno preoccupati di noi dal sistema degli Ets e dalle sue disfunzioni, quelle che si scaricano sui prezzi finali dell’energia, e che per Confindustria rischiano di avere ricadute irreversibili sulla nostra industria e manifattura.
Quello di Meloni è uno sfogo, ma per alcuni presenti solo una scenata. Per altri ancora un’efficace richiamo collettivo ad un tema che indubbiamente è trasversale. Ma non è solo quello che dice la nostra premier, non è solo come lo dice, l’imprevisto che alla fine farà la differenza, e farà passare l’emendamento inizia con le parole del traduttore: i forconi della Meloni diventano in inglese «too forks», o forse anche «two forks», che a seconda di chi ascolta, possono essere due forchette, o anche troppe forchette. Insomma un cortocircuito lessicale.
Kyriakos Mitsotakis, il premier greco, ci mette una pezza che è peggio del buco. Va in soccorso della premier, e soprattutto del traduttore, ma il suo tentativo di spiegare meglio è maldestro: i forconi, per lui, sarebbero degli attrezzi agricoli che servono per togliere il letame delle mucche.
A questo punto, quella che era un’atmosfera di tensione, stanchezza, e anche irritazione da parte di tanti, si smorza di colpo. I forconi della Meloni aiutano alcuni a ridere, altri ad arrendersi. Il presidente del Consiglio António Costa, dopo che finalmente semantica e contenuti si sono chiariti, appoggia l’arringa italiana dicendo che tutto sommato non si sta approvando nulla di eclatante o radicale. Grazie anche ad un traduttore, Meloni sorride.