il Giornale, 16 ottobre 2026
Melville recluso morto in vita e inafferrabile come Moby Dick
Edward W. Bok era riuscito a stanarlo. Herman Melville abitava ancora a New York; indossava un consunto cappotto da marinaio; perennemente lunga la barba, ormai bianca; lunghi i capelli. Burbero nei modi, lo sguardo denunciava, al contempo, sospetto e mitezza: «Mr. Melville è ormai un uomo anziano, ma ancora vigoroso». Non pubblicava romanzi da oltre trent’anni, recluso in una propria, labirintica solitudine. Il primo libro, Typee, edito nel 1846, gli aveva garantito una discreta fama da avventuriero, da romanziere d’esotico estro: tra Stati Uniti e Regno Unito aveva venduto oltre 16mila copie.
Per i più, Melville era morto. Non è un eufemismo. Il servizio di Bok, pubblicato da The Publishers’ Weekly il 19 novembre del 1890, conclude così: «Uno dei letterati più informati del Paese ha riso recentemente quando gli ho detto che Herman Melville abitava a soli due isolati da lui. Sciocchezze, ha risposto. Melville è morto da anni!». Segue turrita invettiva sulla vanità della fama. Lo sketch ha il valore di un monito anzi, di un simbolo. Lo scrittore che sembrava essersi tramutato in Achab, in realtà era Moby Dick. Come la balena bianca che i più credono morta ma continua ad aggirarsi, spettrale, per gli oceani Melville è infinito, ha finito per rappresentare l’ambiguo dio degli scrittori.
La vita di Herman Melville si può dividere, con equanimità da macellaio, in tre parti. La prima è quella dei vagabondaggi per mare. Pur breve dura dal 3 gennaio del 1841, quando Melville s’imbarca sull’Acushnet, a vent’uno anni, al 14 ottobre del 1844, quando è congedato dalla United States su cui si era imbarcato a Honolulu lo segnerà per sempre. La seconda è quella dello scrittore professionista. Non dura molto neppure questa. Da Typee a The Confidence-Man (1857): undici anni per dieci libri e un capolavoro assoluto, Moby Dick. I dati di vendita dell’epoca sono emblematici: da Omoo (13.335 copie vendute) a Pierre (1.821 copie vendute) è una lenta agonia. Moby Dick libro cardinale, bellissimo, biblico; memorabile la frase con cui Melville lo sigilla scrivendone a Nathaniel Hawthorne nel novembre del 1851: «Ho scritto un libro perverso, e mi sento immacolato come un agnello» venderà 3.715 copie. Una miseria.
La terza fase della vita di Melville è la più lunga, la più cupa, la più misteriosa. Lo scrittore, dopo aver tentato con scarsi risultati la carriera da conferenziere, trova lavoro, nel 1866, presso la dogana di New York. Da lì non si muoverà più. Un funzionario che amava i suoi libri, Chester A. Arthur, futuro Presidente degli Usa, farà in modo che lo scrittore, nonostante variopinti sconvolgimenti politici, non perda il posto non osò mai rivolgergli la parola. Melville muore nel 1891, a settantadue anni, dopo aver subito la morte dei figli maschi, Malcolm e Stanwix. Il primo carattere riflessivo, elfico, ipersensibile morì diciottenne, forse suicida: fu il padre a scoprirlo, riverso nella stanza, la rivoltella in mano, l’ancoraggio del sangue. Il secondo intrepido, corsaro, lebbroso alla vita comune, prese la via del mare, arrivò in Cina e in Nicaragua morì in un albergo di San Francisco di tubercolosi, aveva trentasei anni.
Con telescopica audacia, Mario A. Iannaccone registra la biografia di Melville in un libro mostruoso quanto Moby Dick va verso le settecento pagine, scritto con estro, teso a ricostruire il clima dell’esistenza del più grande scrittore americano di sempre. Herman Melville. Il magnifico naufragio (Edizioni Ares, euro 26), è, di fatto, il libro testamento di Iannaccone, giornalista di implacabile talento, che ha già narrato la vita di San Giovanni della Croce e di Aldous Huxley.
Gli episodi miliari nella vita di Melville un uomo che ha tuttavia celato il proprio cuore balenottera sotto la coltre di un insondabile segreto sono molti. Stupisce la furia con cui, di getto, si prodigò a diventare scrittore. Uomo di mare, disavvezzo all’educazione accademica la famiglia, di origini agiate, scozzesi, di credo calvinista, cadde in disgrazia economica, Melville si fece, letterariamente, da sé, leggendo di tutto, dagli amati resoconti di mare ai sacri testi del mormonismo, da Flaubert e Balzac a Montaigne, Coleridge, Shakespeare e Macpherson. Il viaggio in Palestina nel 1857 gli offrì materiale per Clarel, sapienziale pellegrinaggio lirico in Terra Santa. Il libro immenso: 150 canti suddivisi in 4 libri per oltre 18mila tetrametri giambici lo rendono il più lungo poema della letteratura americana, un poema-capodoglio, «oggetto estraneo nel panorama letterario del tempo», fu pubblicato nel 1876 in rade copie, a spese dell’autore. Clarel resta ancora come allora un enigma: in Italia piacque a Elémire Zolla che ne scorse in un saggio di oltre sessanta pagine imposto all’edizione parziale del libro edita da Adelphi nel 1993 «il fondo gnostico»; la versione completa del poema, tradotta da Ruggero Bianchi per Einaudi nel 1999, si trova, se siete fortunati, nel mercato secondario. Di ogni libro, Iannaccone ricostruisce il contesto critico e le affinità con la biografia dell’autore. Moby Dick, come sappiamo, trovò un lettore entusiasta in Hawthorne: alcuni malignano che Melville abbia avuto una relazione con la di lui moglie, l’affascinante pittrice Sophia Peabody lei, di certo, era attratta da quell’uomo, così scrive, «dall’aria libera, coraggiosa e virile»; folgorata dai suoi occhi-fiocina «dalla forza unica: non sembrano attraversarti, ma prenderti dentro di sé». Moby Dick era il libro prediletto da Carl Schmitt: il grande politologo così a Ernst Jünger lo riteneva, «come epopea dei mari, paragonabile soltanto all’Odissea». A Melville, Jünger anteponeva Edgar Allan Poe i due, Poe e Melville, s’incrociarono nel 1847: a dire di come certe figure attraversino la storia con il taglierino in mano, a fendere spiragli ovunque, a fondare nuovi modi di dire acqua.
Quanto a Moby Dick, Iannaccone ritaglia un dettaglio fatale. Mentre Melville è nel pieno della scrittura, nel gennaio del 1851, Arrowhead, la dimora a Pittsfield, Massachusetts, è sepolta dalla neve. «I Melville restavano isolati nella campagna coperta da uno spesso strato nevoso che, secondo le ricostruzioni climatiche della regione, raggiungeva a volte i 60 pollici, cioè circa 1,5 metri, e talvolta poteva avvicinarsi a 1,8 metri. La neve iniziava a sciogliersi soltanto a marzo». Eccola, la balena bianca: il deserto di neve, il terribile candore, mentre, attorno, «il mondo sembrava svanire».
Da vecchio, lo scrittore amava favoleggiare di capodogli mentre la nipote, Eleanor, passeggiava sulle sue ginocchia. Alla «cara cugina Kate» scrisse che gli angeli, dove si posano, «lasciano dietro di sé una fragranza di violette». L’ultimo libro, Timoleon etc., fu stampato in venticinque copie, quattro mesi prima della sua morte: raccoglieva quarantadue poesie. In una di queste, Buddha piacerebbe a Borges, piaceva a René Char, il poeta scrive: «Da niente a niente nuota/ e svanisci, tu che aspiri al nulla!».