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 2026  ottobre 16 Venerdì calendario

Carovita, tre impiegati su quattro dei tribunali al Nord rinunciano al posto

“Sono salito per non avere rimpianti, ma una volta lì ho capito che non volevo fare quella vita. Che lo stipendio mi sarebbe bastato appena a galleggiare”. Pierluca Torrente ha 38 anni ed è tra i vincitori dell’ultimo concorso per assistenti giudiziari, i fondamentali impiegati che supportano magistrati e cancellerie nei palazzi di giustizia di tutta Italia. Da Favignana, in Sicilia, avrebbe dovuto trasferirsi a Torino per lavorare in Procura dal 1° ottobre, lasciando un impiego stagionale da cassiere. Arrivato in città, però, si è reso conto che il salario da 1.600 euro netti al mese non era sufficiente a viverci: “Per una stanza in un appartamento condiviso, a quasi quarant’anni, chiedevano anche 700 euro. Ero entusiasta all’idea di un lavoro stabile, ma la sera prima di prendere servizio ho realizzato che non dovevo firmare. E ho fatto il biglietto aereo per tornare a casa”. Il mattino dopo, invece di presentarsi in ufficio, invia una mail in cui comunica con “profondo rammarico” la rinuncia all’incarico, a causa del “caro vita” e della “crisi abitativa nella città di assegnazione”.
La scelta di Pierluca è quella di moltissimi altri: a rifiutare il posto fisso da assistente giudiziario sono stati circa mille su 2.600 vincitori del concorso, quasi il 40%. Un’emorragia evidente soprattutto al Nord, dove, secondo una stima della Cgil Funzione pubblica, hanno rinunciato tre vincitori su quattro. Le sedi al Meridione, infatti, sono state opzionate da chi si è piazzato più in alto in graduatoria, mentre quelle nelle regioni più costose sono state quasi tutte assegnate d’ufficio e disertate in massa. I numeri rendono l’idea: al Tribunale di Milano si sono presentati 5 assistenti sui 94 destinati, in Corte d’Appello 4 su 16, in Procura 8 su 29. Al Tribunale di Torino hanno accettato in 19 su 49, a quello di Genova in 4 su 32; e ancora 1 su 20 a Monza, 2 su 18 a Brescia, 3 su 14 a Udine, 5 su 15 a Verona, 3 su 23 a Venezia. Dove va “meglio”, i forfait superano comunque il 50%: in Tribunale a Bologna hanno preso servizio in 12 su 25, in Corte d’Appello a Torino 7 su 17.
Ci sono poi sedi rimaste completamente a secco, come Aosta, Trieste o Sondrio, dove non si è presentato neanche un vincitore, con effetti drammatici sul funzionamento di piccoli Tribunali già gravati da scoperture enormi.
“Un ufficio non può andare avanti così. Si possono chiedere sacrifici per un periodo d’emergenza, ma l’emergenza ormai è diventata normalità”, si sfoga al Fatto Patrizio Gattari, presidente del Tribunale di Sondrio, dove gli assistenti giudiziari in servizio sono appena cinque. A chiarire le conseguenze nei giorni scorsi è stato Fabio Roia, presidente del Tribunale di Milano, che ha convocato i giornalisti sottolineando il rischio di non riuscire a garantire i “servizi essenziali della giustizia”: “Dovremo diminuire le udienze, cercando di tamponare nei settori dove è più necessario”, ha annunciato.
Il ministero ha risposto descrivendo le rinunce di massa come un “fenomeno straordinario e non ripetibile”: dei mille rinuncianti, afferma una nota di via Arenula, “circa 600” erano lavoratori precari “già impiegati nell’amministrazione della giustizia nell’ambito dei progetti Pnrr”, stabilizzati “nelle more dello scorrimento della graduatoria”. Per questo, si legge, a partire dal prossimo scorrimento “è ragionevole attendersi una significativa riduzione delle rinunce e delle mancate prese di servizio”. Ma anche il dicastero guidato da Carlo Nordio è costretto a citare “il costo della vita più alto nelle città del Nord”, che “inevitabilmente si riflette sulla decisione dei vincitori di non accettare l’assegnazione”. E questo, per i sindacati, è il cuore del problema: “Gli stipendi dei dipendenti pubblici non sono più adeguati al costo della vita”, commenta Felicia Russo, coordinatrice nazionale Giustizia della Fp Cgil. “Oggi, una lavoratrice o un lavoratore del pubblico impiego rientra nella fascia di reddito che fa fatica ad arrivare alla quarta settimana del mese. La situazione è ancora più difficile per chi viene assunto per la prima volta e deve trasferirsi, sostenendo anche le spese per l’affitto di un’abitazione. Occorre aumentare gli stipendi e occorrono vere politiche abitative che garantiscano il diritto alla casa”.