La Stampa, 16 ottobre 2026
Il mistero della sepoltura di Antonello da Messina
Per andare sulle tracce di uno dei misteri più oscuri della storia dell’arte, bisogna lasciarsi alle spalle la luce del lungomare di Messina e percorrere viale Giostra nella direzione che punta verso la montagna, risalendo il vallone un tempo scavato da un fiume. Per raggiungere la località che si chiama Ritiro occorre passare sotto un imponente svincolo autostradale e addentrarsi nel quartiere Giostra, periferia nata per ospitare i baraccati del terremoto del 1908 e in cerca di riscatto dopo decenni di degrado.
Ebbene, è proprio qui, tra queste pietre dirute, che si nasconde l’enigma. Perché è sotto queste rovine che si celerebbe la tomba di Antonello da Messina, il maestro rivoluzionario del Quattrocento, l’artista capace di fondere il Nord e il Sud, la luce e il dettaglio della pittura fiamminga con la monumentalità e la spazialità del Rinascimento italiano.
Lo insegui, Antonello, e sempre ti sfugge. È un fantasma che si muove nella storia seminando capolavori, senza lasciare traccia del suo volto. Per lui parlano lo stupore sospeso dell’Annunciata, il sorriso beffardo del Ritratto di ignoto con quegli occhi che guardano i nostri e che sembrano interrogarci, sfidarci a risolvere il mistero del loro autore, al secolo Antonio di Giovanni de Antonio, nato e morto non si sa quando, sepolto non si sa dove. L’alfa e l’omega della vita, entrambi avvolti nell’oscurità. In mezzo una biografia costellata di dubbi e di ipotesi: viaggi, spostamenti, committenze. Una parabola artistica di cui ci sono rimaste circa trentacinque opere, oggi esposte tra Italia, Europa e Stati Uniti.
Dal computo bisogna sottrarre le quattro rubate nella notte di Ferragosto del 2026 dal MuMe, il Museo regionale di Messina. Un assalto incredibile, con i custodi notturni vanamente presenti e l’allarme che viene spento mentre suona. Un’occasione – la peggiore possibile – per riaccendere i riflettori sulla storia di Antonello e sulle sue opere. Una vita che conviene srotolare dalla fine, e precisamente dal 14 febbraio del 1479, giorno in cui l’artista detta al notaio Antonio Mangianti le ultime volontà, “sanus mente, licet corpore languens”, sano di mente, ma gravemente malato. Morirà di lì a poco, ma non si sa esattamente quando.
«Il mio cadavere sia sepolto nel convento di Santa Maria di Gesù, con l’abito di detto convento», si legge nel documento redatto in latino. Una frase su cui ci si scervella e si litiga, dal giorno della scoperta clamorosa del testamento dell’artista, avvenuta il 7 marzo 1903. Al centro della disputa c’è una domanda. Di quale convento di Santa Maria di Gesù parla Antonello? Di quello del Ritiro, il superiore, sulle cui rovine puoi ancora aggirarti in cerca di una risposta, o di quello inferiore, realizzato a partire dal 1463 più a valle, polverizzato dal sisma del 1908, dove oggi sorge la scuola Luigi Boer?
Legioni di professori, storici dell’arte, archivisti, topi di biblioteca, esperti del RIS di Messina, perfino “cacciatori di ossa” cercano da tempo la prova regina che metta fine al mistero.
Una sfida difficile. Perché dall’asciutto testamento, aperto l’11 maggio del 1479, deduciamo che l’artista vuole farsi seppellire nella fossa comune, senza una targa né tantomeno un monumento, con il saio da minore osservante, di cui era terziario, e in assoluto silenzio, chiedendo che «nessun membro del clero, né della chiesa maggiore di Messana né di altre, e in particolare dei conventuali, intervenga al mio funerale, eccetto il clero e i monaci del suddetto convento di Santa Maria di Gesù». Quindi come risalire alla paternità di eventuali resti?
La risposta sta in un sofisticato protocollo di archeologia molecolare. Gli scienziati prevedono di cercare le corrispondenze genetiche tra gli scheletri ammassati nella stessa fossa, supponendo che la sepoltura ospiti pure il figlio Jacobello e i nipoti Antonello e Pietro de Saliba. Rintracciare un profilo biologico condiviso tra padre, figlio e nipoti sancirebbe l’identità del gruppo familiare. A questa indagine si intende affiancare la “genealogia molecolare del cromosoma Y”, che mappa il DNA attraverso il prelievo della saliva dei viventi che portano lo stesso nome, una tecnica già sperimentata con successo in Inghilterra per identificare i resti di re Riccardo III. Sarà come cercare un ago nel pagliaio: i D’Antoni non stanno più a Messina, ma fra Trapani e Palermo, le tracce degli Antonello portano nel Nord Italia. Migliori speranze per i “de Saliba”, solidamente attestati nella città dello Stretto e considerati i veri eredi genetici.
Certo che il giallo è davvero affascinante, e pieno di colpi di scena. Perché fino al 1903, l’anno della scoperta del testamento, per la storiografia ufficiale Antonello è sepolto a Venezia, la città dove compie uno dei suoi pochi viaggi accertati, e dove si ferma tra il 1474 e il 1476.
Invano gli storici siciliani, sin dal Seicento, dicono che non è possibile che la sua tomba sia lì. Vengono tacciati di campanilismo. Chi sono loro per smentire Giorgio Vasari, il padre della storia dell’arte, che nelle sue Vite lo ha scritto a chiare lettere? «Antonello (…) se n’andò a Vinezia dove, per essere persona molto dedita a’ piaceri e tutta venerea, si risolvé abitar sempre, e qui finire la sua vita dove aveva trovato un modo di vivere a punto secondo il suo gusto». Oggi sarebbe definita una gigantesca fake news. Perché invece il povero Antonello, anziché chiudere in laguna la vita libertina che Vasari gli attribuisce, agonizza nel suo letto a Messina, pianificando la più silenziosa e umile delle morti.