repubblica.it, 16 ottobre 2026
Il genoma del dodo è quasi completo: si avanza verso la de-estinzione
Un passo avanti nella lunga strada verso il possibile ritorno del dodo, l’uccello simbolo delle specie estinte per mano dell’uomo. La società americana Colossal Biosciences ha annunciato di aver ricostruito il 95% del patrimonio genetico dell’animale, scomparso dall’isola di Mauritius nel XVII secolo, e di aver individuato, grazie all’intelligenza artificiale, circa 2.300 possibili bersagli genetici sui quali intervenire per riprodurne le caratteristiche. Un risultato che naturalmente non si traduce nel via libera alla creazione di un esemplare vivente, ma segna un nuovo progresso nel campo della de-estinzione, una delle frontiere più ambiziose e controverse delle biotecnologie contemporanee.
La novità si chiama GenoMorph: è una piattaforma che combina genetica comparata, biologia dello sviluppo e analisi tridimensionale delle forme anatomiche per individuare le porzioni di DNA responsabili delle caratteristiche di una specie. Nel caso del dodo, soprattutto il grande becco ricurvo e la particolare struttura del cranio. Il punto è che ricostruire il patrimonio genetico di un animale estinto non basta: occorre capire quali geni, e soprattutto quali meccanismi di regolazione, abbiano prodotto la sua anatomia. Anche per questo Ben Lamm, amministratore delegato e cofondatore di Colossal, paragona GenoMorph a una sorta di “mappa del tesoro”, in grado di restringere centinaia di migliaia di possibili modifiche genetiche ai bersagli più promettenti. In sostanza, l’intelligenza artificiale non ricrea direttamente l’animale, ma indica dove cercare le istruzioni genetiche necessarie a ricostruirne le sembianze.
Così la megafauna è scomparsa grazie all’uomo
Per riuscirci, il sistema ha analizzato lo sviluppo del cranio e del becco di oltre 70 specie di uccelli viventi, individuando le sequenze regolatrici che potrebbero aver determinato le caratteristiche del dodo. Come spiega Beth Shapiro, responsabile scientifica della società, “il problema è che i ricercatori dispongono di un solo genoma di riferimento dell’animale estinto, troppo poco per applicare i consueti metodi comparativi“. GenoMorph ha permesso di individuare circa 2.300 elementi genetici candidati, che ora vanno dunque sottoposti a verifica sperimentale. Non significa, segnalano gli esperti, che siano già state identificate altrettante modifiche efficaci: il risultato consiste nell’aver circoscritto il campo della ricerca.
Il piccione delle Nicobare e la sfida del laboratorio
E a quanto pare il protagonista della prossima fase sarà un uccello che, a prima vista, ha ben poco del suo celebre parente estinto: il piccione delle Nicobare, dal caratteristico piumaggio iridescente verde e ramato, diffuso in alcune isole del Sud-est asiatico, altro che il bianco del dodo. Eppure, si tratta del parente vivente più prossimo del dodo: quanto basta per farne il candidato ideale sul quale intervenire geneticamente per provare ottenere un animale con caratteristiche riconducibili alla specie fatalmente scomparsa. Colossal ha già portato a 36 esemplari la sua colonia sperimentale in Texas e sta sviluppando tecniche per accelerare la verifica delle modifiche genetiche. Ma nessuno ha ancora fissato una data per la schiusa del primo uovo. Perché il salto dalla manipolazione del DNA alla nascita di un organismo vitale e fertile resta enorme. Tra le sfide ancora da superare, riconosce Lamm, “l’individuazione delle modifiche realmente necessarie, la possibilità di introdurne numerose nello stesso organismo, la loro trasmissione alle generazioni successive e la preparazione di un ambiente adatto ad accogliere gli animali eventualmente ottenuti“.
I precedenti: dal topo lanoso ai lupi preistorici
L’annuncio di queste arriva dopo una serie di esperimenti che hanno trasformato Colossal in uno dei nomi più discussi della biotecnologia contemporanea. Nel marzo 2025 la società aveva presentato il topo lanoso, un roditore geneticamente modificato per sviluppare un mantello particolarmente folto, attraverso interventi su geni coinvolti anche nelle caratteristiche del mammut. Un esperimento che aveva evocato scenari da Jurassic Park. Poche settimane dopo, la società aveva annunciato la nascita di tre lupi geneticamente modificati per riprodurre alcune caratteristiche del dire wolf, il grande predatore estinto alla fine dell’ultima era glaciale. Anche in quel caso, però, l’entusiasmo mediatico si era scontrato con le obiezioni di numerosi scienziati.
Gli animali ottenuti da Colossal non erano esemplari autentici di una specie tornata dal passato, ma lupi grigi modificati per presentare alcuni tratti degli animali scomparsi. Una distinzione fondamentale, spesso sacrificata alla suggestione della de-estinzione. Eppure, la ricerca continua. Nel catalogo delle specie che Colossal vorrebbe riportare sulla Terra figurano, oltre al dodo e al mammut, la tigre della Tasmania, l’antilope azzurra sudafricana e il moa, il gigantesco uccello incapace di volare che popolava la Nuova Zelanda. È il tentativo di trasformare la biologia sintetica in una sorta di macchina del tempo, almeno parziale: non recuperare un organismo intatto dal passato, ma costruirne una versione geneticamente e morfologicamente simile attraverso specie ancora viventi.
La de-estinzione e il paradosso della biodiversità
E qui emerge una seconda questione, forse persino più complessa della prima. Una volta ricreato, dove dovrebbe vivere il dodo? Mauritius non è più l’isola che l’uccello abitava quattrocento anni fa. Gli ecosistemi sono cambiati, gli habitat naturali si sono ridotti, gli animali introdotti dall’uomo hanno modificato profondamente gli equilibri originari. Colossal sostiene di collaborare con il governo mauriziano, ricercatori e organizzazioni ambientaliste per ripristinare gli ambienti naturali e contenere le specie invasive. Un lavoro che, secondo Lamm, potrebbe produrre benefici anche per le specie autoctone che oggi popolano l’isola. Nessun sito di reintroduzione, precisa la società, sarà individuato prima delle necessarie valutazioni ecologiche e delle consultazioni con le comunità locali.
Ma la domanda va oltre Mauritius. E tocca il significato stesso della parola estinzione. Perché un animale non è, evidentemente, soltanto un insieme di istruzioni genetiche. È anche una storia evolutiva, una rete di relazioni, un ambiente, un comportamento. Ricostruirne l’aspetto non significa necessariamente restituire al mondo la specie che conoscevamo. Significa, piuttosto, creare un nuovo organismo nel quale sopravvivono alcuni caratteri del passato. La de-estinzione apre così una frontiera scientifica affascinante, ma tutt’altro che priva di contraddizioni. Da una parte promette strumenti capaci di ampliare le possibilità della conservazione biologica, offrendo nuove tecniche per tutelare anche le specie minacciate. Dall’altra rischia di alimentare l’illusione che ogni perdita possa essere riparata, che la distruzione degli ecosistemi sia reversibile e che la tecnologia possa un giorno liberarci dalle conseguenze delle nostre scelte Il paradosso, come sottolineano in molti, è tutto qui: mentre impariamo a manipolare il patrimonio genetico di animali scomparsi da secoli, continuiamo a perdere specie che potremmo ancora salvare.
E forse la vera rivoluzione non sarà riuscire a far nascere un dodo in laboratorio, ma comprendere che la biodiversità non è un archivio dal quale recuperare, a piacimento, ciò che abbiamo cancellato. Il futuro della de-estinzione si gioca dunque su un confine sottile, quello tra riparazione e ricreazione. Con una domanda destinata ad accompagnare ogni nuovo esperimento: se un giorno saremo davvero capaci di riportare indietro una specie estinta, avremo anche imparato a non condannarla nuovamente alla scomparsa?