il venerdì, 16 ottobre 2026
Federico II che nel 1224 già combatteva il caro-affitti
Dilaga la protesta degli studenti fuorisede. Scioperi, picchetti, tende piazzate nei cortili delle università italiane per denunciare la condizione di sfruttamento cui sono sottoposti i ragazzi che studiano lontano da casa, spennati come polli da un mercato degli alloggi che ha superato ogni limite di decenza. Basti dire che per una stanza in affitto si arriva a pagare settecento euro mensili al Nord e cinquecento al Sud. Si dirà che sugli studenti si è sempre fatto business. E che la storia si ripete. E invece no. Perché una politica universitaria seria e lungimirante, che considera le nuove generazioni una risorsa del Paese, è possibile. E l’esempio ci viene da una legge di otto secoli fa, che prevede alloggi comodi e spaziosi per gli studenti a prezzi calmierati e controllati dalle autorità.
A mettere nero su bianco questo autentico decalogo del diritto allo studio è il decreto del 5 giugno 1224 con cui Federico II, l’imperatore che Dante con una folgore poetica chiama il terzo “vento di Soave”, cioè il terzo sovrano della dinastia sveva, fonda l’Università di Napoli. L’atto di fondazione, originariamente scritto in latino, è stato recentemente tradotto in italiano dal latinista Fulvio Delle Donne, con la supervisione scientifica del celebre dantista Andrea Mazzucchi, nuovo rettore dell’università napoletana. A scorrere le tre pagine del documento si resta letteralmente basiti. Perché le facilitazioni previste dal sovrano per venire incontro alle esigenze degli studenti e delle loro famiglie appaiono straordinariamente attuali. Sembrano la risposta anticipata alle rivendicazioni degli universitari che in questi giorni denunciano la crescita esponenziale del costo della vita per i fuorisede. «Affitti alle stelle, privatizzazione progressiva delle soluzioni abitative come gli studentati, lavoretti a nero con paghe insufficienti».
Non a caso gli studenti in rivolta hanno scelto come obiettivo polemico Mr. Monopoly, un personaggio dell’omonimo gioco di società, trasformato in simbolo della speculazione immobiliare e del caro affitti. La figura del magnate viene infatti utilizzata nei flash mob e nei manifesti per denunciare i grandi interessi edilizi e la destinazione dei fondi Pnrr a studentati di lusso gestiti da privati, anziché a posti letto calmierati. Strutture ricettive che, peraltro, col tempo potranno cambiare destinazione e trasformarsi in alberghi a cinque stelle.
L’intuizione del sovrano
È come se Federico II avesse previsto in anticipo questi mali e avesse voluto stroncarli sul nascere. L’imperatore, infatti, si impegnava a sostenere lo sforzo di allievi e familiari con misure concrete. “A loro”, assicura, “offriamo buone condizioni, ricerchiamo maestri, promettiamo beni e, a quelli che ci sembreranno degni, offriremo premi”. In altre parole, borse di studio, esenzioni dalle tasse e prestiti d’onore. Addirittura, il decreto imperiale stabilisce che per mantenersi agli studi i giovani potevano ricevere prestiti dando in pegno i loro libri. Che però gli venivano restituiti, per non privarli della possibilità di studiare, grazie alla garanzia offerta dai compagni di corso. Uno scambio che finiva per favorire circuiti di solidarietà tra gli studenti. Inoltre, gli iscritti erano esentati dall’onere gravoso di pagare gli stipendi dei professori, che venivano retribuiti dall’amministrazione statale. È questa, infatti, la differenza tra Università come Bologna e Padova, i cui docenti venivano pagati dagli studenti, più o meno come avviene tuttora nel mondo anglosassone, dove gli atenei funzionano a mercato e l’istruzione è un privilegio per chi può permettersela. Mentre quella napoletana è la prima università pubblica del mondo. Spesata dal governo. Non a caso avevano anche nomi diversi: le prime erano definite Universitas scholarium, mentre le seconde magistrorum.
Cibo buono a buon mercato
Ma è sullo spinoso problema degli alloggi che la politica di Federico si rivela particolarmente intelligente. “Le migliori abitazioni esistenti nella città”, recita il decreto, “saranno date in affitto agli scolari dietro pagamento di due once d’oro al massimo”. Il tetto dell’affitto, che non poteva essere superato per nessuna ragione, sotto la minaccia di sanzioni severissime, veniva negoziato caso per caso o, meglio, casa per casa da una commissione paritetica composta da due cittadini e due studenti. Sembra di sognare. Ma non è finita, perché le agevolazioni promesse da Federico per arginare la fuga dei cervelli riguardavano anche il cibo. Che a Napoli era buono, abbondante e a buon mercato, a differenza di Bologna dove gli studenti erano costretti a fare la fame per via dei prezzi proibitivi. Addirittura, nelle scuole di retorica medievali era molto diffuso un esercizio di scrittura epistolare composto alla fine del Duecento dal maestro bolognese Guido Faba, in cui uno studente petroniano scrivendo a un compagno che si è appena trasferito nell’ateneo napoletano, lamenta i costi insostenibili dei generi alimentari. Al termine della lettera, lo studente affamato decide di iscriversi a Napoli, definita “terra bellissima, adattissima agli studenti, amena e piacevole”. Lette alla luce del presente, le disposizioni dell’imperatore rappresentano l’esatto opposto di quel che vivono i nostri figli. La cui formazione costa soldi allo Stato e sacrifici alle famiglie. E alla fine molti sono costretti ad andarsene all’estero per trovare un lavoro all’altezza della loro preparazione. Insomma, per combattere Mr. Monopoly, ci vorrebbe un altro Federico.