corriere.it, 16 ottobre 2026
Silvia Salis parla della sua gravidanza con fecondazione assistita e di politica
Fuori dalle finestre di casa, il mare è così vicino che sembra entrare nelle stanze. Basta scendere pochi gradini e tuffarsi. È domenica, Silvia Salis prova a tirare il fiato. Anche se all’ingresso trovi subito un mega tapis roulant che segna i dieci chilometri appena percorsi. «In tanti vedono in me una donna alta un metro e ottanta, bionda, ex atleta olimpica», confessa la sindaca di Genova. «Qualcuno può pensare che io sia invincibile, ma non lo sono affatto. Ho sofferto e, per avere Eugenio, il nostro bambino, sono dovuta ricorrere alla fecondazione assistita».
Il racconto della difficoltà ad avere un figlio è il passaggio più intimo del suo nuovo libro. Intanto, molti la tirano per la giacchetta, perché la vorrebbero candidata premier per il centrosinistra, come “federatrice” per dirimere lo scontro tra Pd e M5S. Lei si schermisce, risponde con un «no» assoluto anche alle primarie. Ma il titolo – È già domani, edito da Feltrinelli – è già un programma. E lei riserva più di una stoccata alla sua parte politica: «Il problema è che la destra ha una leader riconoscibile. La sinistra, invece, no».
Sindaca, lei racconta che le svolte della sua vita sono state scandite da due «dolori lancinanti».
«Il primo fu fisico: come un coltello piantato all’inguine. A trent’anni ho capito, così, che era il momento di dire addio a quel martello che avevo lanciato una cinquantina di volte al giorno, durante allenamenti estenuanti. Un medico, con grande onestà, mi disse che non sarei mai più tornata quella di prima. E nello sport professionistico, quando smetti, smetti davvero».
Dopo quell’addio diventa vicepresidente del Coni, a fianco di Giovanni Malagò. E dieci anni dopo arriva un’altra «fitta», stavolta al cuore.
«Mio papà Eugenio, l’amore della mia vita, muore all’improvviso, a poche ore dall’inizio della campagna elettorale per Genova. (La sindaca si commuove: «Non so come farò a raccontare questa cosa alle presentazioni del libro», ammette). È stata una bomba a orologeria. Non ho avuto il tempo di elaborare nulla. È iniziato tutto insieme: la città, la campagna, un bambino di un anno, mio marito Fausto che viveva a Roma. E la vita di prima che non esisteva più».
Ha pensato di fermarsi?
«No. Ho pensato che lo facevo anche per mio papà, che qualche giorno prima mi aveva detto: “Vai e vinci”».
Ha vinto, sostenuta da tutto il Campo largo. Perché il centrosinistra, invece, fatica a vincere a livello nazionale?
«Perché nei decenni ha elaborato anticorpi potentissimi contro la vittoria. C’è fastidio verso la figura del leader. E c’è il meccanismo perverso di dover abbattere le peculiarità di ogni partito per tenere insieme tutti. E quasi l’idea che il concetto stesso di vittoria sia qualcosa di destra».
Lei, invece, quando Bonelli e Fratoianni di Avs vennero a sostenerla per primi a Genova, disse subito: «Vinceremo al primo turno».
«Sì. E quella frase suscitò parecchi dubbi. Avevamo una coalizione che andava da Azione ai Cinque Stelle: perché avremmo dovuto pensare di non farcela? Bisogna darsi il permesso di vincere».
Nel libro scrive che alla sinistra manca un leader riconoscibile, mentre la destra ne ha una: Giorgia Meloni.
«Manca un leader riconosciuto del centrosinistra. E manca una cultura del leader. Ci sono molte persone che pensano di poter fare quel lavoro, ma siccome non si mettono d’accordo, allora si decide di aprire una competizione interna. Io non sono contraria alle primarie in assoluto. Ma ricordo una recente intervista sul Corriere di Aldo Cazzullo a Massimo D’Alema: raccontava di un partito nel quale si discuteva, c’era un organo di direzione politica, composto da più anime, ma forte, e alla fine usciva una decisione. Come quando Berlinguer comunicò appunto a D’Alema: “La direzione del partito ha deciso che farai il segretario della Fgci”».
Sta dicendo che Elly Schlein non è ancora la leader dell’alternativa?
«Non sto dicendo questo. Elly ha legittime ambizioni. Così come Giuseppe Conte, che ha già fatto il premier due volte, pur avendo dieci punti in meno del Pd. E poi ci sono il mondo riformista e quello di Avs, che hanno il diritto di riconoscersi in una leadership. A destra il partito principale, Fratelli d’Italia, ha cannibalizzato gli altri. Noi, invece, abbiamo frammentato il Partito democratico. Se il Pd fosse stato più inclusivo e avesse contenuto le tensioni interne, oggi sarebbe un partito che non avrebbe problemi a stare al 30 per cento».
Perché nel libro non cita mai i nomi di Schlein, Conte, Renzi, Meloni?
«È stata una scelta. Sono la sindaca di una città e i leader nazionali mi consentono di governare. Questo libro vuole raccontare una storia che è politica, ma non è un regolamento di conti. È la storia di una bambina, figlia di un operaio e di una dipendente comunale, cresciuta in una casa di sessanta metri quadrati, in affitto, accanto a un campo di atletica. Una bambina che, passo dopo passo, ha realizzato i suoi obiettivi».
Per chi ha votato nella sua vita?
«Sempre Pd, una volta anche Italia Viva. Ma non ho mai sentito che una tessera fosse necessaria per definirmi».
La maternità è la parte più toccante del suo libro. Perché ha deciso di raccontare pubblicamente la difficoltà di avere un figlio?
«Volevo che questo tema avesse la risonanza giusta. Quando ne parlavo a tavola, scoprivo quante persone vivessero lo stesso dolore. Non deve esserci reticenza nel raccontare che una donna o un uomo possono avere problemi di fertilità. Se lo dico io, magari aiuto qualche altra donna a sentirsi meno sola».
Dopo tanti tentativi e dolori è arrivato Eugenio, che ha appena compiuto tre anni.
«I primi mesi non succedeva niente. Poi, con mio marito, ho capito che se l’intimità di una coppia dipende soltanto dall’obiettivo di fare un figlio, il rapporto può prendere una piega sbagliata. E a un certo punto ho deciso: inizierò il percorso di fecondazione assistita».
Qual è stata la parte più dura?
«Fare in modo che le persone intorno a me non se ne accorgessero. Sapevo che la buona riuscita dipendeva anche dalla mia predisposizione fisica. Non volevo che un’eccessiva condivisione, se il primo tentativo non fosse andato bene, potesse mettermi in crisi per quelli successivi. Facevo punture sulla pancia e continuavo la mia vita. Prendevo chili. Ero la vice del Coni. Ma cercavo di tenere tutto per me».
Non tutti possono permettersi questo percorso.
«È l’amara verità. Costa tra i 7 e i 15 mila euro, se lo fai privatamente. C’è il servizio pubblico, ma i finanziamenti sono del tutto insufficienti rispetto ai bisogni. Noi potevamo permettercelo. Moltissime persone no. E questo non è giusto».
Lei invita anche le ragazze a pensarci per tempo.
«Quando posso, parlo loro di social freezing. Non come un obbligo o un’ossessione, ma come una possibilità. Forse una vacanza in meno e un investimento in più sul proprio futuro. Sapere che esiste una strada, e poterla scegliere, cambia molto».
La maternità l’ha resa più ambiziosa o più prudente?
«Mi ha fatto capire che, se per tutta la vita pensavo di avere delle paure su me stessa, in realtà non ne avevo mai avute davvero. L’unica paura vera è che possa succedere qualcosa a mio figlio».
Suo marito, il regista Fausto Brizzi, è il primo a dirle quando sbaglia?
«Sì. È la persona della quale mi fido di più. Anche se un giorno non fosse più mio marito, resterebbe comunque la prima persona a cui chiederei un consiglio importante. Lo amo e gli sono grata. Penso che sia reciproco. E poi ha una grande consapevolezza politica».
E su che cosa litigate?
«Io sono della Vergine: molto ordinata e metodica. Fausto è Scorpione, è un artista. Si dimentica le cose, compra oggetti inutili e li lascia in giro. Ma siamo talmente oberati d’impegni che, quando iniziamo a litigare, ci guardiamo negli occhi e desistiamo».
Il libro s’intitola: È già domani. Che cosa non vuole più rimandare?
«Io non rimando le cose. Preferisco farle».
A proposito di «domani»: lei dice no alle primarie, ma non ha mai chiuso del tutto la porta a una candidatura diretta a premier, se tutti i leader del Campo largo glielo chiedessero. Come a Genova, insomma.
«Io ho detto “no” a tutto. Ho un incarico, sono stata eletta per governare Genova. Farò campagna elettorale per il centrosinistra, senza sosta. Ma da sindaca».
Perché un «no» così netto alle primarie?
«Perché se una coalizione non possiede già una direzione condivisa, si rischia una guerra civile ai gazebo. Le primarie sono uno strumento popolare e per questo vanno difese. Ma in questo caso potrebbero soltanto radicalizzare gli elettorati, che poi farebbero più fatica a votare alle elezioni vere un candidato diverso dal proprio».
E allora chi deve scegliere il candidato premier?
«I capi politici del centrosinistra, in una stanza. Così funzionavano i partiti che funzionavano. Non mi risulta che in Fratelli d’Italia qualcuno metta in discussione la leadership di Giorgia Meloni. E anche quando discutono, da quelle stanze non escono spifferi».
Che pensa di Meloni?
«Ne rispetto il percorso. Lo sport ti insegna a rispettare l’avversario, non soltanto per educazione. Perché se dici che il tuo avversario è un fesso e poi perdi, sei un doppio fesso. Rispettare l’avversario qualifica il tuo valore».
Le tre donne del suo pantheon politico?
«Rimaniamo in Italia: Nilde Iotti, Roberta Pinotti e, perché no, Lilli Gruber. La ammiro molto».
Lei usa apertamente la parola «genocidio» per Gaza. Riformista e pro-Pal: non teme che per qualcuno sia una contraddizione?
«Non sono due elementi in contrasto. Io sono riformista, ma soprattutto progressista. Vediamo migliaia di bambini uccisi e straziati da israeliani e coloni: è impossibile voltarsi dall’altra parte e non sostenere la causa palestinese. E Meloni, per il suo posizionamento internazionale, non può permettersi di prendere posizioni drastiche contro Netanyahu».
Ucraina: il governo italiano deve continuare il sostegno militare?
«Se fossi una mamma che vive a Kiev, penserei che tutti ci debbano sostenere. Dobbiamo rimanere allineati alla posizione europea, che però dovrebbe essere più incisiva. Aspettiamo tutti con ansia il giorno in cui vedremo sui titoli dei giornali che la diplomazia internazionale ha sostituito il ricorso alle armi e alla guerra».
Da bambina che cosa voleva fare?
«La sindaca di Genova. Alle elementari avevo una maestra il cui padre, Augusto Pedullà, era stato sindaco della città. E io pensai: perché non potrei farlo anch’io?».
E la presidente del Consiglio, vorrebbe farla?
«Sono incarichi per cui bisogna essere preparati. E deve essere il momento giusto. Anche quando ero atleta mi chiedevano se avrei voluto vincere le Olimpiadi: chi risponderebbe “no”? Quindi evito le risposte assolute».
Se, per ipotesi, fosse premier, quale sarebbe la prima misura?
«Finanzierei un servizio gratuito ed efficiente di nido e scuola materna, da zero a sei anni. Sarebbe un aiuto vitale per tutte le donne e per le famiglie».
P.S. Di recente, in Comune a Genova, un certo Massimo D’Alema è passato a conoscere la sindaca Salis. E l’ex premier non è mai stato uno che fa cose a caso…