corriere.it, 16 ottobre 2026
Stipendi dei magistrati, fino a 100 mila euro a testa con gli arretrati in busta
Circa 970 milioni di euro per gli 11 mila magistrati italiani, tra arretrati e aumenti in busta paga. È la cifra che, secondo l’analisi del Sole 24 Ore, sarà destinata alle toghe dal «Fondo sentenze» per il 2027 indicato nel Documento programmatico di bilancio, pari complessivamente a circa 1,9 miliardi. Non si tratta di una scelta politica del governo, ma dell’esecuzione di pronunce definitive della giustizia amministrativa. Per capire come si è arrivati fin qui bisogna partire da un meccanismo poco noto: quello che aggiorna gli stipendi di chi non ha un contratto collettivo.
Come funziona
I magistrati, come gli avvocati dello Stato, i professori universitari e i militari, appartengono al cosiddetto personale «in regime di diritto pubblico»: le loro retribuzioni non si negoziano a un tavolo sindacale, ma sono fissate per legge. La legge 27 del 1981 prevede che ogni tre anni lo stipendio delle toghe venga adeguato in misura pari alla media degli aumenti ottenuti nel triennio precedente dalle altre categorie del pubblico impiego, quelle con contratto. L’Istat calcola la percentuale, la presidenza del Consiglio la recepisce con un decreto. Per decenni il sistema ha funzionato senza contestazioni. Poi l’Associazione nazionale magistrati e alcuni magistrati ordinari hanno impugnato il decreto del 6 agosto 2021, relativo al triennio 2018-2020.
Le sentenze
Con le sentenze 6003 e 6004 del 9 luglio 2025, la Settima sezione del Consiglio di Stato ha dato ragione ai ricorrenti su più punti. Il primo riguarda la base di calcolo: andavano considerate tutte le componenti della retribuzione dei dipendenti pubblici, non solo lo stipendio tabellare, quindi anche le indennità. Il secondo riguarda la platea: secondo la ricostruzione del Sole, erano stati esclusi comparti come quello delle Autorità indipendenti, dove gli aumenti sono stati più consistenti. Il terzo punto è il più tecnico, ma anche il più pesante sul risultato finale. L’Istat aveva usato una media ponderata, in cui ogni comparto pesa in proporzione al numero dei suoi dipendenti. Così i settori più numerosi e con stipendi più bassi, come la scuola e gli enti locali, finivano per trascinare verso il basso la percentuale complessiva. Per i giudici la legge impone invece una media aritmetica tra categorie: ogni comparto conta allo stesso modo, indipendentemente da quanti dipendenti abbia. Un metodo che, nei fatti, produce aumenti più alti.
La stessa sorte è toccata al triennio successivo. Con la sentenza 14271 pubblicata il 14 agosto 2026, il Tar del Lazio ha annullato gli atti alla base dell’adeguamento 2021-2023 (fissato al 6,69% dal decreto del 3 giugno 2024), richiamando espressamente le pronunce del Consiglio di Stato e ordinando il ricalcolo. Il governo ha provato a prendere tempo, ma ha perso anche i giudizi di ottemperanza: i decreti che riallineano le retribuzioni dal 2018 al 2023 sono pronti, e spetta alla legge di bilancio stanziare le risorse.
Gli arretrati in busta paga
Secondo i calcoli riportati dal Sole 24 Ore, l’operazione vale oltre 70 mila euro a testa di arretrati una tantum e circa 20 mila euro l’anno di aumento strutturale, destinato a restare negli stipendi futuri (con picchi fino a 100 mila per le figure apicali). Le somme maggiori andranno ai 10.638 magistrati già in servizio nel 2018, ma la revisione tocca in misura diversa tutta la categoria; chi si trova più in alto per grado e anzianità riceverà di più. Si tratta di costi lordi a carico dello Stato, comprensivi dei contributi versati dall’amministrazione. Le cifre effettivamente percepite al netto di contributi e imposte sono quindi inferiori. Gli aumenti, peraltro, non riguarderanno solo la magistratura ordinaria, amministrativa e contabile: si estendono anche agli avvocati dello Stato. Va poi detto che la partita non è chiusa. Resta aperto il triennio 2024-2026, sul quale peseranno anche gli effetti di trascinamento dei ricalcoli precedenti.