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 2026  ottobre 16 Venerdì calendario

Intervista a Sylvester Stallone

Questa è una storia di perseveranza e di caparbietà, di un attore che, «inseguendo un sogno impossibile», ha tirato un gancio alle umiliazioni, ai rifiuti, ai provini andati male, e nel 1977 vince tre Oscar. Sylvester Stallone, ha appena scritto (per Rizzoli) la sua straordinaria autobiografia, The Steps. Come sono diventato Rocky Balboa. Intanto il 19 alla Festa del cinema c’è I Play Rocky di Peter Farrelly con Anthony Ippolito, sull’alba della saga, di cui si farà un nuovo capitolo.
Com’è nato Rocky?
«Vedevo la vita come un ring. Se decidi di salirci, devi combattere sennò la vita ti farà del male. Ti prenderà a pugni e ti butterà al tappeto. Pensai al personaggio di un pugile. Fui ispirato da Rocky Marciano figlio di immigrati italiani, ed ero pieno di attenzioni per una timida ragazza di quartiere. Una storia d’amore, non un film su un pugile in disgrazia. Volevo dire che il desiderio, il coraggio, l’amore possono trasformare i limiti in punti di forza».
La reazione dei produttori?
«Ero circondato dallo scetticismo. Ma dissero: può essere un buon film di boxe. Per la sceneggiatura mi avrebbero dato 60 mila dollari, era la loro ultima offerta. Io, che anni prima dormivo sulle panchine, ed ero un perfetto sconosciuto, ne guadagnavo 1.200 all’anno. Dissi no non so quante volte. Arrivarono a offrirmi 360 mila dollari, aggiunsero che James Caan, Nick Nolte, Ryan O’Neal e Burt Reynolds erano interessati. Ma era proprio questo il punto. Il protagonista dovevo essere io, e i produttori non volevano saperne. Alla fine...».
Come ricorda l’infanzia?
«A casa non c’era l’acqua calda, la mia culla fu il cassetto di un comò con un cuscino.
Mio padre, la cui famiglia era originaria della Puglia, faceva il barbiere ma sognava di diventare cantante, mia madre avrebbe voluto diventare una star, era ossessionata dalla fama. I miei erano irascibili e i litigi all’ordine del giorno. Vivevamo in un quartiere di New York violento e malfamato, imparavi presto a farti gli affari tuoi. Più tardi affittai una stanza nell’East Side, c’era un viavai di disperati dove condividevo il bagno».
Alla nascita la chiamarono Tyrone Gardenzio Stallone.
«Fu un omaggio a Tyrone Power, l’attore preferito di mia madre. Mio padre andò su tutte le furie e cambiò il nome in Sylvester. Come il gatto dei cartoni animati. Per questo ho avuto anni complicati a scuola. I compagni di classe imitavano il canarino Titti: “Mi è semblato di vedele un gatto”. Finiva a spintoni, botte e sospensione.
A scuola disturbavo, non riuscivo a concentrarmi su nulla. La maestra alle elementari mi fece indossare il berretto da somaro».
Voleva diventare attore?
«Sì, ma l’idea di essere una star non mi passò mai per la testa. Mi sono sempre considerato una spalla. E mi andava bene così. Al primo appuntamento, l’agenzia mi chiese curriculum e foto. Avevo solo una striscia di fototessere. Scatti professionali, mi risposero prima di ritrovarmi di nuovo in strada. Come potevo essere stato così ingenuo? Per mantenermi e poter sostenere provini tragicomici, dove ricevetti un mare di no, lavorai come maschera al cinema, un mestiere in cui sei invisibile, una nullità. Una volta entrò un giovane regista di nome Francis Ford Coppola, il suo film era Non torno a casa stasera: mi disse, ti spiace se do un’occhiata in sala? Non ebbi il coraggio di dirgli che c’erano meno di dieci persone. Due anni dopo avrebbe girato Il padrino».
Per lei, tutte porte chiuse.
«Beh, feci il guardiano dei leoni allo zoo di Central Park. Puzzare come un animale in gabbia non era bello, ma sentirsi dire che non sarei arrivato da nessuna parte a causa del mio aspetto era peggio. Gli occhi cadenti, la bocca storta e quando parlavo biascicavo. Quante volte mi sono sentito dire che avevo un aspetto strano e non ero adeguato. Non avrei mai interpretato il bel protagonista, ma doveva esserci qualcosa che potevo fare bene. Da ragazzo recitavo davanti a uno specchio dialoghi di film. Crescendo, recitare e parlare da solo allo specchio diventarono una specie di autoanalisi. C’è una storia, rifiutata da una decina di attori, che rispecchia la mia vita giovanile».
Quale?
«Rambo. Non è un mostro ma il figlio rinnegato. Non chiedeva di fare la guerra, ma era stato programmato per farla. Concluse le battaglie, lo avevano scaricato e incolpato del fallimento del Paese. Un outsider. Come me».
Facciamo un passo indietro. A Woody Allen non la si associa subito.
«Il dittatore dello stato libero di Bananas fu il mio secondo film. Cercavano due teppisti che aggredivano una donna anziana in metropolitana. L’assistente di Woody mi disse, non vai bene, non ti ha nemmeno guardato, non sei abbastanza minaccioso. Raccolsi fuliggine e sporcizia dalle scale della metro, me le sfregai sul volto e tornai al provino. Dissi: adesso sono minaccioso? Ebbi la parte. Era un minuto, senza battute. Ma cambiò la mia prospettiva. Da quel giorno, un no diventò forse».