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 2026  ottobre 16 Venerdì calendario

Intervista a Marco Risi

Marco Risi è uno dei registi italiani più importanti. Ha firmato alcuni film che hanno lasciato una traccia, come Mery per sempre o Il muro di gomma e altri che sono diventati nel tempo dei veri e propri cult come L’Ultimo Capodanno. Un film per me anticipatore che, però, non ebbe il successo che meritava.
«Con Niccolò Ammaniti, che aveva scritto il racconto dal quale avevo tratto il film, non riuscivamo a spiegarci perché il pubblico avesse rifiutato quella storia. Allora decidemmo di consultare la Maga della Maglianella per capire se qualcuno ce l’avesse tirata. Ci aspettavamo una megera, tutta scura, con dei gran gioielli finti, uno sguardo truce e pensavamo vivesse in un sottoscala buio, inquietante. Invece trovammo una signora elegante, tutta vestita di bianco che ci accolse nella sua villa. Le mostrammo fotografie varie ma lei sembrava scettica circa la possibilità che un film potesse essere stato oggetto di un maleficio».
Cioè di voi tre l’unica normale era lei, la Maga della Maglianella.
«Temo di sì».
Marco Risi è anche una persona molto spiritosa e allora gli chiedo quanto tempo è che non ride al cinema.
«In verità molto, troppo. Ho sorriso vedendo un buon film italiano, Serpenti, ma ridere come si faceva una volta è diventato difficile. È fuori, nel mondo reale, che si trova il grottesco. Ma inquieta, non fa neanche ridere».
Trump che fa imprimere il suo volto sul dollaro sembra oltre Leslie Nielsen di «Una pallottola spuntata». Però, hai ragione, fa paura, più che sorridere.
«Lui mi fa pensare a Oltre il giardino, il libro di Jerzy Kosinsky poi portato al cinema da un grande regista ormai dimenticato come Hal Ashby e interpretato da quel geniale attore che era Peter Sellers. Ma Trump non somiglia a Chance il giardiniere, dotato di autentico candore, semmai al Presidente degli Stati Uniti, rappresentato nel film come un fesso totale».
In effetti oggi è molto difficile far ridere. Ma io ricordo Furio Scarpelli che, a metà degli anni Settanta, mi disse che la commedia era finita perché il terrorismo aveva reso scuro il Paese e il suo possibile racconto. Oggi sarebbe il contrario: la realtà è più ridicola della sua possibile rappresentazione.
Cosa ti fa ridere?
«Io sono abituato a risate intelligenti. I film di Billy Wilder, Jack Lemmon e Tony Curtis, commedie meravigliose in cui l’incredibile sembrava credibile. E questa è la forza del grande cinema. Quando Fellini mostra la tabaccaia in Amarcord io capisco che il grottesco ha una base nella realtà, non solo nella fantasia. Come credo al rinoceronte che viene calato nella stiva in La nave va. Tanto ci credo, che me lo sono fatto tatuare sull’avambraccio...».
Non è troppo tempo che non giri un film? Sono più di tre anni...
«È un momento difficile per me e per il cinema italiano. Io ho tre soggetti e una sceneggiatura pronta, ma mi rendo conto che oggi realizzare un film è diventato complicato. Il cinema italiano al box office non va bene ed è un peccato, perché ci sono buoni film. Ma se la gente va in sala, e spesso non sono i più giovani, non vuole vedere un piccolo film sul grande schermo. Ci vogliono mezzi importanti e idee importanti, non bisogna ripetersi».
Ti sembra che purtroppo, in questo tempo del frammento, la dimensione del racconto cinematografico appaia desueta?
«Io difendo la assoluta necessità del racconto, come fornitore di senso e di emozioni. Io sono attratto dalle storie, da tutte le storie. Ci possono essere frammenti meravigliosi come la scena di Cary Grant che aspetta che lo vadano a prendere in Intrigo Internazionale ma è solo la dimensione del racconto che fornisce senso e alimenta la conoscenza e la fantasia».
Tu hai iniziato facendo la commedia, poi i tuoi film più belli sono quelli immersi nella realtà fattuale, persino nella storia.
«Spesso questo accade, almeno per il favore del pubblico, in ragione del fatto che le persone sanno ciò di cui si parla, confrontano le loro opinioni con il tuo racconto, alimentano la propria indignazione o cercano spiegazione ai propri dubbi. Ma il confine tra realtà e fantasia è labile e bisogna sempre varcarlo. Il cinema della realtà non è un documentario. È un racconto che ha sempre un punto di vista, un protagonista».
Come in «Il muro di gomma» in cui al centro c’è la figura di un giornalista del «Corriere della Sera», un amico tuo e mio, Andrea Purgatori.
«Senza di lui forse tutta la storia di Ustica, che non smette di ribollirci dentro, sarebbe stata nascosta o sopita. Andrea diede persino il titolo al film e con lui poi ho scritto la storia di Fortàpasc, il film su Giancarlo Siani. In fondo sono due opere sul valore della libera informazione, sul coraggio della curiosità civile. Andrea mi manca molto. Ci eravamo detti che avremmo voluto fare un film sulla storia di Mino Pecorelli. Sarebbe stata una bella avventura, ma chissà se ce l’avrebbero fatta fare, è materia ancora calda...».
L’attore che interpreta Andrea è Corso Salani, anche lui andato via troppo presto.
«Che bella persona, che eleganza umana! Quando morì scrissi che era l’uomo che avrei voluto essere. Era gentile, virtù rara. Faceva le cose nelle quali credeva».
Il tuo film che hai più nel cuore?
«Mery per sempre perché lo abbiamo girato nella Palermo della fine degli anni Ottanta, quando tutto ribolliva di violenza e di sopraffazione. Ci svegliavamo al mattino con il rumore degli elicotteri e delle sirene delle macchine della polizia che scortavano i magistrati. Realtà e racconto si confondevano».
Parliamo di tuo padre, il leggendario Dino Risi.
«Lo so è inevitabile, ma mi fa piacere. Una volta Vittorio Cecchi Gori disse a proposito di suo padre Mario: “Io morirò figlio”».
Che tipo era? Che aggettivo sceglieresti per definirlo?
«Il primo che mi viene in mente è “difficile”. Nel senso che con papà tu dovevi sempre adeguarti. Lui quello sforzo non lo faceva. Dovevi sempre trovare la chiave per interessarlo. Quando mi dilungavo nei racconti di una cosa che era accaduta, lui mi guardava e diceva: “Titolo!”, non voleva perdite di tempo inutili».
Gli piaceva il tuo modo di fare cinema?
«Non era tipo da complimenti, mai. Era abbastanza duro, non mi ha mai incoraggiato a fare cinema. Anche se mi ha aiutato, perché dopo un mio periodo difficile, mi ha voluto con lui per scrivere due film. E una volta mi elogiò perché avevo scritto una scena riuscita e volgarotta per Sono fotogenico. Ma quando gli mostrai Mery per sempre vidi che gli brillavano gli occhi, era soddisfatto, forse persino orgoglioso di me».
Ti abbracciava?
«No, ogni tanto lo facevo io e lui si ritraeva. Alla fine era molto magro, pesava quarantotto chili, io lo stringevo e sentivo le sue ossa. Ho dieci ore filmate con lui. Ho ripreso persino il momento in cui esce dalla vasca da bagno. Lui mi ha detto “No, Marco, dai…” ma quando gli ho detto che sembrava il cardinale di Fellini lui si è avvolto nell’asciugamano bianco, teatralmente».
Era molto spiritoso, vero?
«Sì, anche spietatamente. Spero di non incorrere in una violazione del politicamente corretto, sto solo raccontando un aneddoto, se ricordo una sera di Natale in casa di un nostro parente, Giulio, che aveva una moglie piuttosto robusta. Mio padre entrò e disse solo “Oh Giulio è venuto con la barca...”».
Ogni tanto ti accusava di «scoleggiare» perché il tuo cinema si ispirava a quello di Ettore Scola, da te e da me tanto amato.
«Sì, il cinema di Ettore mi piaceva molto e per me era una fonte di ispirazione. Che male c’era? La verità è che a mio padre non piaceva che io fossi un po’ più politicizzato di lui».
Lui non amava tanto la politica...
«No. Era stato socialista nenniano, poi gli piaceva La Malfa, alla fine si era ritratto. Ma non si sentiva parte della comunità dei registi e sceneggiatori che lui avvertiva come troppo impegnati e paventava il rischio che in ragione dell’appartenenza partitica si potesse perdere libertà e autonomia espressiva. Lui non andava a pranzo da Otello, dove tutti si ritrovavano...».
Tuo padre ha conosciuto l’inferno della depressione come Gassman e altri della sua generazione?
«Lui, quando Vittorio era nell’ombra delle sue tre depressioni, aveva dato il più diretto e assurdo dei consigli: “Vittorio, non ci pensare”. Ma certo mio padre, alla fine della sua vita, era stanco, molto stanco. E non so se si sia aiutato a finirla».
Ti ricordi quei giorni?
«Come fossero ieri. Avevamo appena iniziato le riprese di Fortapàsc a Castelvolturno. Era il tre giugno (2008, ndr). Il quattro arriva mio padre, non lo aveva mai fatto. La ragione, vai a capire se reale, è che in quello stesso albergo si teneva un convegno sul cinema e il mare. In una platea deserta lui raccontò che quando era piccolo suo padre, morto quando lui aveva quattordici anni, lo portò, senza dirglielo, a vedere per la prima volta il mare. Oltre due file di case, in Liguria, il piccolo Dino scoprì questa enorme distesa azzurra. Io mi commossi, gli altri pensavano al buffet. Mangiammo insieme. Lui era insolitamente curioso, voleva sapere tutto delle troupe, del cast. Con Fabrizio Corallo lo abbiamo accompagnato all’ascensore. L’ho abbracciato, lui sempre ritroso, e la porta si è chiusa. Quella è stata l’ultima volta che l’ho visto».
E poi?
«L’ho risentito per telefono il sei giugno, era un’altra persona. Completamente diversa. Si era stufato di vivere. Quel giorno telefonò a Edith Bruck, la scrittrice moglie di suo fratello Nelo, e gli disse come era stato bene a Castevolturno e, inusualmente, quanto ero bravo io. Edith mi ha detto che non lo aveva mai sentito parlare così di me. Ma a me al telefono disse che non ne poteva più. Aveva 91 anni e mezzo, una vita enorme e un vissuto straripante. Era stanco, semplicemente stanco. Io gli dissi di resistere, di farlo per me, non per lui. E lui mi ha risposto una cosa bellissima: “Pensa al tuo film”».
Tu quel giorno stavi girando.
«Era un sabato (7 giugno, ndr). Edith era arrivata al Residence Aldrovandi, dove lui viveva, avvertita di un malore dalla reception. Non c’era nessuno, la porta era socchiusa. Nelo era dietro, impaurito. Edith lo ha visto dormire, gli ha preso la mano e ha sentito che era fredda. A me intanto aveva telefonato una del Residence che mi ha solo detto “Volevo informarla che suo padre è morto”. Così, secca».
E tu che hai fatto?
«Sinceramente avevo immaginato quel momento tante volte. Mi chiedevo come avrei reagito. C’era tutta la troupe, tutti che mi guardavano. Io ricordo solo che caddi in ginocchio sul prato ma poi volli finire di girare, con la morte nel cuore. Mi sembrava fosse quello che mio padre mi aveva detto di fare. Poi arrivai a Roma. C’erano i miei parenti, Carlo e Enrico Vanzina, che sento come miei fratelli, il mio produttore Angelo Barbagallo. A mia madre non lo abbiamo detto. Ormai era lontana da sé stessa. Tempo prima eravamo andati a cena con papà e lei alla fine mi ha chiesto chi fosse quel signore gentile che le teneva la mano. Le avremmo dato un dolore irriconoscibile e inutile».
Quanto si è divertito nella vita tuo padre?
«Molto, davvero molto. Io credo che lui preferisse la vita al cinema. Alla domanda che Truffaut fa in Effetto notte io invece risponderei che preferisco il cinema alla vita, perché sembra più vero. E poi si impara tanto: vita, comportamenti, idee. Una volta andai con i Vanzina a vedere un film western alla sala parrocchiale del quartiere. Un cowboy era più duro, uno più umano. Il primo si preoccupava di quello che la gente diceva di lui. L’altro gli consigliava: “Tu sai quello che sei, non ti preoccupare di quello che gli altri pensano di te”. Una raccomandazione che bisognerebbe tenere di conto nel tempo dei social».
Quale è il tuo film preferito di Dino Risi?
«Ovviamente Il Sorpasso e Una vita difficile. Ma se cerco oltre, trovo Il Gaucho e Straziami ma di baci saziami scritto magistralmente con Age e Scarpelli. Una sintesi di cultura popolare e cultura tout court, come sapeva fare quella generazione».
Voglio chiederti di una tua compagna di anni lontani, Laura Antonelli. Una storia magnifica e tragica.
«Laura era una donna particolare. Non conosceva presunzione, non se la tirava. Era davvero semplice e naturale. Era bellissima, incredibilmente bella, la più bella del creato. La prima notte che abbiamo passato insieme io mi sono svegliato e mi sono detto: “Ma davvero io sono qui con lei? È tutto reale?” e poi per sincerarmene ho tirato su il lenzuolo per vederla dormire. Era lei».
Quella donna meravigliosa e al vertice del successo morirà da sola in una casa del litorale romano.
«Sono andato a trovarla con mia moglie Chicca d’Aloja anni dopo a Cerveteri, prima che si trasferisse a Ladispoli. Aveva il braccio che le tremava un po’, era molto gonfia, ma negli occhi aveva sempre la sua luce. Di tutte le ricchezze accumulate con il suo lavoro non aveva più nulla. In casa c’erano solo pacchi di pasta, conserva di pomodoro e nell’armadio un solo abito, una specie di palandrana nera. Non aveva la televisione, ascoltava solo Radio Maria. Si sentiva in dialogo con Dio, che chiamava “papino”. Le ho chiesto se a rovinarla fosse stata la cocaina per la quale fu arrestata. Forse quel momento ha cambiato la sua vita. Lei mi ha risposto che no, che la cocaina era la “droga di Dio”. Era una donna molto sensibile, molto generosa, molto timida. Quando lei è morta erano trascorsi trent’anni dal nostro rapporto. Ma mi rimprovero di non esserle stato più vicino».

Chi ti manca di più nella roulette russa che comincia quando si ha la nostra età?
«Tutti, a cominciare da mio padre. Forse ti sorprenderò, ma mi manca molto Alberto Sordi. Sono stato assistente alla regia in Polvere di stelle e in Finché c’è guerra c’è speranza. Ho imparato molto da lui sulla recitazione, sui tempi comici, sulla istintività. Ora ho dedicato uno spettacolo teatrale al rapporto tra lui e Silvana Mangano. Ma mancano davvero tutti. Quella generazione, quella che ha ricostruito l’Italia, era fatta di gente speciale. Per impegno, allegria, talento, fantasia».