Corriere della Sera, 16 ottobre 2026
Le donne cacciate da Trump
Un anno fa Donald Trump si era vantato di aver portato al governo il maggior numero di donne della storia americana. Poi però, ha cominciato una raffica di licenziamenti quasi tutti al femminile. Se ne riparla ora che è stata messa alla porta con un annuncio pubblico in conferenza stampa alla Casa Bianca l’ambasciatrice Usa in Grecia (ed ex fidanzata di Donald Jr, primogenito del presidente), Kimberly Guilfoyle, accusata di abusi di potere, soprattutto finanziari. Ma la vera «strage» delle donne del gabinetto Trump è avvenuta nella primavera scorsa quando, tra marzo e maggio, sono uscite di scena quattro figure femminili di grande rilievo: Pam Bondi, ministra della Giustizia, la titolare del Lavoro Lori Chavez DeRemer, Kristi Noem, ministra della Sicurezza Interna e Tulsi Gabbard, capo della National Intelligence. Ora tra i 22 ministri solo tre sono donne e con incarichi non di primo piano: sostegno alle piccole imprese, Agricoltura e Istruzione, un dicastero svuotato dal trasferimento di competenze agli Stati.
Casi molto diversi tra loro: Pam Bondi ha pagato una gestione maldestra del dossier Epstein, ma il vendicativo Trump ha imputato alla ministra della Giustizia soprattutto un’insufficiente durezza nel perseguire i suoi avversari politici. Mentre Tulsi Gabbard, pur essendosi ufficialmente dimessa per curare il marito gravemente malato, era finita nel mirino del presidente per il suo rifiuto di dichiarare davanti al Congresso che l’Iran rappresentava una minaccia imminente per gli Stati Uniti: serviva a Trump per giustificare la sua sciagurata decisione di attaccare la repubblica degli ayatollah.
Quanto alla Chavez DeRemer, era finita sotto inchiesta per una gestione del ministero definita «tossica», per uso improprio di fondi pubblici e per una relazione con un membro del suo staff. E poi la fiammeggiante Kristi Noem. Piaceva a Trump per la sua ferocia contro gli immigrati, ma ha esagerato proprio su quello: campagne pubblicitarie milionarie nelle quali lei cavalca vestita da cowboy e minaccia: «Se passate la frontiera vi prendo». Poi lei che si fa riprendere, spavalda, davanti ai deportati nelle carceri di El Salvador. E che avalla le brutalità dell’Ice anche contro immigrati in regola, fino a giustificare l’uccisione di Renee Good e Alex Pretti, due attivisti che manifestavano contro le repressioni anti immigrati. Alla fine Trump l’ha licenziata: accusata, oltre che di aver speso 220 milioni di dollari di denaro pubblico per una campagna nella quale ha fatto pubblicità soprattutto a sé stessa, per aver usato a fini privati aerei di Stato e imbarcazioni e residenze della Guardia Costiera.
Licenziamenti in buona parte giustificati, ma Trump è accusato di usare un «doppio standard»: maschi altrettanto discussi, dal ministro del Commercio Howard Lutnick (frequentatore dell’isola del pedofilo Epstein) al capo dell’Fbi Kash Patel (accuse di alcolismo, abusi, uso di voli di stato per le sue vacanze), se la sono cavata.
Ora nel mirino c’è Katie Zacharia, la nuova portavoce di Trump. Da anni si presenta in pubblico come avvocato (attorney) ma ora si è scoperto che non lo è: solo laureata in giurisprudenza. Nella California, dove risiede, dichiararsi avvocato senza esserlo è un reato penale. Trump per ora la difende. Secondo alcuni potrebbe essere in bilico anche Susie Wiles, rocciosa capo di gabinetto di Trump, filtro inevitabile per chi vuole raggiungere il presidente. Proprio per questo odiata da molti che ora la attaccano per gli affari della figlia con la Serbia e anche sussurrando al presidente che se la sua popolarità cala nei sondaggi dipende anche da uno staff che funziona male. Il presidente le ha appena riconfermato piena fiducia. Lei dovrebbe essere al sicuro, ma con Trump, mai dire mai.