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 2026  ottobre 16 Venerdì calendario

La manovra vale 23,5 miliardi con 5 da banche e assicurazioni

Oltre un quarto della manovra sarà a carico di banche e assicurazioni. Tanto che dal settore creditizio arriva immediato il segnale di netta contrarietà alla prospettiva di versare 5 miliardi di euro per garantire una fetta importante delle coperture della legge di Bilancio, che prevede interventi per complessivi circa 23,5 miliardi (di cui 14,4 miliardi in deficit, grazie allo scostamento ottenuto da Bruxelles). Un braccio di ferro destinato a tradursi in un negoziato, dove al momento le banche rammentano al governo di avere già fornito un contributo di 10 miliardi (in un triennio), in occasione della manovra dello scorso anno. Banchieri e assicuratori non parlano, ma il malessere è intuibile, anche perché viene osservato che il governo non ha né avvertito né prefigurato in qualche modo la mossa. L’evidenza è che l’esecutivo, nel Documento programmatico di bilancio (Dpb) inviato a Bruxelles, ha messo nero su bianco che una parte significativa della manovra poggia su risorse, pari allo 0,21% del prodotto interno lordo, derivanti da «misure a carico del settore finanziario». Tradotto, come detto, una richiesta da 5 miliardi di euro, senza tuttavia specificare né il dettaglio dell’intervento, né la ripartizione del contributo tra banche e assicurazioni.
Il cantiere della legge di Bilancio sembra, dunque, riproporre all’interno della maggioranza uno spartito già visto negli anni scorsi: da un lato la Lega schierata per ottenere più risorse possibili dalle banche e, dall’altro, Forza Italia irremovibile nel tentare di arginare le richieste del partito di Matteo Salvini. Al momento dal Carroccio l’unico a sbilanciarsi è il senatore Claudio Borghi, che dice:«Vedremo... Per ora mi sembra un segnale positivo».
A dire il vero l’esecutivo si trova a fronteggiare, come ricordato nel Dpb, uno scenario «segnato dal perdurare delle tensioni geopolitiche e dalle loro ripercussioni sui prezzi», con effetti «sul potere di acquisto di famiglie» e imprese. Un quadro che dall’opposizione è riassunto con un’inesorabile sintesi. «Una legge di bilancio senza visione, priva di un progetto per il Paese. Una volta esclusa la clausola di salvaguardia (lo scostamento di bilancio, ndr), resta pochissimo. Non c’è nulla per far ripartire un’economia che ristagna», constata, Antonio Misiani, senatore e responsabile economico del Pd. Il suo collega e presidente dei senatori del Partito democratico, Francesco Boccia, è ancora più duro: «Il Dpb sembra l’epitaffio di quattro anni di politica economica del Governo Meloni», e «per costruire una manovra da 23,5 miliardi Giorgetti deve ancora cercare coperture e attendere le decisioni europee». Il negoziato con Bruxelles per spuntare qualche margine ulteriore di flessibilità è ricordato nel Dpb e giustifica perché non ci sia «una definizione puntuale degli interventi» della manovra.
In attesa di misure chiare si susseguono le richieste di maggioranza e parti sociali, oltre che qualche mezza promessa.
Sull’Irpef e la possibilità di estendere l’aliquota Irpef al 33% oltre i 50mila euro la premier Giorgia Meloni ripete di essere a favore, sebbene la misura sia in discussione. Dal versante delle imprese Confindustria pressa sull’iperammortamento per investimenti nell’innovazione e incentivi per le aggregazioni.