Corriere della Sera, 16 ottobre 2026
Musk fa eco a Trump: «Ora Zelensky se ne vada»
La rete satellitare di Starlink ha ripreso a funzionare pienamente in Ucraina. Lo ha fatto sapere ieri il ministero della Difesa a Kiev. La contraerea che difende la capitale e le unità militari al fronte sono tornate a contare sulle indispensabili informazioni raccolte dai satelliti. Sembrano terminate, quindi, le interruzioni del segnale che, tra martedì e mercoledì scorsi, avevano facilitato gli attacchi missilistici russi. Ma per la resistenza ucraina si prospettano giorni e settimane molto difficili. Kiev, riferisce la Cnn, avrebbe esaurito le scorte dei missili per la difesa Patriot, costruiti negli Usa.
Il problema è che la tensione tra Stati Uniti e Ucraina resta alta. Secondo il Wall Street Journal, Denys Sienik, vice ambasciatore ucraino a Washington, avrebbe trasmesso al Congresso il sospetto che Donald Trump abbia ordinato a Elon Musk di affievolire i segnali di Starlink per favorire Vladimir Putin.
In un’intervista al Financial Times, Volodymyr Zelensky aveva osservato che senza l’apporto di Starlink, «muoiono i civili». La reazione di Musk, proprietario di Space X, la società che gestisce Starlink, è stata durissima. Prima ha precisato che i militari ucraini usano la piattaforma tecnologica Starshield, spiegando sul social X: «Questi sistemi sono di proprietà o sotto il controllo del governo statunitense. Eventuali limitazioni alla velocità o all’utilizzo sono stabilite dal Pentagono e, in ultima istanza, dal Presidente». Musk è poi passato a chiedere le dimissioni del leader ucraino: «E così il massacro continua. È giunto il momento che Zelensky se ne vada».
Sono più o meno le stesse parole usate, sabato 11 ottobre, da Donald Trump, nel mezzo di una sequenza di eventi che hanno spiazzato il governo ucraino e gli alleati europei. Venerdì 10, il numero uno della Casa Bianca annuncia di aver stretto un accordo con Putin sul diesel: i russi immetteranno «subito» 500 mila tonnellate di carburante per calmierare i prezzi sul mercato mondiale. Lunedì 12, la seconda sorpresa. Il presidente Usa fa sapere che russi e ucraini hanno concordato una «tregua energetica»: le due parti non colpiranno i rispettivi impianti per la produzione o la distribuzione di carburanti o di elettricità. Il giorno dopo, Zelensky, in video collegamento con il «Forum sulla sicurezza» a Varsavia, dice di non saperne nulla. I russi non fermano gli attacchi e gli ucraini riprendono anche i loro.
Ancora, altre indiscrezioni. I due negoziatori americani, Steve Witkoff e Jared Kushner avrebbero proposto agli europei di sbloccare gli asset finanziari russi custoditi soprattutto in Belgio, per un valore complessivo di 300 miliardi di dollari. Le risorse dovrebbero confluire in una finanziaria controllata da Washington ed essere usate per facilitare la trattativa con il Cremlino. I principali Paesi europei, però, a cominciare dalla Germania, stanno andando nella direzione opposta: girare almeno una parte di quei fondi al governo di Kiev, come primo anticipo per la riparazione dei danni di guerra. La Commissione europea è al lavoro per usare gli asset con una formula legale compatibile con il diritto internazionale. Infine, scrive la Reuters, la Casa Bianca starebbe valutando l’allentamento delle sanzioni contro la «flotta ombra» che trasporta petrolio russo e iraniano.
La deriva trumpiana si presta a diverse interpretazioni. I più ottimisti tra i diplomatici europei sostengono che le mosse del presidente vanno lette in chiave elettorale. Il 3 novembre negli Usa si aprono le urne per il rinnovo totale della Camera e di un terzo dei Senatori. I democratici sono avanti nei sondaggi e Trump sta tentando la rimonta. Altri temono, invece, che il presidente Usa stia creando le condizioni per arrivare a un’intesa complessiva con il presidente cinese Xi Jinping e lo stesso Putin.