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 2026  ottobre 16 Venerdì calendario

Imposte sulle emissioni, la trincea di Meloni

Tre ore di discussione fra i leader. Dodici di scontro aperto. Giorgia Meloni è spalleggiata dal premier greco e dai Paesi del gruppo di Visegrad: Polonia, Cechia, Ungheria e Slovacchia. Più di qualcuno li mette nel mirino: in primo luogo Olanda, Finlandia, Svezia, Danimarca. «State sprecando il nostro tempo», è una delle accuse rivolte al governo italiano e al gruppo di Paesi che vogliono una rettifica delle conclusioni sugli Ets, la fiscalità che regola le emissioni di anidride carbonica. Ma per l’Italia siamo arrivati ad un livello «intollerabile», dice Confindustria negli stessi frangenti. Meloni si difende, a porte chiuse, nel corso del Consiglio, dicendo che si rischia «il massacro industriale» di interi settori economici.
È un vero e proprio scontro, che si concluderà solo poco prima di mezzanotte. I Paesi scandinavi non ne vogliono nemmeno sentire parlare, rivedere i costi delle emissioni per loro significa tornare indietro. Berlino accetta lo status quo, propone un compromesso, ma fa sapere che si può anche soprassedere, se non si arriverà a una sintesi poco male. Del resto per Meloni, così come per gli altri premier che l’affiancano, non è una battaglia facile: secondo Politico c’è anche chi rinfaccia al pool di Paesi che parte da Atene e finisce a Varsavia di non saper fare altro che chiedere. Un diplomatico di un Paese del blocco del Nord punta l’indice in questo modo: «Vorremmo sapere come questi Paesi hanno usato i soldi del Pnrr per la transizione energetica». Per l’Italia sono stati 71 miliardi di euro, eppure siamo ancora indietro sulle rinnovabili.
Il confronto ruvido su un sistema che per Roma ha bisogno di una revisione, perché immaginato e definito anni fa, molto prima delle crisi energetiche in corso, inizia in Consiglio alle 11 e 29. C’è chi la vorrebbe chiudere subito: Parigi e Berlino sono per approvare il testo preparato dal presidente del Consiglio Antonio Costa, ma il blocco che include Roma si impunta. Meloni prende la parola e i suoi concetti risuonano nell’intervento di Kyriakos Mītsotakīs, che denuncia anche lui il rischio di una de-industrializzazione, nelle fermezza con cui la spalleggiano il premier della Repubblica ceca, Andrej Babiš, quello ungherese, Péter Magyar, il polacco Donald Tusk. Hanno tutti la stessa urgenza e lo stesso timore: chiedono alla Commissione di verificare l’impatto economico e sociale di un’estensione degli Ets, dal 2028, anche al settore dei trasporti e degli edifici residenziali, chiedono in parallelo che tale allargamento, chiamato Ets2, venga fatto slittare al 2030. «Nemmeno per sogno», ribattono all’unisono gli scandinavi capi di governo, avete già chiesto e vi è stato accordato un slittamento di un anno, non potete chiedere sempre.
Come altre volte si scontrano due filosofie. E anche la difficoltà di mettersi nei panni dell’altro. Alcuni Paesi della Ue hanno già programmato piani e investimenti per l’introduzione degli Ets2, altri sono ancora talmente indietro nel sistema di approvvigionamento energetico, con una quota di gas troppo ampia, che non hanno nemmeno iniziato a ragionare su questo dossier. E mentre i capi di governo parlano il presidente di Confindustria allarga l’allarme che arriva dall’Italia, «rischiamo di perdere 50 mila posti di lavoro solo nel distretto di Modena della ceramica», per i costi delle emissioni di anidride carbonica. La Meloni, in Consiglio, difende anche tutti gli allarmi del tessuto industriale italiano, che addirittura chiede una sospensione del sistema.
Alle 14 e 44 la discussione viene congelata. Proseguono i diplomatici nei corridoi. Alle undici di sera ancora non c’è ancora un compromesso. Ma alla fine, al fotofinish, a sorpresa, il pool dell’Italia la spunta, il testo viene corretto: si apre a una possibile revisione del sistema, anche delle norme già in vigore. Oggi sapremo i dettagli.