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 2026  ottobre 15 Giovedì calendario

Buzzati e i “perché” dei piccoli che erano sguardi sull’aldilà

Con la sua ruvida grazia, Indro Montanelli l’aveva soprannominato Cretinetti. Ma in senso amichevole, a voler significare ingenuo, animato da uno stupore quasi infantile nell’affrontare le cose spicce della vita. «C’era questa mia compassione, commista a una certa stizza per la sprovvedutezza di Buzzati, al quale bisognava ogni giorno spiegare chi era Buzzati. Aveva uno charme straordinario, dovuto appunto a questo suo infantilismo e all’imprevedibilità delle sue reazioni, delle domande che ti faceva per cui io passavo la vita a litigare con lui», disse il fondatore de Il Giornale in un’intervista tv. Dino Buzzati, giornalista, poeta, drammaturgo, pittore e scrittore fra i più apprezzati del Novecento era in effetti sempre immerso in pensieri onirici e poetici, spesso pessimisti, in bilico fra sensibilità e disperazione, che poi trovavano albergo nei suoi scritti, come Il deserto dei tartari o Un amore, per citarne due celeberrimi.
Nacque il 16 ottobre 1906 a Belluno e si trasferì a Milano da ragazzo per lavorare al Corriere della Sera, che non avrebbe mai lasciato. Fu in via Solferino che conobbe Montanelli e i due furono compagni di stanza per molto tempo e amici per sempre. Quando morì, fu proprio Montanelli a scrivere un articolo emozionante per ricordarlo: «Se nell’aldilà c’è qualcosa, nessuno più di lui se l’è meritato, perché l’ha interrogato tutti i giorni della sua vita. Se n’è andato così, alla Buzzati, e alla Buzzati potrebbe anche tornare».
Oggi, nella sede del Corriere c’è una grande sala che porta il suo nome, omaggio al giornalista italiano più poliedrico, capace anche di disegnare un intero racconto con acquerelli e matite trasformandolo in fumetto metafisico, una graphic novel ante litteram.
Molti di voi ricorderanno Il Corriere dei Piccoli, emanazione a fumetti del Corriere della Sera: proprio sul Corrierino, nel 1945 fu pubblicato il racconto a disegni di Buzzati La famosa invasione degli orsi in Sicilia. Una fiaba surreale ed ecologista, di orsi che magicamente diventano potenti e corrotti peggio degli uomini, vincono battaglie contro nemici fantastici ma alla fine tornano sulle montagne, perché è nella natura incontaminata che si trova la pace. Il racconto nacque da alcuni schizzi che Buzzati faceva per le nipotine, incantate dai suoi disegni, e da quella sua rara capacità di connettersi con i bambini. Sensibilità che lo scrittore aveva sempre avuto, fin dal romanzo Il segreto del bosco vecchio (1935), oggi lettura consigliata nelle scuole, e che non perse mai.
Fra i colleghi di Buzzati al Corriere, c’era anche lo scrittore e vignettista Giovanni Mosca (che era mio nonno), già fondatore delle riviste satiriche Bertoldo e poi del Candido, sempre in tandem con Guareschi. Ad accomunarlo a Buzzati era la doppia natura artistica e un certo incantamento per la fanciullezza come condizione dell’anima. Anche per lui un racconto poteva essere scritto o disegnato, con uguale efficacia, e anche lui sapeva parlare ai bambini, e scriverne. Dall’esperienza di maestro elementare aveva tratto il suo Ricordi di scuola. Per queste ragioni, negli anni in cui Mosca diresse il Corriere dei Piccoli, corteggiò Buzzati affinché rivolgesse la sua scrittura e il suo tratto anche ai più giovani. L’idea prese poi forma nel 1968: Buzzati collaborò con una rubrica di grande successo, intitolata «I perché, risposte serissime e un po’ incantate ai lettori in erba».
Per oltre un anno, i ragazzini scrissero con entusiasmo. Perché non mi sento mai sicuro di me? «Perché solo i cretini sono sicuri di avere sempre ragione e di sapere tutto. E questo genere di cretini è anche molto pericoloso: gli uomini più nefasti, quelli che hanno insanguinato di più il mondo, erano sempre convintissimi di possedere loro soltanto la verità e la giustizia», rispondeva Buzzati. Perché gli uomini quando guidano l’auto diventano tigri? «Perché con un’automobile nelle mani, l’uomo veramente si trasforma. Dalle profondità del suo essere riemerge impetuoso l’istinto brutale dell’uomo delle caverne, la smania di imporsi al prossimo, l’intolleranza per ogni intralcio». E ancora. Perché i grandi non chiedono mai perché? Questa forse fu la risposta più poetica e amara, che con le altre sta nella raccolta I Perché. «Quando si è diventati grandi e veniamo assaliti dai grandi enigmi, non ci resta che chiedere perché a noi stessi, nel silenzio della notte, segretamente, senza dire parola. Sono i momenti difficili della vita, che toccano a chiunque. Avere studiato bene a scuola, avere diplomi e lauree, allora serve a ben poco».