il venerdì, 15 ottobre 2026
Vietnam: sempre più turisti, ma le leggi restano rigidissime
Al primo sguardo, l’uomo sembrava uno dei tanti nomadi digitali in giro per il Vietnam: ha posato la borsa sul tavolo di un bar alla moda e ha ordinato un caffè. Ma all’improvviso si è strappato la maglietta e ha intimato a tutti di andarsene: le telecamere di sicurezza lo hanno ripreso mentre distruggeva tavoli e frantumava vetrine del Gé Cafe, nella città costiera di Da Nang. L’uomo in questione si chiama Shaymus Lilly, ha 34 anni e prima di essere portato via dalla polizia ha tentato di strangolare un ragazzo. Quando gli agenti sono arrivati, non sapevano come comunicare con lui: a fare da interprete, il giovane che voleva strozzare. Questa storia è un esempio del paradosso del Vietnam odierno, che ha accolto con entusiasmo gli stranieri con promesse di bellezze naturali, divertimento, cordialità e prezzi accessibili, ma rimane uno Stato comunista che dà priorità all’ordine sociale e al controllo.
Welcome!
Nel 2025 il Vietnam ha registrato un numero record di 22,8 milioni di visitatori internazionali: quest’anno è sulla strada per accoglierne circa il 15 per cento in più. Sebbene la maggior parte si comporti bene, gli stranieri accusati di reati che vanno dalla violenza con armi da fuoco, alla guida in stato di ebbrezza e alle droghe fino alle attività commerciali illegali finiscono ammassati in centri di detenzione, alimentando il dibattito su che tipo di Paese sia il Vietnam. Le pressioni diplomatiche per cambiare le cose sono fortissime: i traduttori ufficiali scarseggiano, l’accesso ad avvocati o funzionari consolari può richiedere settimane o mesi, le sanzioni per infrazioni minori – come il superamento della durata del visto, risse nei bar o l’uso di piccole quantità di marijuana – possono essere severe. Il tutto crea ad ambasciate e consolati non pochi problemi. «È un mondo diverso», dice una persona vicina a uno straniero detenuto in Vietnam, che chiede l’anonimato per evitare di inimicarsi le autorità. Il centro di detenzione dove sono rinchiusi gli stranieri ad Hanoi è sottoposto a un’enorme pressione: i diplomatici occidentali hanno sollevato la questione con il governo vietnamita. La frustrazione degli ambasciatori è cresciuta man mano che aumentava il numero di stranieri che languiscono in celle sovraffollate senza poter avere contatti con parenti, funzionari consolari o avvocati.
Thailandia 2.0
Il Vietnam dice di non voler diventare un’altra Thailandia, ovvero un luogo dove i visitatori vanno per soggiorni a lungo termine a basso costo, alla ricerca non solo di spiagge e cibo, ma anche di quartieri a luci rosse e marijuana legale. Steven Foukal, 28 anni, imprenditore di Chicago, racconta di essere uno dei tanti che recentemente ha lasciato la Thailandia per il Vietnam. «Sempre più persone vogliono un’alternativa», racconta. Poche settimane prima della furia di Lilly a fine maggio, la polizia di un’altra località balneare ha arrestato un russo che, guidando in stato di ebbrezza, ha investito e ucciso una donna vietnamita di 70 anni con la sua moto. A giugno, 83 cittadini cinesi sono stati fermati ad Ho Chi Minh City per quella che la polizia ha definito una “frode transnazionale”. Quella vietnamita è una cultura accogliente e gentile: per questo molti abitanti non si lasciano andare subito al cinismo di fronte a episodi come questo. Ho Sy Hoang, 76 anni, e sua moglie, Nguyen Thi Tuyet, 72 anni per esempio da qualche tempo hanno visto il loro isolato trasformarsi, da quando è stato aperto un bar pieno di stranieri che tracannano shot e giocano a biliardo. Fino a quattro anni fa la zona dove vivono era un posto tranquillo, ma poi il Comune ha iniziato a rilasciare licenze per l’apertura di locali. Il lato positivo, dice Hoang, è che il valore della sua proprietà è aumentato. Il lato negativo sono le feste che durano tutta la notte. «La mattina mi capita spesso di vedere persone ubriache, che vagano senza meta o dormono per strada», racconta. Lui e sua moglie insistono comunque sul fatto che preferire la paura alla cordialità non sia molto “vietnamita”. «È una cosa positiva perché prima il nostro Paese era in guerra e chiuso al mondo. Ora diamo il benvenuto a tutti».
Giustizia troppo politica
A livello nazionale, la tensione tra ospitalità e sospetto ha radici profonde. Ho Chi Minh, il leader rivoluzionario vietnamita, accusava spesso i governanti coloniali francesi di diffondere droga e gioco d’azzardo per impedire al popolo di diventare autonomo. Dopo la fine della guerra del Vietnam nel 1975, le cose hanno iniziato a cambiare. Oggi, il traffico di droga, anche per piccole quantità, comporta la pena di morte. Chiunque venga sorpreso a “organizzare l’uso di droga” – un’accusa generica che può includere anche il semplice fatto di pianificare di condividere uno spinello – rischia fino a venti anni di carcere. Gli studiosi di diritto sostengono che la giustizia, sia per i cittadini che per i visitatori, continua a essere plasmata dalla politica del Partito Comunista e da un’idea di fondo che favorisce la condanna: spesso i poliziotti competono per le promozioni in base al numero di procedimenti penali avviati. Le organizzazioni per i diritti umani criticano da tempo le autorità vietnamite per aver messo su procedimenti farsa e privato i cittadini del giusto processo. Le norme internazionali create per proteggere i detenuti stranieri sono sistematicamente violate in Vietnam, denunciano molte ambasciate. Anche dall’interno ci sono pressioni per aggiornare il sistema di detenzione. Qualche tempo fa, ha suscitato proteste la scoperta che la spesa media per i pasti dei detenuti è di un dollaro al giorno.
Lieto fine
Il Gé Café si è ritrovato al centro del dibattito su questi temi ma – racconta la signora Hang, la proprietaria – vuole restare un luogo accogliente: l’uomo che Lilly aveva cercato di strangolare è andato alla stazione di polizia preoccupato per l’incolumità dell’australiano. E il locale ha riaperto pochi giorni dopo l’aggressione. All’ingresso c’è un poster con le bandiere dell’Australia e del Vietnam affiancate. Il messaggio è chiaro. Tutti sono benvenuti: soprattutto se rispettano le regole.