corriere.it, 15 ottobre 2026
Editing genetico per le banane, che così non anneriscono
Ogni giorno, nel Regno Unito vengono buttate circa 1,4 milioni di banane perfettamente commestibili, ma spesso annerite dall’inesorabile processo di maturazione. Un terzo dei consumatori ha addirittura dichiarato di aver scartato banane per una leggera ammaccatura, o per qualche macchia scura sulla buccia. Uno spreco alimentare, ancor prima che economico: per ovviare a questo problema, Tropic (una compagnia britannica specializzata in biotecnologie, con sede a Norwich) ha messo a punto una particolare varietà di banana che non annerisce quando sbucciata e tagliata, pur mantenendo le stesse proprietà organolettiche e nutrizionali della controparte già presente sul mercato.
Per arrivare a questo risultato la compagnia ha fatto uso di Crispr-Cas9, una particolare tecnologia di editing genetico (Claude, il modello AI di Anthropic, ne ha recentemente scoperto un sistema simile in appena 21 ore) capace di alterare tre copie di un singolo gene, permettendo così di ridurre sensibilmente la produzione di polifenolo ossidasi, l’enzima responsabile dell’annerimento delle banane. Ed è questo il primo punto fondamentale: per definizione, non si tratterebbe infatti di un organismo geneticamente modificato (i tanto temuti «Ogm», in acronimo), data l’assenza di sequenze di DNA esogene al suo interno, limitandosi a «spegnere» il gene implicato nel processo di imbrunimento. Un approccio innovativo che le è valsa l’inserimento nella categoria «Best Inventions 2025» del Time, ma non del tutto inedito a dire il vero, usato in passato anche su alcune specie di funghi per lo stesso motivo.
Secondo quanto dichiarato da Gilad Gershon (amministratore delegato di Tropic), la «nuova» varietà di banana è in grado di resistere per uno o due giorni aggiuntivi (e anche più, all’interno di un ambiente ben refrigerato): una soluzione, questa, che consentirebbe di ridurre sensibilmente gli sprechi alimentari, permettendo di includere il frutto all’interno di prodotti preconfezionati, come l’insalata di frutta o le monoporzioni da colazione, senza temerne il deterioramento precoce. L’azienda stima una potenziale riduzione delle emissioni di CO2 nella catena produttiva pari al 25%, corrispondenti a circa 9 milioni di tonnellate all’anno.
Il Defra (il dipartimento governativo britannico preposto al controllo qualità degli alimenti) ha recentemente confermato la loro origine da evoluzione assistita, ovvero quelle tecniche di editing genetico volte a introdurre modifiche vantaggiose che avverrebbero spontaneamente, anche in natura. Un primo passo fondamentale, questo, che aprirebbe le porte alla futura messa in commercio.
La «patata bollente» (tanto per restare in tema) passa ora alla Food Standards Agency, cui spetterà l’approvazione della sicurezza alimentare del prodotto, conditio sine qua non per raggiungere gli scaffali dei supermercati britannici. Per la Fsa, lo standard di «miglioramento di precisione» viene soddisfatto solo se le modifiche genetiche possono essere ottenute anche con le metodiche di incrocio tradizionali. Nel frattempo, diverse nazioni come gli Stati Uniti e il Canada accolgono a braccia aperte l’innovazione, con la commercializzazione al pubblico della nuova varietà prevista entro la fine del 2027.