corriere.it, 15 ottobre 2026
Javier Zanetti parla della sua vita d’atleta
Nel suo podcast “The Long Game”, che ha preso il via poche settimane fa, Melissa Satta ha subito calato un asso: tra i suoi primi ospiti anche Javier Zanetti, vicepresidente dell’Inter, di cui è stato capitano e leggenda per tutta la carriera, sino a vincere il triplete nel 2010 alzando quella Champions League che per l’Inter era diventata un’ossessione. Uguale oggi, 53 anni compiuti, a com’era ieri: «Tutti mi chiedono questa cosa qui, se c’è qualche segreto – ha detto l’argentino – Sinceramente io vivo la giornata, poi tutto quello che faccio lo faccio con tantissima passione. Mi piace allenarmi, mi alleno sempre, se riesco tutti i giorni. Se devo dirti cosa mi manca del calcio, ti dico infatti che quello che mi manca di più sono gli allenamenti, stare con i compagni, condividere quei momenti lì. E poi l’allenamento in sé, perché mi fa sentire bene. Mi piace giocare a padel, anche la partita di padel diventa allenamento. Credo che tutto quello che faccio sia basato sulla vita sana, cercare sempre di dare tutto quello che ho dentro. Penso che magari il segreto sia lì, sia quello».
Ma qual è la giornata tipo di Zanetti? «Al di là del lavoro di vicepresidente dell’Inter, per cui devo andare in sede o agli allenamenti, cerco sempre di organizzarmi la giornata per fare qualcosa per me. Per me questo è fondamentale: dedicare del tempo per me e per la mia famiglia. Cerco di essere sempre presente e tutto quello che faccio è basato anche sulla loro felicità, insieme, tutti insieme. E poi godermi tutto quello che faccio. Madre Natura mi ha aiutato tantissimo. E poi la grande cultura del lavoro. In primis ho sempre rispettato la mia professione. Poi, per il ruolo che avevo di capitano, sentivo che dovevo essere un esempio».
E qui scatta l’aneddoto che sorprende anche Satta: «Io mi sono sposato il 23 dicembre del ’99. Allora il campionato si fermava una settimana per Natale, per le feste. Io sono andato in Argentina, però mi portavo sempre una tabella di allenamenti perché chiedevo al mio preparatore atletico: “Guarda che io non voglio rimanere fermo, quando torniamo voglio essere pronto e in forma”. E quel dicembre mi dovevo allenare. Allora, il giorno in cui mi sono sposato mi sono allenato al mattino e poi abbiamo fatto la cerimonia. Fa parte del mio modo di essere e mia moglie mi conosce così. Per lei questa cosa non era una sorpresa, lo sapeva”. E aggiunge: “Quando andiamo in vacanza io scherzo con mia moglie, le dico: “Senti, andiamo in qualsiasi posto scegli tu, basta che ci sia una palestra”. Pensa che un anno siamo andati in Sardegna, c’era la palestra, però non c’era una macchina che facevo sempre: la pressa per le gambe o il castello per fare forza. E allora ho messo mia moglie sopra di me: uno squat con carico!».
Zanetti poi riavvolge il nastro e parla della Champions vinta a 37 anni: «Era la mia ultima opportunità. Ho continuato a giocare perché mi sentivo bene». Poi, l’infortunio a 39 anni che sembrava decretarne il finale: «Quello è stato l’unico infortunio grave della mia carriera: mi ero rotto il tendine d’Achille. Tutti lì pensavano: “Ok, smette di giocare, perché a 39 anni come fa a recuperare?”. Però anche lì fu un’altra sfida per me. Io non volevo finire la carriera in quella maniera, volevo fare ancora almeno un’altra partita davanti ai miei tifosi a San Siro. Recuperai in tempo record, 5 mesi e mezzo, per un infortunio per cui ci vogliono minimo 8 mesi. Giocare quasi fino a 41 anni per me è stata una carriera che non avrei mai immaginato, sinceramente. E sono stati importanti i lavori di prevenzione prima di ogni allenamento, ci ho investito tanto tempo e ho avuto risultati».
Poi, l’interessante digressione sull’allenamento mentale: «Capita che tanti giovani pensino soltanto al fisico e nessuno pensi alla mente, che per me è la cosa più importante. Perché se tu stai bene mentalmente, sei forte mentalmente, poi fisicamente vai: la testa ti permette anche di andare oltre i tuoi limiti. Il talento da solo non basta. Ma la parte mentale penso debba essere ancora più seguita: stanno iniziando a darle l’importanza che merita, però secondo me ancora non è sufficiente. Capita di sentire che un giocatore si infortuna perché non stava bene fisicamente, e nessuno dice che magari aveva qualche problema a casa o gli era successo qualcosa. La parte emotiva è fondamentale. I mezzi ci sono, vedo che ci sono tanti professionisti molto capaci. Però forse le squadre stesse ad oggi non sono così attrezzate per affrontarlo: aiutano più a livello fisico che mentale. Questa cosa sta cambiando, però ci deve essere una marcia in più. Noi ce l’abbiamo all’Inter, perché abbiamo a disposizione delle persone che seguono questa parte qui. Abbiamo capito che è una cosa molto importante, perché tutti pensano che i giocatori siano delle macchine: si allenano, giocano e devono essere sempre al 100%. E invece no. Il talento va alimentato tutti i giorni, lo devi allenare. Con il talento da solo non vai da nessuna parte. Tu puoi avere il fenomeno, questo giocatore che ha magari più talento degli altri, ma ha bisogno dei compagni, da solo non ce la può fare. E poi una cosa per me fondamentale, soprattutto per i nostri figli e per i giovani: far capire che durante il percorso c’è sempre la difficoltà, c’è sempre la sconfitta. Ben vengano queste cose, perché sono quelle che ti fanno crescere, ti fanno diventare più forte anche mentalmente. Io dico sempre, perché l’ho vissuto durante la mia carriera: per vincere prima bisogna saper perdere. Credo che la sconfitta ti prepari alla vittoria: per noi all’Inter è stato così».
E qui Zanetti ricorda gli anni con Moratti, le tante sconfitte amare sul più bello prima del lungo ciclo vincente: «I primi tempi all’Inter il presidente faceva grandi investimenti, ma i risultati non arrivavano. Era frustrante. Io dicevo al presidente: “Se continuiamo a lavorare così, prima o poi il nostro momento arriverà”. La costanza e il credere in quello che fai sono fondamentali, anche con la pressione psicologica che c’è nel calcio in Italia. La mia famiglia poi è stata fondamentale, c’è sempre stata sia nei momenti buoni che in quelli brutti. Dico che l’errore fa parte del percorso e non deve essere una frustrazione. Mia figlia Sol, ad esempio, una volta ha preso un brutto voto a un esame e si è messa a piangere. Le ho detto: “Sol, andrà bene la prossima volta”. Non dobbiamo mettere troppa pressione, perdere fa parte della vita quotidiana».
E come iniziò la sua vita da dirigente: “Quando ho smesso di giocare l’Inter mi fa: “Guarda che vogliamo che tu faccia il vicepresidente, perché per noi è un ruolo importante”, ero felicissimo perché questo legame con il club continuava. Però allo stesso momento dissi: “Si tratta di una grande responsabilità, mi devo preparare”. Io sono passato dall’allenarmi con i miei compagni per 25 anni su un campo ad una riunione con 10 manager che parlavano inglese, di finanza, di marketing. Mi sono messo a studiare, continuo a studiare all’Università Bocconi perché ho trovato un professore che mi ha fatto un programma che mi ha aiutato tantissimo. E questo magari è il consiglio che posso dare ai giovani: non aspettate la fine. Tutto quello che hai fatto ti sarà ricordato, ma inizia un’altra carriera nuova, inizi da zero. Perché la visione che hai come calciatore è molto diversa da quella che hai come dirigente. Ti si apre un mondo, e magari questa cosa qui, mentre mi allenavo con i miei compagni, non riuscivo a capirla perché dovevo conoscerla. Per questo credo che il fatto di studiare mi abbia aiutato tantissimo e mi abbia aperto la mente. Mi sento in una fase importante della mia vita perché mi sento realmente utile per far crescere il nostro club”.
Ma qualche sgarro Zanetti se lo è mai concesso? “Ero molto attento, però mangiavo le mie cose: pasta, carne, crostata. La crostata mi ha accompagnato durante tutta la mia carriera e continuo a mangiarla adesso. Perché, se tu ti alleni come mi allenavo io, sono cose che ti puoi permettere. Adesso i giovani hanno il loro nutrizionista che li segue, una dieta preparata. Trovo che sia giusto. Tuttavia c’è un tempo per tutto, anche per sgarrare. Io per esempio finivo una partita... mi allenavo tutta la settimana, ero uno a cui piaceva allenarsi quasi avvicinandomi alla partita sempre al massimo, perché sapevo che quello che facevo durante la settimana me lo ritrovavo poi in campo. Poi ero tranquillo con me stesso perché mi ero allenato per preparare la partita come dovevo. Poi la partita poteva andare bene o poteva andare male, quella è una conseguenza. Dopo la partita mi permettevo qualsiasi cosa. Fa bene alla felicità e all’umore. Ad esempio la Coca Cola, l’ho sempre bevuta. Sono andato da un medico che mi ha detto: “A te fa bene, perché tu consumi tanti zuccheri e la Coca-Cola ti dà lo zucchero di cui il tuo corpo ha bisogno perché sei iperattivo"”.
I piatti preferiti di Javier, noto anche come ristoratore a Milano? «Sono due. La Milanese, la cotoletta, e al Botinero (uno dei tre miei ristoranti) c’è il Risotto Pupi che è dedicato a me: il risotto alla milanese col ragù sopra. Ma il piatto forte resta la carne, mi ricorda sempre l’Argentina: per questo ho aperto il mio primo ristorante, El Gaucho, per portare un po’ di tradizione argentina”. L’ultimo pensiero è proprio per i suoi genitori: «Mio padre faceva il muratore, mia madre la casalinga. Ho visto quanti sacrifici facevano e sono cresciuto con la cultura della resilienza. Da ragazzino fui scartato dalla squadra per cui tifavo in Argentina perché ero troppo piccolo e magro. Mia mamma era disperata, ma i medici le dissero: “Ha solo bisogno di tempo”. Quando sono cresciuto, mio padre mi disse: “Perché non vai e ci riprovi?”. Quell’impulso mi ha dato la forza per fare un provino, trovare una squadra e far ripartire la mia carriera».