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 2026  ottobre 15 Giovedì calendario

La sinistra e il «voto utile»

Sostiene Elly Schlein che, lasciandosi ipnotizzare dal fantasma del centro, quelli del Campo largo sarebbero andati incontro a una sconfitta. Come dimostrerebbero i vent’anni trascorsi dopo l’ultima vittoria della sinistra – con Romano Prodi – nel 2006. Effettivamente sotto la guida di Walter Veltroni, Pierluigi Bersani, Matteo Renzi, Enrico Letta i progressisti sono sempre stati battuti. Pur se bisogna riconoscere a Bersani d’esser stato anche lui – magari troppo in anticipo (nel 2013) – testardamente unitario nei confronti dei grillini d’antan.
È possibile che la segretaria del Pd abbia ragione e che per le sinistre d’America e d’Europa sia scoccato il «momento Mamdani», cioè l’ora in cui è destinato a vincere il candidato più radicale capace di portare alle urne nuovi elettori riacciuffati tra delusi ed ex astensionisti. Può darsi. Ma con questo posizionamento si corrono gravi rischi nella sotto partita del «voto utile». Quella in cui si devono andare a pescare suffragi nel lago degli incerti tra i due schieramenti.
Vediamo perché. Se la Corte costituzionale non rigetterà in toto la legge elettorale appena approvata, all’apertura dei seggi troveremo ai nastri di partenza quattro formazioni: centrodestra, centrosinistra, Futuro nazionale e Azione. Il leader dei verdi Angelo Bonelli ha calcolato che, stando ai sondaggi, le confederazioni di maggior peso prenderanno circa l’84% dei voti. In testa il centrosinistra a cui i sondaggisti attribuiscono il 43%, dietro il centrodestra che si attesterebbe poco sopra il 41%. Il restante 16% se lo dovrebbero spartire gli altri due.
Ma è credibile che vannacciani e calendiani conquistino il 16% dei voti? Stando sempre ai sondaggi (e al buon senso) assolutamente no. Ed è qui che i partiti rischiano di commettere l’errore in cui incapparono nel 1994, al momento del passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. Errore che consiste nel fare i conti basandosi sulle percezioni della stagione precedente. A quei tempi ci fu un grande politologo, Giuliano Urbani, che spiegò a Silvio Berlusconi come le cose sarebbero invece cambiate radicalmente. Berlusconi capì al volo, mise su una scombiccherata coalizione e vinse (per il rotto della cuffia). Fu poi costretto a «perfezionare» il risultato conquistando alla propria causa due senatori centristi. Gli avversari di Berlusconi invece si presentarono divisi, senza un candidato alla presidenza del Consiglio, disponendo come unica arma la denuncia dei rischi di regime nel caso di vittoria del cavaliere nero. E persero.
Anche stavolta siamo a un passaggio come quello di trentadue anni fa. Il centrodestra ha in Giorgia Meloni un candidato naturale. Il centrosinistra se lo darà, ci sembra di capire, tra qualche settimana. Successivamente, i due schieramenti dovranno impegnarsi ad allargare l’area in cui rinvenire elettori aggiuntivi. Lo schieramento imperniato su Pd e M5S è convinto di trovarli a sinistra dove non ha competitori. Meloni invece ha un bacino elettorale a destra, da dove potrà riportare a casa parte del gregge che le era sfuggito di mano. Può sembrare uno svantaggio ma non è detto che lo sia. Il treno di Vannacci, inarrestabile nel corso dell’estate, sembra essersi fermato a Reggio Calabria e il blocco futurista appare meno granitico di quanto fosse fino a qualche settimana fa.
Molto, molto più compatto appare il fortino edificato da Calenda. Più piccolo di quello dell’ex generale, ma assai difficile da insidiare. Non fosse stata interamente assorbita dai propri problemi, la sinistra avrebbe provato in ogni modo ad agganciare i calendiani. Così come avrebbe dovuto fare trentadue anni fa con i cattolico-liberali di Segni e Martinazzoli. Ma personalismi e seri problemi di posizionamento politico, soprattutto in campo internazionale, hanno reso l’operazione impraticabile. Adesso, se vogliono rosicchiare qualche voto in campo moderato, Schlein e Conte dovrebbero schierare alla guida della componente riformista un leader di peso che supplisca alla evidente fragilità di Renzi, Onorato, Ruffini, Gabrielli. Gli attuali rifugiati sotto la tenda riformista non hanno neanche i titoli di qualche sopravvissuto combattente nelle fila del Pd (Gori, Delrio, Quartapelle, Sensi e pochissimi altri). Nessuno di quelli della tenda ha mai combattuto a viso scoperto una battaglia riformista che lo differenziasse da Schlein o da Conte.
C’è un solo leader che potrebbe capeggiare l’ala riformista del centrosinistra con qualche chance di allargarne il bacino elettorale: Paolo Gentiloni. Meloni ha i titoli per chiedere il «voto utile» ai vannacciani rassicurando nello stesso tempo i non ostili alla difesa europea. Gentiloni è l’unico che potrebbe impegnarsi in un’operazione analoga per bilanciare la leadership che verrà dalle primarie e rivolgersi a chi ancora crede in una sinistra che assomigli a tutte le altre socialdemocrazie del continente. Senza di lui, o qualcuno che abbia la sua caratura, la sinistra avrà difficoltà a giocare la partita del «voto utile». Partita solo apparentemente marginale.