Corriere della Sera, 15 ottobre 2026
Intervista a Michela Cescon
A 23 anni mandò al diavolo il suo esigentissimo maestro Luca Ronconi. Ora che la regista è lei, è altrettanto tremenda?
«No. Ho un buon carattere. Cerco di organizzare una barca che funziona».
I suoi attori la temono?
«Non credo. Più che altro sento che stanno attenti a non farmi dispiacere. Non faccio scenate, però ho polso, chiedo molto, sono severa. No, giuro che non faccio ripetere le scene all’infinito». Michela Cescon da attrice di cinema e teatro ha collezionato premi come se piovesse, tra cui un David di Donatello, un Nastro d’Argento, un Globo d’Oro e tre Ubu. Alla Festa del Cinema di Roma (domenica 18) presenta il suo secondo film alla regia: Desiderio, tratto dal romanzo di Giorgio Montefoschi. La storia d’amore tra Matteo (Enrico Borello) e Livia (Romana Maggiora Vergano), dagli anni Ottanta a oggi. Prodotto da Lumière & Co. con Rai Cinema, uscirà a febbraio 2027. «Di questi tempi raccontare il desiderio fa quasi sorridere. Sta tutto nello sguardo. A volte pensiamo che sia morto. La verità è che senza desiderio siamo morti noi».
Ci ha messo qualcosa di autobiografico?
«Un dettaglio c’è. In una scena lui le scosta i capelli dal viso, un gesto minimo. L’ha fatto mio marito Barigelli una delle prime volte che ci siamo visti. Eravamo a largo Argentina, a Roma. Ed io ho pensato: “Oddio, e questo chi è?”».
Sa che quando un uomo ti ravvia i capelli dietro l’orecchio si dice che è vero amore?
«Non lo sapevo. Però in effetti per noi è stato così».
Lui è il direttore della Gazzetta dello Sport. Stefano. Ma lei lo chiama per cognome.
«Da sempre. Oppure “comandone”, perché vuole fare tutto lui».
Quando cominciò a corteggiarla, per interposta persona, lo mandò a quel paese.
«Ero in scena all’Eliseo. Mi chiamò Rita Sala, critica teatrale del Messaggero. Disse che il suo vicedirettore – ai tempi Barigelli lavorava lì – voleva conoscermi a ogni costo. Risposi: “Si cerchi una Velina”».
Due di picche totale.
«Dopo il grande successo di Primo Amore di Matteo Garrone – film in cui ero molto magra e spesso nuda – ero assalita da persone che si preoccupavano per me: “Ma sta mangiando?”. O da uomini ossessionati dalla mia magrezza, fui costretta a togliere il numero di telefono dall’elenco. Ero diffidente. Io poi sono schiva di natura, una selvaggiona».
Manteneva le distanze.
«Spesso le persone mi credevano inavvicinabile, troppo autoriale, esasperatamente seria. Poi quando mi conoscevano: “Ah, ma allora sei simpatica”».
Cedette, alla fine.
«Rita insisteva, promettendomi che avremmo parlato di teatro. Mi presentai dopo le prove, in tuta, sudata, apposta. Entrata nel suo ufficio, vidi i suoi occhi vivi, il sorriso. “Piacere, Stefano”».
E si risolse un mistero.
«Per mesi, in camerino, mi arrivavano delle rose bianche dusiane con un biglietto bianco e solo una firma: Stefano. Ecco chi era. Mi invitò a pranzo a Testaccio».
Un classico.
«Mi ha colpito».
Nel pieno del successo si prese una lunga pausa.
«Mi sono innamorata e ho avuto tre figli. Fino ad allora ero sempre stata una ragazza con lo zainetto, in tournée tutto l’anno. La vita mi ha sorpreso. Ho pensato che dovevo fermarmi. Sono passata alla produzione, mi piace molto di più. Amo la costruzione del progetto. E adesso la regia. Quando mi rivedo come attrice, soffro».
Soffre?
«Il corpo in sé è limitante. La regia ti lascia più spazio, maggiori possibilità. Avrei dovuto cominciare prima, invece ci sono arrivata tardi: a 45 in teatro, a 50 al cinema».
Ci ha rimuginato su.
«Troppo. Secondo me avevo dentro quasi un blocco. Come se non si potesse fare. Come se in fondo fosse più naturale che il regista fosse un uomo. Ma alla fine mi sono detta: adesso tocca a me».
Perché mollò Ronconi?
«Quando da sua allieva diventai attrice professionista, diventò troppo duro. Violento, non fisicamente. Mentalmente voleva quasi annullarti. Per me è stato un padre, mi ha fatto nascere, ero una ragazzina che parlava veneto. Però ho detto basta, volevo fare cose mie, essere indipendente, a 23 anni ci è voluto coraggio».
Le aveva imposto un abito pesantissimo.
«Era di stoffa veneziana d’epoca. Per indossarlo dovevano aiutarmi in tre. Il corpetto era così stretto che mi segnava la carne».
E i capelli...
«Me li fece rasare fino a metà testa, per alzare la fronte, sotto la parrucca, mi voleva come una donna di Velázquez. Portai un cappellino per tre mesi».
Poteva rifiutarsi.
«Me lo sono lasciato fare, l’ho presa come fosse una sfida. Mi chiedevano spesso prove estreme».
Dopo, Ronconi la ostacolò.
«Si offese a morte. Ci fu una brutta litigata al teatro Argentina. Mi urlò: “Dove ci sono io non metterai più piede”. Così è stato. Ho vinto tanti premi lavorando nei teatrini, mica al Piccolo di Milano. Però, se gli chiedevano di me, ne parlava bene. Ci ritrovammo tempo dopo al premio Ubu. Lui lo aveva vinto come regista, io come attrice».
Un inconveniente in scena.
«Tra attori ci si fanno molti scherzi. Il più classico: quando in scena devi bere i colleghi ti ci mettono dentro qualcosa di schifosissimo».
Per Garrone si sottopose a una dieta drastica.
«Pesavo 60 chili all’inizio delle riprese, sono dimagrita insieme al mio personaggio. Dopo 6 settimane ero 41. Non ho voluto prendere farmaci, mi ha seguito un dietologo milanese che mi fece fare un grosso lavoro psicologico di collegamento tra la Michela piccola e la Michela grande».
Mangiava pochissimo.
«Cinquecento calorie al giorno. Sgranocchiavo frutta e verdura. Appena finito il film ho mangiato di tutto. Gelato e pizza. In una settimana ho ripreso 10 chili».
Un po’ di cinema leggero?
«Mi piacerebbe, ma siamo tutti etichettati. Quando ho girato Tutte le donne della mia vita di Simona Izzo, con Luca Zingaretti, mi sono divertita tantissimo. Con Vanzina? Chissà, tutto dipende dagli incontri».
E a «Ballando con le Stelle» ci andrebbe? Giorgio Albertazzi lo fece.
«Forse mi vergognerei. Penso di non reggere la tv, non è un mezzo che riesco a gestire».
Non ama tanto nemmeno i tappeti rossi.
«Ci manderei un mio clone. Sono un pesce fuor d’acqua. Metaforicamente inciampo. Mi si legge negli occhi che vorrei scappare».
Alla Festa del Cinema le tocca mettersi in ghingheri.
«Io? Non sono in grado di scegliere vestiti, non mi interessa. Mi presento sempre uguale. Pantaloni, camicetta, quello che capita. Le mie figlie mi rimproverano: “Mamma, ma che ti sei messa?”. Non ho mai indossato un abito sexy in vita mia, è come se portassi sempre una divisa».
L’ultima mondanità?
«Nemmeno me lo ricordo. La sera mi piace stare a casa».
In famiglia si parla più di calcio o di teatro?
Ride. «Di calcio, ovvio. Sono perdente. Mio figlio Giovanni mi parla per ore della Roma, sa tutto. Mi fa tenerezza. Ai miei debutti i ragazzi qualche volta vengono, qualche volta no, ma li amo per questo. Nessuno vuole fare il mio lavoro, forse hanno letto la fatica che ho fatto».
Mezza veneta e mezza romana, ormai.
«Sono arrivata a Roma nel‘95, per un provino all’Accademia Silvio D’Amico. Ci andai con una Cinquecento, mi colpì quanta gente c’era per le strade. Ormai vivo a Testaccio, mangio la pizza e il maritozzo con la panna, ho imparato a cucinare una buona matricianella. Al bar sotto casa, se provo a parlare romanesco, mi beccano subito: “A’ Cescò, lassa perde che nun ce la fai”».
Che mamma è?
«Una giocherellona. Mi piace la terra. Quando i miei figli erano piccoli costruivamo tunnel, capanne. La fatica di stare con loro l’ho sentita poco».
In cosa si dà appena la sufficienza?
«Ho imparato a cucinare però se potessi ne farei a meno. E tenere la casa in ordine mi stufa, la spesa è faticosissima, è più bravo Stefano».