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 2026  ottobre 15 Giovedì calendario

Il vero obiettivo dei pasdaran è la leadership di Bin Salman

Tra il 2024 e il 2025 l’Arabia Saudita del principe Mohammed Bin Salman ha speso 163 miliardi di dollari nella propria difesa. L’esercito rappresenta la prima voce del bilancio di Riad, capace di assorbire oltre un quinto delle enormi uscite del regno. Dei sistemi antimissile in particolare mancano i resoconti, ma l’impegno è colossale: Riad ha contratti da nove miliardi di dollari per comprare Patriot Pac-3 americani e da 3,2 miliardi di dollari per i Cheongung-II sudcoreani, oltre a somme mai rese pubbliche ma cospicue per i sistemi americani Thaad (Terminal High Altitude Area Defense).
Risultato: l’aeroporto internazionale di Riad è appena stato colpito dal cielo quattro volte in quattro giorni per mano degli Houthi dello Yemen, con 18 morti, centinaia di feriti e la paralisi di tutti i voli attorno alla capitale della principale economia del Medio Oriente. L’altra notte poi un missile balistico, di nuovo lanciato dalla milizia yemenita alleata dell’Iran, ha attraversato la penisola arabica fino alla costa del Golfo e centrato i principali impianti di Saudi Aramco a Dhahran. Un missile con un raggio di almeno 1.300 chilometri, con effetti devastanti: Saudi Aramco, controllata dalla famiglia regnante ma quotata in borsa, è la più grande azienda dell’energia al mondo per valore di mercato e delle attività reali. Eppure la sua base era indifesa da parte di un Paese che nell’ultimo triennio ha speso oltre duecento miliardi di dollari in apparati militari. Con un solo lancio gli Houthi, una milizia irregolare e relativamente priva di risorse, hanno distrutto greggio ed equipaggiamenti per miliardi di dollari.
Difficilmente la sequenza poteva essere più umiliante per Mohammed bin Salman. Gli attacchi degli Houthi ormai prendono di mira non solo gli snodi strategici dell’Arabia Saudita, ma ancora di più la credibilità del suo leader. La spesa militare non è servita a mettere al riparo le sue infrastrutture critiche; la modernizzazione non lo aiuta a prevalere nello stato di belligeranza sempre più esplicito con l’Iran (e i suoi satelliti); su Bin Salman e la credibilità dei suoi sogni di emancipazione dell’economia saudita dal petrolio, già costati centinaia di miliardi di dollari, si stendono ombre mai così vistose.
Perché l’obiettivo degli Houthi e dell’Iran non è più solo frenare l’export di greggio saudita. È soprattutto minare le basi del potere di Bin Salman stesso e creare le condizioni per un cambio di regime – magari all’interno stesso della famiglia regnante – a favore di fazioni più disposte a riconoscere il potere sul Golfo dei guardiani della rivoluzione di Teheran.
Sarebbe un paradossale ribaltamento delle sorti in una guerra scatenata da Donald Trump, sulla carta alleato di Riad, in nome del cambio di regime a Teheran. Ed è difficile prevedere se la manovra della Repubblica islamica possa riuscire – probabilmente no – ma mai come in questi giorni il quarantunenne leader saudita è apparso debole e velleitario. Il suo progetto di una «Future Investment Initiative» con leader politici e degli affari di tutto il mondo è previsto a Riad mentre l’aeroporto è chiuso, il Paese sotto tiro e l’esercito incapace di difenderlo.
Il cuore della disputa riguarda una questione di cui parlare in pubblico è impossibile. È probabile che in queste ultime settimane il governo di Riad sia rimasto l’ultimo nel Golfo a impedire alle sue petroliere di pagare un pedaggio informale all’Iran per attraversare Hormuz. A settembre il passaggio di greggio dallo stretto è ripreso fino quasi a 15 milioni di barili al giorno – contro i quasi venti di febbraio scorso, ma i 6,5 di maggio – perché chi trasporta i prodotti di vari Paesi accetta silenziosamente di pagare l’Iran. I sauditi no, non pagano. Ma la Repubblica islamica non ha perso il controllo dello Stretto e del traffico di petrolio, come l’amministrazione americana sta cercando di far credere. Ancora ieri i guardiani della rivoluzione hanno colpito due mercantili di Singapore. E ora è emerso che in agosto hanno disabilitato i motori di due tanker, a Gibilterra e nell’Atlantico, legati agli Stati Uniti e provenienti dal Golfo. Non stupisce che il Brent resti caro, a 106 dollari al barile, anche se ora Riad cerca di raffreddare il prezzo annunciando che riconvertirà un vecchio gasdotto in oleodotto per portare 1,5 milioni di barili in più fuori dal Golfo aggirando Hormuz.