Corriere della Sera, 15 ottobre 2026
Arabia, contro gli Houthi manca la preparazione, il territorio è troppo vasto
Gli Houthi colpiscono con efficacia l’Arabia Saudita e minacciano di farlo ancora. Un’offensiva resa possibile da una serie di fattori concomitanti.
L’esperienza
I militanti filoiraniani sono esperti, arrivano a questo scontro dopo anni di conflitto strisciante durante il quale hanno avuto modo di affinare le tattiche, imparare da errori, sviluppare armamenti. Va ricordato che in passato, nonostante l’assistenza Usa, hanno violato le difese saudite. Determinante il contributo di Teheran: ciò che «lanciano» è stato fornito dalla Repubblica islamica. Ora, stando a rivelazioni del Wall Street Journal, avrebbero ricevuto direttamente componenti dalla Cina per costruire in loco i missili Kheibar Sheikan, sempre di concezione iraniana, con un raggio di quasi 1.900 chilometri. Chi segue il dossier yemenita aveva peraltro messo in guardia sulle capacità tecniche del movimento passato ad assemblare i pezzi del proprio arsenale. Una filiera alimentata da traffici via mare a bordo di dhow, scafi tipici della regione che si mimetizzano con le dozzine di altri.
Il territorio
È sempre la geografia a contare, basta guardare – come per l’Iran – una mappa. Il territorio è vastissimo, con un’infinità di siti sparpagliati da difendere. Gli scali aeroportuali, gli impianti per il greggio, i depositi, i serbatoi, le raffinerie, le basi. Lo ha sottolineato in una lunga analisi Nawaf Obaidi, esperto del King’s College di Londra. E i militari devono guardare non solo sul fronte sud: un’incursione – sia pure isolata – è arrivata da nord, dal settore meridionale iracheno.
Sempre Obaidi, insieme ad osservatori citati da molti media, ha sottolineato come gli Houthi impegnino l’avversario con ondate dove sono impiegati droni kamikaze Samad, cruise, missili balistici. Anche i semplici «frammenti» di un ordigno creano problemi su bersagli civili. I genieri locali, dove hanno potuto, hanno installato gabbie per attenuare l’impatto dei droni: è il caso delle grandi cisterne. Ma è un rimedio limitato. Lo sciame d’attacco complica in modo il compito dell’antiaerea. Lo si è visto in Israele, che pure è abituato a queste situazioni, e lo si vede costantemente in Ucraina o in Russia. Non esiste la corazza inviolabile.
I mezzi
Gli esperti, al tempo stesso, elencano il vasto arsenale acquistato dal regno. Hanno di tutto. I costosi Thaad americani, i Patriot, gli Hawk, gli Avenger, i Crotale francesi, gli antiaerei portatili. Si aggiungono ai caccia di ultima generazione e ai radar, di terra e volanti. Sono arrivati qui i militari francesi, italiani, turchi e greci, con i loro dispositivi per aumentare la tutela e la sorveglianza elettronica. Anche i pachistani hanno dato il loro apporto, così come gli oltre 200 consiglieri americani.
Avere lo scudo potente non basta. Serve saperlo usare. E i giudizi sulla preparazione saudita espressi dai tecnici non sono lusinghieri (così scrive il Financial Times ripetendo tesi già emerse anni fa). Inoltre, è fondamentale un centro di comando-controllo, una capacità di vedere oltre l’orizzonte: per Obaidi non è così scontato, esistono ostacoli all’individuazione della minaccia in arrivo.
Infine, esiste il costante nodo delle munizioni, con le scorte saudite in esaurimento. Le troppe crisi aperte hanno bruciato ciò che c’era, gli Usa – grandi fornitori – devono decidere a chi dare la priorità, considerare le loro esigenze, fare i conti con i tempi industriali per offrire «colpi». Il Pentagono, oltre a mantenere una quota strategica, non può escludere una ripresa di Epic Fury contro l’Iran ma persino un intervento nello stesso Yemen. Martedì, Donald Trump ha detto che lo vedremo dopo le elezioni di midterm.