Corriere della Sera, 15 ottobre 2026
Campo largo con cinque testi diversi. Le astensioni evitano i no tra alleati
Nico Stumpo, parlamentare pd di lungo corso, macchina da guerra delle primarie (le ha fatte vincere due volte a Pier Luigi Bersani), passeggia nel Transatlantico di Montecitorio e, provocatoriamente, chiede: «Siamo seri, chi si è mai letto un programma elettorale? Io sono orgoglioso di non averlo mai fatto». Non dice il falso, Stumpo, ma ormai i fari sul nodo Ucraina sono puntati e in qualche modo bisognerà trovare una soluzione. Nel frattempo, anche ieri il centrosinistra su Kiev è andato in ordine sparso con 5 risoluzioni.
Passa, sempre per il Transatlantico, un più che autorevole esponente del centrosinistra, che suggerisce: «Bisognerebbe leggersi le mozioni di Pd, M5S e Avs nella parte degli impegni richiesti al governo, lì c’è qualcosa che prelude a una futura mediazione». È per questo che, dopo le astensioni incrociate tra Pd, Avs e M5S (scambio di favori che avviene per la prima volta e a cui i riformisti dem non hanno partecipato), Elly Schlein afferma: «È un importante passo avanti verso l’unità». Ed effettivamente così è. Nel testo pd scompare il termine «sostegno militare», sostituito da una frase assai più generica in cui si impegna il governo a garantire «pieno sostegno e solidarietà al popolo e alle istituzioni ucraine, mediante tutte le forme di assistenza necessarie».
Nella mozione del M5S non si sollecita più il governo a cessare immediatamente l’invio delle armi, ma a «promuovere, preso atto del perdurante conflitto russo-ucraino e dell’approccio fallimentare dell’Italia e dell’Europa, che attraverso il continuo invio di armamenti contribuiscono ad allontanare qualsiasi prospettiva di pace, un radicale mutamento del protagonismo politico e diplomatico della Ue».
Anche la risoluzione di Avs usa toni più soft dei testi precedenti. Chiede il superamento dell’«escalation militare» e la promozione di «un’iniziativa diplomatica europea autonoma finalizzata al raggiungimento di un cessate il fuoco». Non un perentorio stop all’invio delle armi, dunque.
Tutti e tre i testi, poi, chiedono che il governo promuova una grande Conferenza internazionale e l’individuazione di un inviato unico della Ue per la negoziazione. Insomma, passo dopo passo, i tre maggiori partiti del centrosinistra si stanno avvicinando e da un attento lavoro di taglio e cucito di quei testi verrà fuori la soluzione. Del resto, un compromesso è inevitabile, perché, come dice Schlein, «divisi si perde, uniti si vince». Ne è certo anche Matteo Renzi, che non fa che ripeterlo: «Io posso andare anche da solo ma se poi loro fanno il 41,9% dalle feste dell’Unità li inseguono con i forconi. Perciò devono fare i conti con noi».
E a proposito del leader di Iv, oltre a quello dell’Ucraina, il tema del centro riformista rappresenta un secondo nodo da sciogliere. In un altro palazzo, quello del Senato, Renzi chiacchiera e non nasconde il problema. Lo risolve a modo suo: «Sono disponibile ad aprire un tavolo con Onorato, Ruffini, Gabrielli e chiunque vogliano. Si può fare un’alleanza elettorale tra di noi come feci con Calenda». Alleanza che superò il quorum ma finì con un divorzio tra i due. La disponibilità del leader di Iv si ferma qui, perché poi, riferendosi ai futuribili alleati centristi, dice: «La verità è che io voglio mandare a casa Meloni, gli altri vogliono un posto in Parlamento». Quanto alle primarie, altra questione discussa, Renzi confida: «Non sono sicuro che si facciano. Conte all’ultimo momento potrebbe ripensarci». Il capo di Iv, comunque, le preferirebbe a turno unico con due soli candidati, i leader di Pd e M5S, perché «a doppio turno, con tutti che si candidano, rischiano di diventare come X Factor»