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 2026  ottobre 15 Giovedì calendario

Dai riformisti dem applausi su Kiev. Poi il contrattacco di Schlein e Conte

L’applauso nella piaga. Non un dito, ma entrambe le mani. E clap, clap, clap. «Brava Giorgia sull’Ucraina». «È stata molto dura con Putin». Ed ecco che, poco dopo le 9, la premier porta a casa il colpaccio di giornata, perché quegli applausi arrivano da Calenda, Renzi, Casini, Scalfarotto, Sensi, Rojc, Verini, Zampa, Delrio. Senatori di Azione, tutta Italia Viva e riformisti del Pd.
Succede nell’Aula di Palazzo Madama e rimbalza fino a sera, quando la premier nella replica a Montecitorio, tra cori di «brava» e standing ovation della destra, sigilla la strategia studiata per buttare sale sulle ferite degli avversari. Alla buvette della Camera un meloniano dei piani alti maligna con i giornalisti: «Pensavamo che il centrosinistra avrebbe firmato con noi la seconda risoluzione di maggioranza e invece no, nel M5S devono aver capito che Putin gli avrebbe tirato le orecchie». Colpi (molto) bassi, tra un caffè e una pizzetta.
Poteva anche bastare l’archibugio della risoluzione bis, congegnato a Palazzo Chigi per spaccare con l’aratro di governo la terra del Campo largo. E invece no. La Meloni elettorale, che ieri per la prima volta sfoggiava grandi occhiali da vista, si scaglia contro il cinquestelle Ricciardi: «Non siamo liberi di sostenere lo stop degli attacchi russi alle strutture energetiche ucraine? Allora vi prego, non mi fate la morale sulla difesa dell’interesse italiano». E al dem Provenzano: «Non deve dirlo a me “noi siamo al fianco dell’Ucraina”, temo che debba dirlo da quelle parti...». Dove l’indice presidenziale, lo capiscono tutti, è puntato verso il banco di Giuseppe Conte.
Lei stavolta lo ha preso di mira. Sa bene quanto forte sia la voglia del leader del M5S di sfilarle la seggiola di Palazzo Chigi e a distanza lo provoca. Senato, interno giorno. Calenda le propone di coinvolgere le opposizioni su Kiev. Lei proprio non vorrebbe, no, infilarsi «in una dinamica già complessa di suo» e però, replicando agli «improperi e insulti» di Maiorino, in realtà mai pronunciati dalla senatrice del M5S, affonda: «Il vostro partito è guidato da un signore che, con la nostra legge elettorale, al governo non ci sarebbe mai arrivato».
Quel che arriva sono le bordate di Conte. Eccolo che prende la parola e agita in aria «la stessa penna con cui Meloni firmò la letterina a Ursula e il 5% del Pil per la Nato». Ed eccolo, un drone via l’altro, replicare alla premier.«La legge elettorale non l’ha letta! La studi». «Meloni è sparita, protocollo Schettino». «Ci riprendiamo il futuro con l’alleanza per la Costituzione, non con la capocrazia». Bum, bum, bum, fino all’accusa di aver «voltato le spalle ai 20 mila bambini trucidati a Gaza». Clima cupo, anche fuori dall’Aula. Portavoce di ministro: «La maggioranza si sta sgretolando. Siamo al crepuscolo degli dei, senza gli dei».
A Elly Schlein spetta da calendario il finale di giornata. Cerca gli occhi esausti della premier, le addossa il peso della frase «senza vergogna» della consigliera di FdI di Ancona su «Gaza come la Riviera romagnola» e affonda: «Cosa ci sta a fare lì, se è sempre colpa di qualcun altro? Vuole proteggere gli italiani dalle minacce esterne, ma chi li proteggerà dai vostri fallimenti?». E giura, la segretaria del Pd, che toccherà al Campo largo.
Nel taccuino rosso, Meloni mette in riga i suoi bersagli. Alla Camera il primo è Laura Ravetto, traslocata con Vannacci: «Mi concentro sul campo larghissimo». Risate. E giù l’accusa di trasformismo e di difendere gli interessi di Mosca. A Ricciardi, per colpire Conte: «Non si può dire americani imperialisti e poi correre da Zampolli a pranzo». E ancora, su centrosinistra e Ucraina: «Volete la pace? Provate a mettere d’accordo Magi e Fratoianni in un’unica risoluzione». I due si abbracciano e postano la foto. Tie’.
Il duello che fa più rumore è con Peppe Provenzano, che le rinfaccia l’assenza a un qualche vertice internazionale perché Trump «non la vezzeggiava». Meloni va sul vocabolario di Google, alza i decibel per dire che il significato è «trattare qualcuno con carezze e moine» e, mentre a destra strillano di giubilo, umilia il responsabile Esteri del Pd: «È misoginia, non userebbe questo tono con un collega maschio». Schlein tamburella con le dita sullo scranno. E Provenzano la butta in caciara: «Misogino io, che sono vezzeggiato da diversi colleghi? Meloni fa la vittima perché ha difficoltà con l’italiano». Sipario.