repubblica.it, 14 ottobre 2026
La storia di Floyd Schofield, nuovo campione dei pesi leggeri
Quando Lucas Bahdi, un canadese con sangue italiano e palestinese gli ha fatto assaggiare il tappeto, Floyd ha tenuto duro. Lo ha aiutato la tempra, lo ha rialzato l’orgoglio. Ha portato il match ai punti, ha vinto, si è preso la corona mondiale dei pesi leggeri. Lo ha fatto per sé stesso e per quel padre che si chiama come lui, per ripagarlo dei tanti sacrifici fatti per arrivare in cima. Quella di Floyd Schofield è una storia di boxe partita male e arrivata bene.
Dai servizi sociali all’affidamento al padre
Ventiquattro anni, di Jersey City ma cresciuto a Austin (da qui l’alias Kid Austin). In Texas è arrivato all’età di due anni. La madre non si curava più di lui e il padre ne aveva ottenuto l’affidamento. Un momento di riunione, felice, ma paradossalmente coinciso con l’inizio del periodo più buio. Un momento in cui le vite di tante persone che lottano per scorgere la luce in fondo al tunnel finiscono per somigliarsi. Tre anni durante i quali Floyd Senior sembra Chris Gardner: è un miliardario che prima di diventarlo e senza una casa dove stare, girava da un colloquio all’altro portandosi dietro il proprio figlioletto. Una storia da film che proprio un film – La ricerca della felicità – ha fatto conoscere ai più.
Senza una casa, persino l’elemosima per sopravvivere
Tre anni. Floyd senior, aspirazioni non andate a buon fine di talent scout musicale, faceva persino l’elemosina per racimolare qualche dollaro: per sopravvivere, non per vivere, e non certo per avere una casa. E anche quando un tetto era riuscito a procurarselo, era quello scrostato e chiazzato di umidità di motel dove era riuscito a trovare un lavoro, frequentato da spacciatori e tossicodipendenti. La durezza della vita però non aveva piegato la passione per la boxe: Floyd si allenava, portava con sé il piccoletto che intanto andava in giro, respirava quell’aria pesante e autentica della palestra, vedeva i grandi e li imitava cercando di colpirli.
La passione per Sugar Ray
Una palestra qualsiasi, con le foto dei miti appese alle pareti. Una in particolare colpiva il piccolo Floyd: quella di Ray Sugar Robinson, degno del podio all time della boxe. “Diventerò il più grande pugile di sempre”, diceva a chi iniziava a notarlo tra i dilettanti. Non lo è ovviamente diventato, non si avvicina neanche lontanamente al suo Ray Sugar e probabilmente il titolo prima o poi lo perderà. Ma il fatto di essere diventato campione del mondo con una storia del genere basta per farne un personaggio da film.