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 2026  ottobre 14 Mercoledì calendario

La biografia non è un paese per McCarthy

Nel saggio Contro Sainte-Beuve, Marcel Proust rimprovera al celebre critico del tempo di cercare nelle amicizie, nelle lettere, nei vizi degli autori la radice segreta dei loro libri, persuaso invece che le opere nascano sempre da «un altro io». La regola dell’autore della Recherche vale anche per Cormac McCarthy, romanziere americano scomparso nel 2023: tre matrimoni, una Jaguar decappottabile, l’amore di una sedicenne da adulto, ventimila volumi in casa, compulsati a ogni ora? Il letterato Tracy Daugherty affronta il dilemma in Cormac McCarthy: A Legacy Revisited, 528 pagine appena apparse da St. Martin’s Press, aprendo gli archivi senza pregiudizi: davvero l’autore di La strada e Trilogia della frontiera (Einaudi) era un cowboy solitario capace di dialogare con i serpenti a sonagli, come Mowgli nel Libro della giungla o, a sorpresa, il sofisticato prodotto di un marketing astuto? Daugherty, già biografo di Didion, Barthelme e McMurtry, non ha conosciuto McCarthy, ma ha confrontato pignolo documenti e leggende, lettere, manoscritti, testimonianze, nastri di registrazioni inedite, voci.
Il mito di McCarthy nasce nel 1992, quando Richard Woodward pubblica sul New York Times Magazine un ritratto magnifico ma artefatto: crotali, stivali, il camioncino pickup, un rudere a El Paso per casa, povertà monastica, pur di scrivere senza tentazioni. Daugherty recupera alla Texas State University l’originale del colloquio scoprendo che Woodward – come capita non di rado agli inviati – ha lasciato prevalere la fantasia sulla cronaca. McCarthy parla di amori tormentati, Woodward gli domanda quando si sia innamorato l’ultima volta, la risposta è da sceneggiatura hardboiled, «Beh, che giorno è?». Il romanziere mormora di avere un debole per le ragazze belle e intelligenti, si interrompe incerto, cita il famoso serpente incontrato in strada, un bastone in pugno senza colpirlo, per prevenire il morso fatale. Non è ricordo, dunque, ma metafora, sottolinea bene Wyatt Mason, nella recensione sul New York Times. McCarthy si vantava di non aver mai concesso interviste, Daugherty ne rinviene almeno una decina fra il 1968 e il 1980, su giornali locali, a caccia di fondi per titoli e film, chiacchierando di letture, scrittura, sorridendo nelle foto, mentre la moglie gli serve devota il tè. Il New Yorker e il rivale Esquire bloccano i profili in extremis: il “monaco della prateria” si prestava volentieri alla promozione, ma senza sfilarsi la maschera.
Ad Albert Erskine, editore a Random House, arriva nel 1962, non richiesto, il manoscritto del Guardiano del frutteto. Erskine lo manda ai maestri del romanzo Ralph Ellison, Truman Capote, Robert Penn Warren, Saul Bellow, Malcolm Cowley, strappando tre raccomandazioni pronte al consumo, che fruttano, in contratti e premi, trecentomila dollari in quindici anni. McCarthy se ne resta nascosto nella biblioteca in New Mexico, settemila volumi dapprima, ventimila infine, 142 titoli sul filosofo Wittgenstein, 190 sulla fisica dei quanti, 114 su Einstein, manuali di artigianato e giardinaggio inclusi.
Nato col nome di Charles Joseph a Providence, nel 1933, cresciuto a Knoxville, McCarthy è figlio dell’avvocato della formidabile Tennessee Valley Authority, il New Deal del presidente Roosevelt. Adotta il Cormac irlandese perché Charlie McCarthy è il burattino di un noto ventriloquo, e stona. Daugherty si imbatte nel risvolto di copertina del primo romanzo, uscito nel 1965, una riga, «la necessità della vita», spiega il ritardo nella pubblicazione, eufemismo per Lee Holleman, sposata da McCarthy nel 1961, e per il piccolo Cullen, nato nel 1962. Mentre Lee allatta il bambino, McCarthy le intima di cercarsi un lavoro per mantenere la famiglia, mentre lui scrive, quindi annuncia sbrigativo di voler restare single. La seconda moglie, Anne DeLisle, “una ragazza inglese”, cantante conosciuta sul transatlantico Sylvania, debutta con il nuovo romanzo. L’uomo che parlava ai serpenti volteggia sulla pista da ballo, abito color crema, una signora a ogni lento, poi Ibiza, la vecchia Europa attraversata su una Jaguar, dieta di alcol e Lsd. Per Lee e Cullen niente soldi, alla richiesta di alimenti, Cormac sbuffa: «Con che cosa?», lamentando lo sfratto da una stanza in affitto, 40 dollari al mese, e omettendo laconico la spider inglese.
A Tucson, nel 1976, incontra Augusta Britt, minorenne di sedici anni, lui maturo quarantaduenne: Vanity Fair svelerà l’amore segreto nel 2024. Britt falsifica il certificato di nascita per un viaggio di coppia in Messico, affidandosi a McCarthy con trasporto, anche da adulta. La relazione con Augusta dura cinque anni, l’amicizia fino alla morte dell’artista, senza cancellare le critiche di tanti. Il terzo matrimonio è con Jennifer Winkley, madre di John, il figlio immaginario de La strada. In una intervista con Oprah Winfrey, nel 2007, McCarthy confessa di non capire le donne, trovandole misteriose. Ironica Oprah ribatte: «Dopo tre mogli?».

Intanto Cormac McCarthy, ex Charles Joseph, è una celebrità: Cavalli selvaggi, 1992, vince il National Book Award; Gary Fisketjon diventa il suo editor; Amanda “Binky” Urban l’agente occhiuta. Hollywood si innamora: Matt Damon è protagonista del film; i fratelli Coen vincono quattro Oscar per Non è un paese per vecchi. Quindi l’autore si aggiudica anche il Pulitzer grazie a La strada.
Con maestria Tracy Daugherty disvela l’industria discreta che ingrandisce i tratti affascinanti dello scrittore, sfumandone le colpe dietro il brand “riservatezza”. Potente macchina da bestseller, McCarthy va in ufficio a Santa Fe, discute con fisici e biologi, corregge manoscritti, scribacchia a margine un perentorio «No» o l’ambito «Ho letto commosso». Negli ultimi anni, malato, fatica su Il passeggero e Stella Maris; la Urban interviene con mano pesante sui testi, fino a lasciar dubitare sul controllo dell’autore, malgrado le smentite dell’ufficio legale della casa editrice Knopf. E qui ogni lettore dovrà rimisurarsi con Proust e Sainte-Beuve, scegliendo fra il set western di McCarthy e la favola dell’artista cui ogni eccesso è consentito, purché generi capolavori. La biografia critica di Daugherty riapre la controversia e ci affida l’uomo Charles Joseph Cormac McCarthy che nessuna fotografia in stivali marca Lucchese raffigura: verace, lettore, seduttore, marito e padre assente, autore Made in Mercato Globale. McCarthy liquidava Proust, insieme ad Henry James, come le donne: «Non li capisco».
Mogli, assegni e agenti si contendono la scena nel dossier di Tracy Daugherty, mentre il perenne, poderoso, “altro io” di Proust smuove inquieto ogni pagina. Non chiedete dunque a Cormac McCarthy: A Legacy Revisited il valore letterario di un autore, stimate il valore di un uomo.