la Repubblica, 14 ottobre 2026
Nella guerra dell’olio d’oliva l’Italia sta perdendo
Le frasi che usano gli agricoltori quando protestano possono suonare melodrammatiche: «La raccolta sta per cominciare e noi non possiamo più raccogliere lacrime», dice uno di loro dal palco di piazza Prefettura a Bari, dove lunedì si è svolta la prima manifestazione (la seconda la organizza stamattina la Coldiretti). Ma questa volta non c’è esagerazione: in giacenza nei serbatoi, certifica il ministero dell’agricoltura, ci sono 195.044 tonnellate di olio extravergine d’oliva, il 46,7 in più rispetto a un anno fa.
Più della metà è concentrata nel Sud, in particolare in Puglia e Calabria ma anche in Toscana. E la colpa, secondo i produttori, è da ricercare nelle falle nel made in Italy di cui il ministro Francesco Lollobrigida va tanto fiero. Il dato certo sono i serbati pieni: non si riesce a smaltire la produzione dell’anno scorso. Se fino a gennaio le quotazioni dell’extravergine erano altissime, fino a 10 euro al chilo (all’ingrosso si pesa così, non al litro), ora il prezzo – quotazioni dell’Ismea, l’istituto di servizi per il mercato agroalimentare – è sceso a 4 euro nella piazza di Foggia. E così i frantoiani, che di solito anticipano gli acquisti, si sono sovraesposti con le banche, acquistando le olive a un prezzo molto più elevato di quello al quale lo possono vendere ora. Per questo ora che riparte la raccolta non le vogliono comprare più dai coltivatori, a loro volta in difficoltà. Riuniti nel comitato dal nome evocativo Orgoglio Olivicolo – sono loro a chiedere una «moratoria bancaria straordinaria», possibile solo se il governo proclama lo stato di crisi. «È da marzo che lo chiediamo», dice Gennaro Sicolo, direttore pugliese della Cia.
Della rivendicazione più pressante si fa portavoce, però, l’anziano conte Onofrio Spagnoletti Zeuli, erede di una storica famiglia di latifondisti di Andria: «Servono controlli: troppi delinquenti importano porcherie, le mescolano all’olio nostro e fanno l’extravergine». Una sorta di xenofobia agricola: contro gli oli extracomunitari che, arrivando qui a prezzi troppo bassi, hanno fatto abbassare anche il prezzo dell’olio nostrano. L’assessore regionale all’agricoltura Francesco Paolicelli spinge per la bolletta elettronica (per rendere più tracciabile la provenienza del prodotto) Vito Leccese, sindaco di Bari, chiamato direttamente in causa in piazza dagli agricoltori – «andate a controllare nei supermercati cosa viene venduto» – ha scritto ieri al direttore della Asl perché avvii «una campagna straordinaria di campionamenti e analisi sull’olio extravergine in vendita a Bari, con verifiche nella grande distribuzione come nei negozi di quartiere, a partire dagli oli 100 per cento italiani venduti a prezzi troppo bassi».
Chiede di verificare anche i residui di fitofarmaci che – è l’altrsospetto lanciato dagli olivicoltori – potrebbero essere più alti negli oli provenienti da Paesi nei quali i prodotti chimici vietati in Italia sono consentiti. Ma per trovare il principale imputato della crisi dell’olio italiano bisogna spostarsi forse dalla Tunisia alla Spagna. Dove, due anni fa, una siccità aveva messo ko la produzione, favorendo la concorrenza italiana. Ora l’ulivicoltura spagnola, fortemente meccanizzata, si è ripresa.
E alla grande: «Nella prossima campagna – spiega Dora De Santis, rappresentante dell’associazione italiana dell’industria olearia – si prospetta una produzione da 1,6 milioni di tonnellate. E questo comporta un blocco delle contrattazioni sul nostro prodotto». Il risultato è che ora, sugli scaffali, la differenza tra oli italiani e comunitari è esagerata. I primi, che scontano costi di produzione molto più alti, vanno al doppio dei secondi. «Abbiamo chiesto alla grande distribuzione di comunicare in modo differente al consumatore il valore aggiunto che sta dietro quel differenziale», dice De Santis. E Maria Lisa Clodoveo, docente di tecnologie alimentari, assolve l’olio tunisino: «Il 95% della loro olivicoltura è tradizionale, con un impiego minimo di fertilizzanti chimici».