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 2026  ottobre 14 Mercoledì calendario

Certificati per il no ai Cpr “assolte” tre dottoresse

La Cassazione ha annullato la sospensione di tre dottoresse di Ravenna – indagate per falso ideologico e interruzione di pubblico servizio – che a marzo erano state interdette alla professione per dieci mesi, nell’ambito dell’inchiesta sui presunti falsi certificati firmati dai medici per evitare ai migranti il Cpr.
Adesso torna tutto al tribunale della libertà. Per la suprema corte nella decisione del Gip c’era un vizio di motivazione. Una sproporzione, di fatto. «La Cassazione sulla base del nostro ricorso – commentano i legali Salvatore Tesoriero e Francesca Cancellaro – ha ritenuto la misura interdittiva sproporzionata rispetto al rischio di reiterazione». Per questo, dicono «ci auguriamo che la Cassazione sia letta anche come un invito alla prudenza, affinché l’inchiesta assuma proporzioni più adeguate». Per i legali «l’annullamento restituisce alle dottoresse dignità professionale e personale. I medici impegnati nella certificazione sono prima di tutto garanti del diritto alla salute, non possono mai essere ausiliari di pubblica sicurezza».
Proprio sull’onda di questa inchiesta, il ministro degli Interni Matteo Piantedosi aveva annunciato di voler rivedere il meccanismo delle certificazioni sanitarie, affinché non siano d’ostacolo ai rimpatri.
A settembre la procura di Ravenna aveva disposto perquisizioni all’alba per 23 medici di tutta Italia, accusati di fare parte di una rete organizzata, volta a boicottare i Cpr. A capo di questa presunta rete ci sarebbe Nicola Cocco, infettivologo milanese della Società italiana di medicina delle migrazioni, indagato per associazione a delinquere insieme alle tre dottoresse ravennati, anche se questa seconda accusa non è stata loro ancora formalmente contestata.
«La decisione della Cassazione smonta il castello di carte creato a Ravenna – commenta Cocco – e dimostra che la nostra non era un’associazione a delinquere, ma semmai un osservatorio etico e deontologico. A queste dottoresse va tutta la mia solidarietà, perché hanno avuto seri problemi sia col lavoro che dal punto di vista psicologico: una misura come la sospensione lavorativa ti stravolge la vita».
L’infettivologo precisa di non sentirsi tranquillo, «perché il processo non è neanche iniziato, i medici di Ravenna restano indagati, io resto indagato e il clima del Paese non è cambiato. Il vero scandalo – conclude – sono i Cpr non i medici che hanno certificato la loro patogenicità».
Un punto ribadito anche dalla senatrice di Avs Ilaria Cucchi: «Nessuno è idoneo ai Cpr». Sul caso è intervenuto il governatore dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale: «Io difendo la presunzione di innocenza dei poliziotti, come quella dei medici». Intanto gli avvocati hanno chiesto all’Ausl di Ravenna il reintegro delle dottoresse.
E il direttore dell’Ausl Romagna Tiziano Carradori replica: «Leggeremo le motivazioni, però per me ci sono tutte le condizioni al loro reintegro, tanto più che io avevo già sospeso tutti i medici indagati dall’attività di certificazione». Per il dirigente Ausl «tutta la vicenda è spropositata. Una sproporzione ravvisata ora anche dalla Cassazione».