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 2026  ottobre 14 Mercoledì calendario

Il futuro di Netanyahu dipende anche dal voto arabo

In mezzo al deserto del Negev, Israele cambia volto. Lasciate alle spalle le zone industriali di Beer’sheva e Ashdod, le grandi città più vicine, le case sono basse e i minareti ovunque. È una città giovane, Rahat, nata nel 1972, e ha solo 80mila abitanti: eppure sarà decisiva per stabilire chi vincerà nelle elezioni del 27 ottobre.
Rahat è la capitale del beduini del Negev, il centro in cui il governo vuole raggruppare i nomadi che nel 1948 si sono ritrovati nel territorio diventato Israele: oggi, con le città arabe della Galilea, è il cuore della minoranza araba – il 20 per cento – all’interno della società israeliana. Alle ultime elezioni, qui, la Lista Araba Unita di Mansour Abbas, partito che è il principale candidato a portare all’opposizione i voti necessari a formare un governo, si è portato a casa i due terzi dei voti: ed è per questo che oggi il futuro di Israele passa anche dall’angolo remoto di deserto dove ci troviamo.
I problemi, a Rahat non sono però gli stessi del resto del Paese: c’è la disoccupazione, peggiorata dopo il 7 ottobre 2023 perché molti agricoltori ebrei non vogliono più lavoratori arabi. C’è la criminalità – tema comune alle comunità arabe del Nord, ma qui dipende dai traffici oltre confine, in Galilea dalle gang armate. C’è la disputa sulle terre con lo Stato e la conseguente distruzione di accampamenti e villaggi. C’è la volontà di mettere fine alle guerre a Gaza e in Libano. Ma soprattutto c’è la discriminazione, il senso di abbandono e la paura con cui tutti gli arabi di Israele, dal Sud al Nord, convivono dal 2022. Anno in cui si è insediato il governo di estrema destra e la polizia è passata sotto il controllo di Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale che dell’avversione per la minoranza araba non ha mai fatto mistero.
«Gli arabi andranno in massa alle urne: per noi questa elezione è decisiva. Da quattro anni siamo trattati come stranieri e nemici. Abbiamo necessità di un cambiamento e di un governo che voglia la convivenza, non la guerra, fra le due anime di questo Paese», ci dice Ata Abu Madighem, l’ex sindaco, che è ancora una voce importante in città e lavora per portare elettori alle urne. Abu Madighem non è solo: nei centri del Nord – come Nazareth e Haifa – a guidare la mobilitazione sono gli attivisti e i politici locali, ma anche gruppi come Standing Together, una delle realtà della società civile in cui arabi e ebrei lavorano insieme: «Sotto questo governo, la società araba è sprofondata a un livello mai visto prima: centinaia di omicidi e armi illegali in ogni quartiere. Le elezioni sono l’occasione per cambiare rotta», recita la chiamata alle urne degli attivisti.
Chiamata che sarà raccolta consegnando – dicono a sondaggi – alle due formazioni arabe (la Lista Araba Unita e la Lista Comune che riunisce tre partiti) un pacchetto di 13-15 seggi: decisivo per il fronte del cambiamento in una Knesset da 120 seggi in cui la maggioranza è 61 e governo e opposizione sono fermi intorno ai 50 parlamentari ciascuna. «Mi aspetto un’affluenza alle urne superiore al 56% del 2022 ma anche al 65% del 2020, che segnò il record di partecipazione per gli arabi», ci spiega Yousef Makladeh, responsabile dello Stat-Net Research Institute, il più importante centro di monitoraggio del voto arabo in Israele. «Quindi il numero dei seggi potrebbe salire ancora».
Un’opportunità ma anche un problema per il blocco anti-Netanyahu, visto che i partiti sionisti del fronte del cambiamento – con l’eccezione dei Democratici di Yair Golan – in questa fase rifiutano la possibilità di un’alleanza con gli arabi: troppo forte il senso di tradimento, la sfiducia, la rabbia che una parte della società ebraica cova ancora dopo il 7 ottobre 2023. A superare la diffidenza ci hanno provato lo stesso Golan, portando in lista due rappresentanti della minoranza araba («non abbastanza», tuona l’ex sindaco Abu Madighem) ma soprattutto Mansour Abbas, leader della Lista Araba Unita, scegliendo come numero due l’ebreo sionista Yoav Segalovitz, ex comandante dell’Idf, ex viceministro della Sicurezza nazionale che negli anni del governo Bennet-Lapid era riuscito a ridurre il tasso di criminalità nelle città del Nord. Secondo il sondaggista Makladeh, il partito di Abbas a livello nazionale dovrebbe prendere un terzo del voto arabo e alla Lista Comune dovrebbe andare il 43 per cento. Mentre il restante 24% andrà ai partiti sionisti.
È su Abbas, islamista e conservatore, che si concentra in particolare l’attenzione: perché è stato lui, nel 2021, a permettere la nascita dell’esecutivo di Bennett e Lapid, diventando il primo partito arabo a entrare in una coalizione di governo. Abbas ha detto di essere pronto a ripetere l’esperimento: la conta dei voti il 28 ottobre dirà quanto saranno pronti i partiti di opposizione ad accettare la sua offerta, al di là degli slogan di questi giorni.
«Sarà il voto arabo a decidere dove andrà questo Paese: se tornerà a essere una nazione normale o continuerà sulla strada dell’isolamento», riassume da Rahat Mazen Abu Siam, veterinario, studi a Siena e Bologna e un italiano perfetto. La maggior parte degli analisti gli dà ragione: senza gli arabi l’opposizione non sarà in grado di mandare a casa Netanyahu. A Rahat la gente lo sa e il 27 ottobre andrà a votare per questo.