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 2026  ottobre 14 Mercoledì calendario

Il dilemma Nato sull’articolo 5 per la risposta cyber

La sottile linea rossa tra pace e guerra in Europa si sta talmente assottigliando da diventare invisibile. La risposta ad aggressioni condotte nell’ombra, infatti, avviene secondo gli stessi canoni, come ha sottolineato sabato l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone nell’intervista a Repubblica: «La Nato a fronte di questi attacchi ibridi ha dimostrato pienamente la sua capacità di gestire l’escalation, come ci si attende da un’Alleanza difensiva. E questo attraverso opzioni di risposta visibili, come nel caso delle violazioni del nostro spazio aereo, o in altri casi non visibili, ma ugualmente efficaci».
Il presidente del Comitato militare atlantico si riferiva soprattutto alle incursioni cyber che paralizzano i computer da cui dipendono servizi pubblici e hanno minacciato infrastrutture vitali: più volte sono state attribuite agli hacker corsari del Cremlino irruzioni in grado di creare danni alle persone. Lo ha ricordato pure il ministro degli Esteri polacco Sikorski, parlando del tentativo di bloccare i server di un ospedale. E per mantenere una proporzionalità, la ritorsione della Nato dovrebbe avvenire nella stessa dimensione: mandare in tilt i data center russi, con una gradualità crescente in base ai danni subiti.
La Nato ha una dottrina per misurarsi con la dimensione ibrida dei conflitti, teorizzata già nel 2016 dopo le prime grandi offensive cibernetiche contro i Paesi Baltici. Sostiene che «la responsabilità primaria di rispondere agli attacchi ricade sulle nazioni prese di mira». Trattandosi di una coalizione di democrazie, opera in modo trasparente: c’è un documento online che elenca la posizione ufficiale. E chiarisce un punto fondamentale: «Dal 2016, la Nato ha pubblicamente deciso che un’azione ibrida contro uno o più alleati potrebbe portare ad invocare l’Articolo 5». È il pilastro del Patto atlantico, quello che porta tutti i trentadue Paesi membri a intervenire al fianco di chi viene attaccato.
C’è solo un aspetto sul quale non esiste trasparenza: quale limite deve oltrepassare l’aggressione per scatenare la reazione collettiva? Gli esperti sostengono che la linea rossa da infrangere perché un attacco ibrido assuma una rilevanza tale da innescare la procedura dell’Articolo 5 sia stata definita dai vertici della Nato ma venga tenuta segreta: nel “Concetto strategico” elaborato all’indomani dell’invasione dell’Ucraina si parla genericamente di «operazioni ibride che potrebbero raggiungere il livello di un attacco armato».
Il motivo di questa riservatezza è semplice. Nasce dal concetto che è alla radice della Nato e porta il nome di deterrenza, la disciplina che durante la Guerra Fredda ha impedito che il mondo venisse travolto da un conflitto nucleare. Punta a dissuadere l’avversario dallo scatenare un assalto su larga scala, mettendolo davanti alla prospettiva di una ritorsione di potenza superiore, e perché sia efficace richiede soprattutto la credibilità della risposta. In quest’ottica, la soglia che porta all’Articolo 5 non può essere rivelata per non mettere il nemico in grado di colpire senza superarla.
Può questa disciplina funzionare anche nelle operazioni non rivendicate che continuano a causare gravi danni in tutta Europa? La cronaca ci mostra notizie inquietanti: in poco più di una settimana, cinque mercantili sono stati affondati da droni davanti alle coste di Romania e Bulgaria con la morte di 24 marinai. Il governo polacco ha chiamato in causa Mosca per l’incendio della stazione di Starlink e ha sventato un piano per assassinare il premier; quello tedesco ha accusato i russi per i droni bomba sull’aeroporto di Lipsia. Insomma, sul fronte ibrido la deterrenza non sta funzionando: anzi, è in corso una vera escalation. C’è una spiegazione semplice: tutte le prese di posizione alleate in questo campo sono nate durante le amministrazioni democratiche della Casa Bianca. Con la presidenza Trump, la credibilità di una reazione comune della Nato è stata incrinata in tutti i campi. Il cuore del problema è sempre lo stesso. Senza gli Usa, la capacità europea di rispondere agli attacchi cyber, ma anche alle campagne di disinformazione, non intimidisce il Cremlino e non lo dissuade dal portare avanti una guerra, finora solo ibrida ma sempre più violenta.