corriere.it, 14 ottobre 2026
La profezia di Cipolla e le promesse (mancate) della tecnologia che preoccupano Trump
Questo articolo è uscito sulla newsletter di scienza e cultura dell’innovazione One More Thing di Massimo Sideri. Per iscriversi cliccare qui.
Calibano, nella *Tempesta* di Shakespeare (Atto III, scena 2):
«...and then, in dreaming,
The clouds methought would open and show riches
Ready to drop upon me, that, when I waked,
I cried to dream again».
Tradotto: «*...e allora, sognando,*
mi pareva che le nuvole si aprissero a mostrare ricchezze pronte a piovermi addosso, tanto che, al risveglio,
piangevo per sognare ancora».
La storia della nostra economia in versi.
C’è un aspetto di quanto sta capitando nel mondo su cui dovremmo riflettere maggiormente, una discrasia enorme tra le promesse e la realtà. Realtà di tutti i giorni (in sintesi quello che vediamo andando a fare il pieno di benzina).
Beninteso, è un fenomeno mondiale, non locale. Influenzato più dalle guerre e dalla geopolitica che dalla politica locale (al limite, questa, può acuire il problema).
E, sottolineo, è una lettura della realtà possibile, non l’unica.
Ma è un fatto che da una parte abbiamo the clouds, non solo le nuvole dei versi shakespeariani ma anche le nuvole delle promesse della tecnologia che paiono, a tratti, nubi speranzose oppure cumulonembi portatori di tempesta; dall’altra, chiaramente, abbiamo la realtà del risveglio: il costo della vita, nonostante la esuberante ubriacatura da intelligenza artificiale, dipende dalle solite vecchie leggi: energia, costo della mobilità, petrolio, gas, mattoni.
I cried to dream again.
Sembra un verso adattissimo alle preoccupazioni di Donald Trump di fronte alle elezioni di midterm (che, comunque, storicamente tendono a penalizzare chi è al governo).
Le promesse mancate della tecnologia sono da ricercarsi nell’ideologia del tutto gratis, di una serie infinita di servizi che grazie alla deflazione tecnologica avrebbero dovuto avere un impatto sul nostro portafoglio.
La deflazione tecnologica è stato uno degli argomenti preferiti di Carlo M Cipolla, lo storico dell’economia. La sua notorietà legata a feroci e ironici colpi di genio come le famose leggi sulla stupidità umana («Allegro ma non troppo» è ormai un classico, forse il più breve dei classici) non ci deve far dimenticare che Cipolla era anche un famoso professore. Dalla sua Pavia, dove sognava in gioventù di diventare un insegnante delle scuole superiori, finì ad occupare una cattedra a Berkeley.
Nei suoi libri Cipolla affronta spesso il tema dell’impatto della tecnologia sulla società. Vele e cannoni, orologi, mulini ad acqua e vento: Don Chisciotte e progresso. Da Vespasiano in poi tutta la società è stata plasmata dalla continua lotta contro e a favore della tecnologia e dell’innovazione. Ma messe da parte le tecnologie tout court, la grande intuizione di Cipolla emerge soprattutto nella scelta degli argomenti della deflazione tecnologica secolare: secondo lo studioso, scomparso a Pavia nel 2000, i due grandi esempi di storica discesa dei prezzi grazie alle innovazioni sono la cultura e la mobilità.
È noto l’esempio con cui Cipolla confrontava il costo di un libro, fino a pochi secoli fa, con quello di due mucche. Una famiglia di contadini avrebbe dovuto scegliere se avere un libro o sfamarsi per anni.
L’impossibilità di viaggiare è un esempio ancora più potente: fino alla Seconda guerra mondiale (che portò anche a uno sviluppo delle conoscenze aeronautiche) il volo aereo era un privilegio per pochissimi. Oggi, nonostante il modello di business sia in crisi, abbiamo le compagnie «low cost». Difficile non notarlo.
Questa è la profezia di Cipolla.
Sono quelle che Milan Kundera chiamava le «termiti del progresso», tutto diventa più a portata di mano e allo stesso tempo si riduce, perdendo gravita e consistenza («L’arte del romanzo»). Come abbiamo visto questo potere riducente di spazi e costi in taluni casi si è manifestato: prendiamo la posta: l’esempio perfetto di servizio mangiato dalle termiti di Kundera fino a lasciare solo «l’osso» della comunicazione, intangibile e ubiqua al tempo stesso.
Oggi abbiamo dimenticato quanto fosse costoso, lento e inefficiente comunicare via lettera. Spediamo email multiple e WhatsApp a costo vicino allo zero senza pensarci. Potremmo discutere a lungo su quanto questo fenomeno di abbondanza abbia svilito e impoverito il contenuto delle comunicazioni.
Ma è un fatto che in termini di costo non ci sia nessun tipo di confronto: oggi è pari a una porzione minima di quanto potesse essere solo pochi anni fa.
Se poi dovessimo risalire lungo il fiume inverso della storia, dovremmo ricordare come è nata la posta moderna. Conosciamo anche il primo francobollo adesivo della storia: è il cosiddetto «penny black» con l’immagine della regina Vittoria del primo maggio 1840. Ebbe un successo enorme: ne vennero emessi oltre 68 milioni, una cifra enorme per l’epoca. Per avere un’idea, visto che avevamo parlato di libri, è sufficiente ricordare che il fortunato libro «On the origin of species» di Charles Darwin, pubblicato da John Murray nel 1859, raggiunse le 1.250 copie (nel 1860 ne furono aggiunte altre 3.000 in seguito a delle modifiche apportate da Darwin stesso e alla correzione di un refuso che rende le prime copie doppiamente uniche: a riga 20 di pagina 11 c’è scritto «speceies» al posto di «species»).
La posta al tempo di Hill esisteva già, chiaramente. Le reti di distribuzione dei messaggi risalivano all’Impero Romano che ne comprese l’importanza per il controllo del territorio e per la gestione amministrativa e bellica delle regioni.
Divide et Impera. Ma come fai senza la posta?
Lo stesso «De bello gallico» di Giulio Cesare era formato da una serie di missive che il grande condottiero mandava a Roma, scrivendole in terza persona. Solo che nel Regno della Gran Bretagna dell’Ottocento, come in molte altre parti del mondo, il pagamento del servizio del General Post Office era demandato al destinatario. E costava caro. Il postino nell’Ottocento era sinonimo di sventura, non per le notizie che poteva portare, ma per il pagamento richiesto.
Tra i più poveri si era sviluppata una sorta di alfabeto segreto con segni che venivano apposti sopra la busta, in maniera tale che il destinatario potesse cogliere con uno sguardo furtivo il messaggio del mittente. E lasciare così il postino a becco asciutto. Un codice criptato ante litteram. Per giunta, per i Lord inglesi la distribuzione della posta era un diritto acquisito per nascita, gratuito (la prima Gmail per le élite). Fu in questo contesto che il «penny black» giunse come un’innovazione sociale dall’impatto enorme. Per sostenere la proposta di Hill, l’avvocato William Henry Ashurst scrisse che per i poveri che erano costretti ad allontanarsi da casa in cerca di lavoro il costo del servizio postale equivaleva all’esilio.
Dunque, il francobollo fu un’innovazione sociale consapevole, un collante per le famiglie e anche un modello di business: pur riducendo il costo del servizio ne ampliava l’utilizzo spalmandolo sulla collettività. Se confrontiamo il costo pre-penny black con la gratuità del servizio di oggi abbiamo la riprova di come alcuni di questi sogni shakesperiani siano passati dalle nuvole alla realtà. Senza dover piangere per tornare a sognare.
Quali sono allora le promesse mancate della tecnologia?
Di fatto, nonostante il proliferare dei servizi gratuiti la nostra spesa mensile non è cambiata e risulta ancora più sensibile agli shock energetici o del costo del cibo o ancora del costo delle case.
Il punto, allora, è che la tecnologia ha mantenuto molte delle sue promesse, ma non necessariamente quelle che ci interessavano di più. Ha abbattuto il costo di comunicare, di accedere alle informazioni, di riprodurre e distribuire contenuti. Non ha però risolto, per ora, il problema del costo dell’energia, della casa, dei trasporti e, più in generale, di tutto ciò che richiede risorse fisiche, infrastrutture e materie prime.
È qui che le nostre nuvole di Calibano si fanno lenti efficaci dell’economia. Possiamo vivere in un mondo nel quale una quantità crescente di servizi costa pochissimo o è addirittura gratuita, e tuttavia sentirci più poveri. Perché il nostro benessere non si misura dal numero di cose a cui possiamo accedere senza pagare («L’era dell’accesso»), ma da ciò che ci resta in tasca dopo aver pagato ciò a cui non possiamo rinunciare.
La promessa mancata, dunque, non è quella di una tecnologia incapace di ridurre i costi. È l’aspettativa che questa riduzione si traduca automaticamente in un aumento del nostro potere d’acquisto. Non è così: se i risparmi ottenuti nel mondo digitale vengono assorbiti dall’aumento dei costi materiali, la deflazione tecnologica esiste, ma ritorna ad essere vapore buono per le nuvole.
E forse è questo il paradosso del nostro tempo: abbiamo imparato a sognare quasi gratis, ma continuiamo a pagare a caro prezzo la realtà.