corriere.it, 14 ottobre 2026
Eleanor Armstrong: «Sessualità tra astronauti? È il caso di pensarci»
Per arrivare su Marte servono sette mesi di viaggio. Ma se lassù una relazione diventa violenta, andarsene è impossibile: fuori dall’habitat non c’è aria. Che cosa accade se il consenso viene meno, se il luogo che protegge diventa una gabbia? Nei manuali delle agenzie spaziali la risposta non c’è. C’è quanto ossigeno consuma un corpo, quanta acqua, quante ore di sonno. Non come si dorme bene, si desidera, ci si lascia, si muore. Su questo l’ingegneria ha sempre risposto allo stesso modo: prima si arriva, poi si vedrà. Eleanor Armstrong non è d’accordo. Per lei quelle domande vanno poste mentre si disegnano le stanze, le tute, le regole. Trentatreenne, viene dal Regno Unito e ha cominciato studiando i pianeti, prima di passare a chi dovrebbe abitarli. Ricercatrice, direttrice del Constellations Lab all’Università di Leicester, porta una lente femminista e queer dentro la corsa allo spazio: ne ha parlato di recente al festival di Internazionale, a Ferrara. Prima di Marte, il letto.
Il letto?
«Lenzuola comode, un piumone morbido, tanti cuscini. Nello spazio immaginiamo ambienti grigi, spartani, militari. Manca una gioia tattile semplicissima: quella di infilarsi in un letto appena rifatto».
Un capriccio?
«No. Sembrano dettagli, ma fanno parte dell’esperienza umana. In orbita tutto è progettato per lavorare. Il piacere non è previsto».
Il sesso nemmeno?
«È ridotto ad una barzelletta: le foto di Playboy sull’Apollo 12, la pornografia dei cosmonauti, la masturbazione. Finché se ne ride, nessuno lo studia sul serio».
E quando smette di far ridere?
«Diventa riproduzione: gravidanze, radiazioni, uteri da schermare. La domanda è sempre se una donna potrà avere un figlio su Marte, quasi mai se potrà vivere una sessualità felice. È puritanesimo».
Tanto che qualcuno ha proposto equipaggi di sole donne.
«La mia storia preferita. Come se tra donne il sesso non esistesse».
Lo fa notare a chi progetta le missioni?
«Sì. E la domanda che mi fanno è sempre: perché occuparsene? Quasi mai: come?».
Proviamo: come?
«Partendo dal consenso. Deve essere libero e si deve poterlo ritirare. Altrimenti non è consenso. E nello spazio manca la cosa più semplice: la possibilità di andarsene. Perciò dobbiamo pensare prima a spazi sicuri, procedure di protezione, alternative».
Chi le ha progettate finora, le navicelle, ci ha pensato?
«Non parrebbe. Sono state disegnate intorno al corpo maschile e a un’idea di mascolinità: essere in controllo, pilotare, decidere, esercitare la propria autonomia. La tecnologia non nasce separata dalla cultura che la costruisce».
E una donna, a bordo, da che cosa se ne accorge?
«Dal bagno, dalla contraccezione, dalla privacy, dalle misure. Nel 2019 la prima passeggiata spaziale femminile fu rinviata: mancavano due tute della taglia giusta. Chi pensavamo le avrebbe indossate?».
Cosa dimentichiamo?
«La violenza».
Nello spazio?
«Nei luoghi che lo simulano, intanto. Nel 1999, in un esperimento di isolamento, una ricercatrice canadese fu aggredita da un collega ubriaco. La soluzione fu chiudere i portelli tra i moduli, non allontanare lui. Nelle basi in Antartide le molestie sono documentate. E spesso non vengono denunciate».
Houston, abbiamo un problema: si progettano altri mondi e li si arreda con le regole di questo.
«È per questo che una prospettiva femminista e queer è utile. Ci costringe a guardare le relazioni di potere prima che diventino invisibili, incorporate nelle tecnologie, nei compiti, negli ambienti che costruiamo. Il futuro non è neutrale solo perché non è ancora accaduto. Se nello spazio vediamo il futuro dell’umanità, ci porteremo anche le sue parti più oscure».
Fin qui la vita. E la morte?
«È la grande assente. Chi piange chi, e come, lontano da tutti. Me l’hanno chiesto alcuni studenti tra i 12 e i 16 anni, durante un laboratorio al Museo della Tecnica di Vienna. Non avevo niente da fargli leggere».
Eppure, di morti nello spazio ne ricordiamo parecchie.
«Quelle spettacolari: Challenger, Apollo 1. Non quella ordinaria. Se vivremo a lungo nello spazio, qualcuno semplicemente morirà lì, di vecchiaia o di malattia. E dovremo capire che cosa significa per chi resta».
Il suo primo ricordo di stelle?
«Mio padre ed io, in vacanza, a guardare il cielo. Ogni volta da un posto diverso, e ogni volta ci chiedevamo che cosa fosse cambiato e che cosa no. Era un luogo sicuro, dove esploravamo insieme la nostra immaginazione».
Strano, per chi oggi ne studia soprattutto i pericoli.
«Forse no. Per me lo spazio è sempre stato un’avventura condivisa. Una presenza di cura».
Impossibile evitarlo: Armstrong. Come Neil?
«No, non sono parente di Neil. Ma sono qui per parlarvi di spazio».