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 2026  ottobre 14 Mercoledì calendario

Nunzia De Girolamo parla di sé e della sua azienda vitivinicola

«È una nuova avventura e a questo punto non posso non chiedermi quante vite io abbia e dove riesca a trovare l’energia». Nunzia De Girolamo in una assolata domenica mattina di ottobre ha aperto al pubblico la cantina Passo delle Tortore. Una realtà vitivinicola al femminile. Un progetto nel quale è coinvolta con le sorelle Graziana e Francesca, l’amica di infanzia Ilaria Facchiano e l’enologo Francesco De Pierro. Una grande festa per la vendemmia 2026 – che segue di un giorno quella per il suo cinquantunesimo compleanno – segna la presentazione ufficiale di un progetto nato nel 2012 da una chiacchierata fra le socie, a cena. Una idea che prende corpo dal luogo ideale dove impiantare i vigneti, che viene individuato a Pietradefusi in provincia di Benevento, su un terreno dove la presenza delle tortore è costante. La prima vendemmia arriva nel 2019. 
Non ha legato il suo nome al vino. Una scelta?
«Una scelta precisa. Volevamo che il vino andasse avanti da solo, senza spinte. E comunque  ci sono precedenti di nomi noti comparsi su etichette – anche nell’ambito della politica – che non hanno fatto una sostanziale differenza. Questa giornata di festa, che abbiamo chiamato ’’Stai al passo’’, ci è sembrata il momento giusto anche per presentare la cantina, finalmente ultimata, e un progetto d’arte che invaderà le vigne. I vini stanno andando in giro da tempo, hanno ottenuto riconoscimenti, premi. E posso raccontarli per quello che sono: un progetto nel nome della terra, della famiglia, della memoria».
Come si divide fra tanti impegni diversi?
«Sono un po’ in affanno, lo ammetto. Coordinare la vita quotidiana, la tv, la radio, la cantina non è semplice. L’azienda con le relazioni istituzionali mi occupa tanto tempo, poi c’è l’attività di moderatrice di eventi, congressi e di presentazione di libri che mi porta in giro per l’Italia. C’è il mio lavoro. E soprattutto sono madre di una adolescente. È tutto molto impegnativo. Penso a me come ’’Nunzia mille vite’’».
Suo marito, il senatore Francesco Boccia, dà una mano?
«Lui è più incasinato di me».

Cosa ha detto di questa sua sfida?
«È divertito, ma ha anche detto ’’ora stai un po’ esagerando’’. La verità è che io ho un concetto del tempo relativo, mi sembra estensibile. Cerco di essere sempre presente con mia figlia, che è una priorità, e faccio molte altre cose: lui mi guarda, si diverte, mi prende in giro. Questa estate sono stata spesso con Michelle Hunziker, che ha una azienda cosmetica e ha dunque un approccio analogo al mio, e lui notava: ’’Siete due indemoniate su questa roba imprenditoriale, hai amiche che come te non stanno ferme’’. Diciamo che ho una  operosità creativa e poi ho l’horror vacui. Mi riempio l’agenda e se ho un vuoto qualsiasi non mi ritrovo, devo occuparlo. Porto Gea a scuola poi magari torno, passo dalla redazione, poi se ho un momento mi metto a cucinare, rimedio al disordine, gestisco la lavastoviglie».
Delegare no?
«Mi piace ma fino ad un certo punto. Se ho due ore, letti i giornali, faccio le crêpe per Gea. Se ha amiche a cena preparo il riso al forno con le verdure, la mozzarella, il parmigiano e il pan grattato. Mia figlia è celiaca e questa ricetta la  inventò mia madre per far mangiare alla piccola le verdure: un riso croccante e  saporito passato al forno. Diciamo che la base è quella del minestrone».
È stata ministro, deputato per due legislature... Le manca la politica?
«La politica è sullo sfondo di ogni mio impegno. È in tutto quello che faccio, negli argomenti caldissimi che tocco con il mio lavoro. Non la si abbandona mai: non ci si dimette dalla politica, ci si dimette da politica».
Perché il vino?
«È una sfida nel nome della passione. Mio padre Nicola si è sempre occupato di questo settore, mia nonna era una imprenditrice agricola, mia figlia si chiama Gea, che vuol dire terra. Papà è stato direttore della cantina del Taburno per trent’anni e a lui si deve la nascita della Falanghina. Quando è andato in pensione ci siamo dette che forse valeva la pena realizzare il suo sogno, che era anche quello del papà di Ilaria, e lui è stato determinante per dare forma e identità al progetto. E poi il vino sarà quello che lasciamo ai nostri figli».
Quante bottiglie producete?
«Fra Fiano, Falanghina, Greco di Tufo, Taurasi e Aglianico 70 mila bottiglie per 12 ettari di terra. Puntiamo almeno a quota 100 mila. Dieci anni fa, dopo aver comprato il terreno e avviato il progetto, vennero impiantate le vigne. Il debutto del vino sul mercato coincise con la pandemia. Mio padre restò sveglio 48 ore per metabolizzare le difficoltà di quel momento. Poi il passaparola, la coerenza della nostra proposta, la capacità di restare compatti ci hanno premiato. A fine Covid avevamo venduto tutto. Poi sono arrivati i premi e oggi abbiamo anche la cantina».
Tre sorelle e una amica: quanto è difficile andare d’accordo fra donne?
«Per noi è facilissimo: siamo affiatate e ci vogliamo bene. Abbiamo confronti, ma nessuno screzio. Siamo state educate nell’amore, nel rispetto, nell’importanza del dialogo. Mia madre ha investito molto su questi valori ed è quello che io voglio fare con mia figlia. La vera ricchezza è questa, oltre alla terra».