corriere.it, 14 ottobre 2026
Colpendo Saudi Aramco gli Houthi hanno mirato al cuore (multimiliardario) dell’Arabia Saudita
A Dhahran, sul Golfo Persico, il pozzo numero 7 sta su una collinetta chiamata Jabal Dhahran, poche centinaia di metri a monte della sede di Saudi Aramco. Per più di un anno aveva dato soprattutto delusioni. Poi, il 3 marzo 1938, a 1.440 metri di profondità, la squadra del geologo americano Max Steineke e del beduino Khamis bin Rimthan trovò il petrolio.
Il giorno dopo uscivano 1.585 barili.
Più tardi lo battezzarono «pozzo della prosperità», e per una volta il nome non era esagerato.
Nella notte tra martedì e mercoledì, nei paraggi, è arrivato un missile Houthi, ma a essere precisi, Dhahran non è il colpo peggiore subito da Aramco. Nel settembre 2019 droni e missili su Abqaiq e Khurais fermarono per giorni metà della produzione saudita. E, a pieno regime, Aramco può estrarre 12 milioni di barili al giorno, più di uno ogni dieci consumati nel mondo.
I danni seri, quest’anno, sono stati altrove. La raffineria di Jazan è ferma da fine luglio, quella di Riad ha bruciato il 3 ottobre. E soprattutto c’è l’oleodotto est-ovest, 1.200 chilometri dai giacimenti del Golfo a Yanbu, sul Mar Rosso, danneggiato a metà settembre da droni partiti dall’Iraq.
Quelli, però, erano danni ai barili. A Dhahran è stato colpito altro: in Arabia Saudita – dove il nome del Paese è quello di una famiglia – la compagnia petrolifera è il Paese stesso.
Chi vuole la storia completa la trova in The Prize di Daniel Yergin, che nel 1992 vinse il Pulitzer raccontando il secolo del petrolio come un romanzo d’avventura. Ma qualche data aiuta a capire: Ibn Saud proclama il regno nel settembre 1932. Otto mesi dopo, il suo ministro delle Finanze, Abdullah Sulaiman, firma la concessione con la Standard Oil of California, che batte la britannica Iraq Petroleum Company con un argomento classico: un anticipo in oro.
Il primo maggio 1939 il re arriva sulla costa con un corteo di oltre quattrocento automobili e a Ras Tanura apre di persona la valvola della prima petroliera, la D.G. Scofield. Nel 1944 la società si chiama Aramco, Arabian American Oil Company. Alla Standard Oil of California si era già affiancata Texaco. Nel 1948 entrano anche Exxon e Mobil. Lo stesso anno trovano Ghawar, il più grande giacimento convenzionale del mondo (lungo 280 chilometri per trenta di larghezza), che da solo ha dato più di metà del petrolio mai estratto nel regno.
Con quattro delle «sette sorelle» tutte nello stesso consorzio, il fondatore dell’Eni, Enrico Mattei, sa bene negli anni Cinquanta e Sessanta che quel conglomerato è il suo avversario, che non gli avrebbe concesso, a lui come ad altri, alcuno spazio.
Nel febbraio 1945, su un incrociatore, il Quincy, ancorato nel Grande Lago Amaro a Suez, il presidente Roosevelt e Ibn Saud si scambiano petrolio da una parte, e protezione dall’altra. È il «patto del secolo»: un accordo storico che durerà più di quanto durino di solito le promesse in quella regione, valido ancora oggi, anche se più traballante.
Negli anni successivi al 1945 i sauditi si riprendono la compagnia, con calma. Nel 1950 ottengono metà dei profitti. Poi arrivano i tecnocrati. Abdullah Tariki, detto il «petroliere rosso» per il suo credo nazionalista, nasseriano e panarabo, è il primo ministro del Petrolio e uno dei fondatori dell’Opec.
Il mitico Ahmed Zaki Yamani tiene il ministero dal 1962 al 1986, gestisce l’embargo del 1973 e nel dicembre 1975 finisce ostaggio del commando filopalestinese del terrorista Carlos nell’assalto alla sede Opec di Vienna.
Quando si temeva che il greggio si esaurisse, a Yamani viene attribuita una frase che diventerà un luogo comune: l’età della pietra non è finita per mancanza di pietre, e così anche quella del petrolio non terminerà per mancanza di petrolio.
La nazionalizzazione di Aramco la conduce lui, a rate: il 25% nel 1973, il 60% l’anno dopo, il 100% nel 1980. È nel 1988 che nasce «Saudi Aramco». Re Fahd congederà Yamani con un comunicato di poche righe, nello stile della casa. Lui aveva da tempo trovato pace in un complesso di ville a Romazzino, in Costa Smeralda.
Non tutto passava per Aramco, beninteso: ma tutto, in un modo o nell’altro, passava per il petrolio saudita. Erano gli anni in cui il petrolio, le armi e la corte reale condividevano spesso gli stessi corridoi. Adnan Khashoggi, figlio del medico di Ibn Saud, rappresentava la Lockheed in Arabia, e sarebbe poi finito come mediatore nell’Irangate, l’intreccio tra armi all’Iran e denaro ai «contras» antisandinisti, scoppiato durante l’amministrazione Reagan.
Anche l’Italia scoprì presto che il greggio saudita aveva costi accessori. Nel 1979, in piena crisi, il governo Andreotti annunciò una fornitura extra dalla Petromin, l’ente petrolifero di Stato di Riad. Poco dopo emerse una provvigione di circa 120 miliardi di lire per intermediari mai del tutto identificati, con tappe alle Bahamas e qualche nome della P2. Il contratto saltò e il presidente dell’Eni, Giorgio Mazzanti, dovette lasciare.
Il resto è storia recente. Ali al-Naimi, entrato in Aramco da ragazzo, diventa nel 1984 il primo presidente saudita della compagnia. Poi arriva Mohammed bin Salman, che ne fa la cassaforte di «Vision 2030»: il piano per un’Arabia meno dipendente dal petrolio, ma finanziato con il petrolio. Il pezzo forte doveva essere la quotazione in Borsa. Con qualche non secondario intoppo: nell’ottobre 2018 Jamal Khashoggi, nipote di Adnan e giornalista critico del principe, viene assassinato nel consolato saudita di Istanbul. L’intelligence americana indicherà MBS come mandante. In Italia la vicenda tornerà d’attualità nel 2021, quando Matteo Renzi, a Riad, parlerà di un possibile «nuovo Rinascimento» arabo. La quotazione arriva, comunque, nel dicembre 2019: 25,6 miliardi di dollari raccolti per l’1,5% del capitale, la più grande della storia. Record della «old economy» rimasto in piedi fino a giugno, quando la SpaceX di Elon Musk ha raccolto quasi il triplo.
Poche ore prima del missile, il ministro e principe Abdulaziz bin Salman Al Saud, fratellastro di MBS, aveva definito Riad «la capitale della sicurezza energetica». Sul piano dei barili la definizione forse regge ancora, e parafrasando Yamani si può sostenere che non sarà un missile a decidere il futuro del petrolio. Ma intanto, sulla collina del pozzo numero 7 (chiuso solo nel 1982), si colpisce uno dei suoi simboli più evidente.