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 2026  ottobre 14 Mercoledì calendario

Perché Trump mente spudoratamente (anche) sul diesel russo

«L’aumento del prezzo del gasolio a livello mondiale è dovuto principalmente alla guerra tra Russia e Ucraina, non (alla guerra degli Stati Uniti contro) l’Iran». 
Il post con cui domenica Donald Trump ha annunciato la ripresa dell’import di gasolio russo, scaricato l’Ucraina (e l’Europa), legittimato il Paese aggressore e regalato a Putin un’insperata boccata d’ossigeno sta facendo disperare politici e diplomatici, ammattire gli analisti ed esplodere il già enorme archivio storico sul trumpismo e le sue conseguenze. Ma in realtà l’argomento non era nuovo nella retorica social del presidente americano, che già un mese prima aveva truttato (da Truth, il suo social) che «Zelensky deve fare una cosa sola: smetterla di colpire i depositi di gasolio in Russia. Che colpisca pure gli obiettivi, ma non il gasolio, perché sta causando una carenza di gasolio che sta danneggiando il mondo».
Sulle conseguenze geopolitiche della svolta trumpiana, basta e avanza citare un paio di grandi analisti:
Uno è Vali Nasr: «Consentendo la vendita di gasolio da parte della Russia, gli Stati Uniti hanno deciso di sacrificare ogni parvenza di obiettivo comune con l’Europa sull’Ucraina per portare avanti la guerra con l’Iran. Per l’Europa, la guerra in Ucraina e la minaccia russa rimangono il problema strategico più rilevante».
L’altro è Ian Bremmer: «Capisco che i prezzi del gasolio siano alti e che le elezioni di medio termine siano alle porte. Ma è comunque incredibile che gli Stati Uniti abbiano deciso di contribuire a finanziare la guerra della Russia contro l’Ucraina».
Si capisce dunque il duplice movente di Trump nel suo ennesimo delitto ai danni dell’ordine mondiale: da una parte c’è l’intento propagandistico, per far credere agli elettori americani che se pagano i carburanti molto più di prima è colpa dei droni di Zelensky e non della tuttora insensata guerra all’Iran. Dall’altra, settori dell’amministrazione Usa pensano davvero che se si interrompessero gli attacchi di droni ucraini alle raffinerie di petrolio russe il prezzo del gasolio alle pompe americane, che ha raggiunto livelli record, comincerebbe a scendere.
Urge a questo punto un fact checking, da cui non può esimere nemmeno l’ampia presunzione di mendacia che accompagna ogni sortita di Trump. La risposta ce l’hanno gli esperti seri e quella che ha dato al Kyiv Independent Alan Riley, ricercatore senior presso il Global Energy Center dell’Atlantic Council, le batte tutte per sintesi ed efficacia: è vero quello che dice Trump? «Ovviamente non è vero». Non solo: è praticamente il contrario della verità perché, spiega l’analista, l’impennata dei prezzi del gasolio è da addebitare «quasi tutta» alla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran e alle sue conseguenze più gravi per la stabilità economica globale: la chiusura dello Stretto di Hormuz e l’interruzione della capacità di raffinazione nel Golfo Persico. Quanto all’altra guerra, l’Ucraina sta attuando una strategia non solo legittima – considerazione pleonastica, in quanto Paese aggredito – ma altamente funzionale sul piano militare, perché «la maggior parte del carburante raffinato prodotto nelle raffinerie russe viene utilizzato in Russia».
Ma a smentire Trump bastano dei semplici numeri, forniti oltretutto dalla U.S. Energy Information Administration (EIA), l’agenzia statistica e analitica del Dipartimento dell’Energia di Washington. Quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, il 28 febbraio, il prezzo medio del gasolio nelle stazioni di servizio Usa era sui 3,60 dollari al gallone, mentre ora è praticamente il doppio, 6,23 dollari al gallone, il record di sempre.
Ora: come scrive il giornale di Kiev, «è fondamentale sottolineare che nel febbraio 2026, quando i prezzi del gasolio negli Stati Uniti hanno iniziato a salire vertiginosamente, la campagna di attacchi in profondità dell’Ucraina era già in pieno svolgimento e contribuiva alla cronica carenza di carburante in Russia fin dall’agosto 2025». In quell’anno, per esempio, la raffineria di Ryazan, uno dei più grandi impianti della Russia, è stata colpita nove volte, con continue sospensioni dell’attività. Sempre secondo i dati EIA, nell’agosto 2025 il prezzo medio del gasolio negli Stati Uniti era di 3,70 dollari al gallone, praticamente identico (anzi leggermente superiore) ai 3,60 del febbraio ’26.
Per conferma basta controllare cosa diceva l’analista indipendente Boris Aronstein al Guardian proprio in quella data, agosto ’25: «Gli attacchi sono massicci, coordinati e ripetuti; si susseguono a ondate e le raffinerie semplicemente non hanno il tempo di riparare i danni causati dall’attacco precedente prima che si verifichi quello successivo».
Ricapitolando: i droni ucraini devastano le raffinerie russe da molto prima dell’attacco israelo-americano all’Iran, ma i prezzi del gasolio sono schizzati verso l’alto solo dopo quell’attacco.
Il Financial Times ha analizzato uno studio della Kyiv School of Economics (KSE), e ne ha condiviso le valutazioni: «La guerra tra Stati Uniti e Iran ha avuto un impatto di gran lunga maggiore sulle forniture globali di diesel e gasolio rispetto agli attacchi con i droni dell’Ucraina. Secondo le stime, le esportazioni dal Golfo sono diminuite di 152 milioni di barili tra marzo e agosto, a fronte di un calo di 68 milioni di barili nelle esportazioni russe nello stesso periodo». Dunque, è la conclusione del report, «la perdita cumulativa proveniente dal Golfo Persico è stata quindi circa 2,2 volte maggiore».
Ma vediamo anche altre fonti. Secondo i dati della Kpler, società specializzata nell’analisi dei trasporti marittimi, ripresi dalla Bbc, nel 2025 venivano esportati sul mercato globale circa 6,8 milioni di barili di gasolio al giorno, mentre nel settembre 2026 le esportazioni globali sono scese a 5,8 milioni di barili al giorno: un calo di circa un milione di barili al giorno.
Nell’ultimo anno alcuni Paesi – e soprattutto gli Stati Uniti, primo esportatore mondiale – hanno aumentato l’export di gasolio. In vista del picco di domanda invernale, e con scorte in via di esaurimento, le raffinerie americane stanno lavorando a pieno regime. Ma nel complesso, in questo stesso periodo le esportazioni nette globali sono diminuite. Ed è stato questo calo dell’offerta a fare aumentare il prezzo.
E dunque: quanto ha contribuito la Russia a questo calo? Il calcolo, secondo i dati Kpler, è semplice. La Russia esportava circa 810 mila barili di gasolio al giorno nel 2025, una cifra scesa a circa 140 mila barili al giorno a settembre 2026. Dunque, una perdita secca di 670 mila barili al giorno.
Vediamo quanto ha contribuito invece il Medio Oriente al drammatico calo dell’offerta globale di gasolio. Gli Stati del Golfo – Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Oman – nel 2025 esportavano circa 1,4 milioni di barili di gasolio al giorno, scesi a 670 mila nel settembre 2026.
Quindi, dal Medio Oriente si è registrata nell’ultimo anno una perdita secca di 730 mila barili al giorno, e già così sono più dei barili in meno provenienti dalla Russia. Se consideriamo solo il periodo della guerra all’Iran, marzo-agosto, i dati coincidono con quelli KSE: la perdita cumulativa dal Medio Oriente è più del doppio rispetto a quella dalla Russia.
Tutto questo vuol dire che la campagna di droni scatenati dall’Ucraina non ha avuto alcun impatto? O che non ne abbiano avuto le sanzioni alla Russia? Ovviamente no, e i pareri raccolti dal Kyiv Independent non lo negano. Né, d’altronde, sarebbe interesse dell’Ucraina sminuire l’efficacia della propria strategia e le conseguenti difficoltà incontrate dal nemico. È il ministero della Difesa di Kiev, non a caso, a sottolineare che solo in agosto sono state colpite 12 grandi raffinerie russe, «con una capacità progettuale complessiva di circa 100 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi all’anno». E beninteso, il martellamento di quegli impianti non è stato interrotto finché la «tregua energetica» spacciata da Trump non avrà riscontri nella realtà. Cosa complicata dal fatto che Putin resta convinto che, con l’inverno alle porte, gli convenga martellare a sua volta le infrastrutture energetiche ucraine.
Ma ovviamente lo zar dovrà tenere conto anche delle sue difficoltà interne. Secondo Luke Wickenden del Centre for Research on Energy and Clean Air, «le esportazioni russe di prodotti via mare sono diminuite del 21% tra gennaio e luglio, circa il doppio del calo registrato nel mercato marittimo globale, ma la Russia rappresenta comunque solo circa un quinto di tale calo». Un calo dovuto soprattutto al gasolio, che è il principale prodotto raffinato esportato da Mosca. Per l’analista «le esportazioni russe sono diminuite di un terzo (quindi meno rispetto ai dati visti sopra, ndr) e il calo equivale a circa il 4% del commercio mondiale via mare di gasolio e diesel».
Quello che conta, sul piano della valutazione delle prospettive di guerra del regime, è che «spinta dalla disperazione, la Russia ha iniziato a importare carburante, il che rappresenta una vera novità: tra il 2023 e il 2025 non ha acquistato quasi nulla via mare, senza che arrivasse alcun carico in 13 di quei 36 mesi», spiega Wickenden. «Nell’agosto 2026 ha importato 172 mila tonnellate, il triplo di quanto acquistato nell’intero 2025, e la quota della benzina è passata dal 6% al 74% delle sue importazioni di prodotti. I volumi sono irrisori per il mercato mondiale, ma un Paese che lo scorso anno era il secondo esportatore mondiale di prodotti petroliferi ora paga per far raffinare all’estero il proprio greggio e per farselo rispedire».
Nel frattempo, secondo l’agenzia di stampa russa Interfax (non governativa), dall’inizio del 2026 i prezzi della benzina nel Paese sono aumentati del 21,16%, raggiungendo una media di 78,25 rubli (0,93 dollari) al litro, mentre il costo del gasolio è cresciuto del 18,4%, a una media di 88,44 rubli (1 dollaro) al litro.
Insomma: Putin dovrebbe spiegare ai russi che li aspettano tempi sempre più cupi, Trump dovrebbe ammettere con i consumatori americani che le raffinerie del loro Paese stanno accumulando montagne di profitti mentre i prezzi alla pompa salgono, e che questo aumento l’ha causato lui attaccando incautamente l’Iran e non Zelensky difendendosi dagli aggressori. E Zelensky potrà dire agli ucraini che i loro droni hanno integrato il regime di sanzioni anti-russe, necessarie ma non sufficienti a far resistere gli aggrediti.