Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  ottobre 14 Mercoledì calendario

Una legge per vietare gli allevamenti di polpi e tonni rossi. Sono «bombe» ecologiche

Il cervello del polpo ha circa 500 milioni di neuroni. Praticamente tanti quanti quelli del cane, che ne ha 530 milioni. Ma per quest’ultimo ci indigniamo alla sola idea che in qualche parte del mondo possa essere considerato ancora cibo per il consumo umano. Il polpo, invece, è a tutti gli effetti uno dei protagonisti della nostra tavola e la cosa non ci scandalizza affatto. E visto che la domanda commerciale è in costante crescita, stiamo studiando il modo per poterlo allevare in modo intensivo, così come già avviene per polli, conigli, suini, bovini. 
Un allevamento intensivo di polpi, tuttavia, sarebbe una bomba ecologica piazzata in mezzo al mare: è un animale carnivoro e ogni esemplare ha bisogno di essere alimentato con enormi quantità di pesce: si stima che per ogni kg di polpo ne servano almeno tre di altri esseri marini. In sostanza, per una produzione intensiva di polpo è necessario depredare i mari, che già se non se la passano molto bene, visto che il prelievo di piccoli pesci e krill in funzione degli allevamenti è già in corso per l’allevamento di altre specie. Senza contare gli effetti di inquinamento e cambiamento climatico.  
Per questo motivo c’è ora un movimento che punta a far vietare a monte questo tipo di allevamento, per fortuna ancora non diffuso. Il bando c’è già in California e nello stato di Washington, negli Usa. Ma l’obiettivo di Compassion in world farming (Ciwf), l’organizzazione internazionale che lavora per superare gli allevamenti intensivi di ogni tipo, è che dei divieti istituzionalizzati in ogni singolo Stato possano fermare sul nascere ogni possibile tentazione. Una mobilitazione di massa ha impedito per ora che una multinazionale ittica spagnola ne avviasse uno enorme, pensato per la produzione di circa un milione di polpi ogni anno, al largo delle Canarie. Il fatto che si fossero già investite ingenti risorse per provare a raggiungere l’obiettivo, fa capire che l’interesse attorno a questa prospettiva c’è eccome. Di qui il tentativo di agire per via legislativa. 
In Italia qualcosa si sta muovendo. È stata annunciata oggi alla Camera la proposta di legge a prima firma dell’on Devis Dori di Avs per vietare nelle acque nazionali gli allevamenti intensivi sia di polpi sia di tonno rosso. Entrambe le specie non sono adatte per dimensioni e caratteristiche individuali alla convivenza forzata in spazi ristretti, all’interno di grandi reti lasciate in ammollo nel mare, dove non possono muoversi liberamente e dove  il loro nutrimento sarebbero mangimi e farine di pesce. Condizioni inadeguate per qualunque specie. Ma se orate, branzini o salmoni ormai sono ormai prigionieri dell’acquacoltura spinta, che fornisce il grosso degli stock presenti sui mercati, per polpi e tonni rossi forse una speranza ancora c’è. Il testo della pdl, spinta da Ciwf Italia, nasce in casa Avs, ma l’obiettivo è coinvolgere anche Pd, M5S e tutte le forze del cosiddetto «campo largo». I dem e i pentastellati hanno già detto di essere favorevoli. L’obiettivo è depositare la legge entro la fine di ottobre e portarla in Aula entro la primavera, prima dello scioglimento del Parlamento. 
«Si vogliono rinchiudere animali intelligenti e solitari in ambienti sovraffollati in cui si registrerebbe un’altissima mortalità, come già avviene per altre specie allevate con questi metodi – commenta Annamaria Pisapia, direttrice di Ciwf Italia -. Noi che vogliamo mettere fine ad ogni forma di allevamento intensivo sulla terra, non potevamo restare a guardare davanti a ciò che avviene nei mari. Ci siamo battuti contro il progetto delle Canarie, che siamo riusciti a fermare. E ci batteremo contro altri progetti analoghi. Ma è necessario che i divieti arrivino prima che si mettano in moto nuove operazioni del genere». Che spesso sono sostenute anche dalle istituzioni. La Spagna, ricorda Pisapia, aveva investito circa 10 milioni di euro in questo progetto. E in Italia sono stati approvati stanziamenti per 250 mila euro per testare questa opportunità. «Dobbiamo proteggere questi straordinari animali acquatici – ha aggiunto la direttrice di Ciwf -, minacciati da una visione totalmente miope e senza alcun rispetto per la natura. La scienza ci dice che ad oggi non esiste alcuna possibilità di avere un allevamento di polpi che sia in grado di garantire loro una minima forma di benessere».
Non solo. La scienza, dopo avere stabilito che i polpi sono esseri senzienti, in grado di provare dolore ed emozioni – la Gran Bretagna  ha commissionato degli studi ad hoc, in seguito ai quali li ha riconosciuti ufficialmente come tali -, ha anche ribadito che non esiste alcun metodo possibile di uccisione indolore di questi animali. Anche l’immersione in ghiaccio, spesso presentata come il metodo più incruento, non garantisce l’assenza di dolore e sofferenze.  
«Purtroppo gli animali acquatici non hanno lo stesso livello di tutela di quelli terrestri – sottolinea Marco Spinelli, divulgatore e filmaaker che con il fratello Andrea, biologo marino, produce documentari sulla vita negli oceani, tra cui il recente «Shark Preyed», sugli squali che finiscono nei nostri piatti, spesso a nostra insaputa. Chi non mette la testa sott’acqua difficilmente ha la percezione di quello che succede. Molti hanno in mente solo le meraviglie del mondo marino. Ma in 50 anni abbiamo portato all’estinzione centinaia di specie e sulla terraferma sono pochi a saperlo». 
Il polpo non rischia di scomparire nell’immediato, ma dal 2000 ad oggi le catture da parte della pesca tradizionale sono crollate del 71%. Ma è proprio la pesca, o meglio la sovrapesca, ad avere determinato questa situazione: il polpo viene pescato in tutti i modi possibili e di fatto in tutti i mari, per rispondere alla forte domanda del settore della ristorazione, ma anche dei consumatori domestici. E visto che la sua vita media si limita a un periodo di uno o massimo due anni, è difficile che, in assenza di moratorie che diano tempo agli stock di ricostituirsi, si possa invertire la tendenza. Gli allevamenti intensivi, però, non sono la soluzione. Anzi, proprio perché richiedono enormi quantità di risorse ittiche in funzione di cibo finiscono col mettere ancora più a rischio l’intera biodiversità marina. 
«I polpi hanno difficoltà ad essere amati e protetti – riconosce Andrea Spinelli, in collegamento da Valencia, dove lavora come ricercatore alla Fondazione Oceanografica -. E invece è qualcosa che va necessariamente fatto. Il polpo ha un ruolo essenziale nei nostri ecosistemi marini. È al tempo stesso preda e predatore, contribuisce a smuovere i fondali, le sue tane offrono riparo anche ad altre specie, è in grado di esplorare e di ragionare con tutte le sue braccia». E ancora: «I polpi fanno parte di un gruppo di animali comparsi nei nostri mari 300 milioni di anni fa. Sono arrivati prima ancora dei dinosauri, sono sopravvissuti a 3 estinzioni di massa, sono  una delle storie evolutive più riuscite del nostro pianeta. Ma con tutta questa storia alle spalle è adesso che fanno i conti con la prima vera minaccia alla sopravvivenza della specie: l’essere umano»